De sidera
Vorrei far fare un po’ di purgatorio ai liturgisti, sinceramente.
Nel periodo di Natale, tre settimane scarse, ci troviamo due volte a settimana per celebrare una festa. Per i preti, poveracci, calcolando la vigilia, quattro volte a settimana. C’è da perdersi, complice le doverose e legittime vacanze che chi può sta facendo.
Un po’ di dieta servirebbe anche alla liturgia!
La seconda domenica di Natale è tra le più fiacche dell’anno.
Ci si arriva con le pile scariche e il colesterolo alto.
Bene il Natale, discreta la domenica della Santa famiglia, e vada per capodanno con Maria… Ma tornare a messa per la quarta volta in dodici giorni mette a dura prova la fede! E domani si ricomincia, con la spettacolare festa dell’Epifania.
E la liturgia denuncia questa stanchezza. Cosa c’è ancora da dire?
Allora puntiamo in alto, voliamo ad alta quota, come accade a me oggi.
E vai col prologo di Giovanni, e la meditazione della Sapienza e l’inno agli Efesini di Paolo.
Insomma: teologia allo stato puro, emozioni forti, se solo sapessimo ancora averne, leggendo la Parola.
D’altronde, dai, il simbolo dell’evangelista non è proprio l’aquila?
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Da lassù dobbiamo rileggere la storia. Per crescere nella speranza.
Cambiamenti
Giovanni scrive il suo prologo alla fine del suo vangelo, come se fosse un riassunto di tutta la sua predicazione. Ha scoperto, alla fine del suo luminoso e inebriante percorso di vita, che Gesù è molto di più di quanto avesse sperimentato.
Non solo un uomo realizzato, compiuto, non solo un grande credente, non solo un rabbino colmo di sapienza e tenerezza. Non solo il Messia, dopo averlo riconosciuto risorto. È infinitamente di più, è la presenza stessa di Dio, il Verbo, la Parola.
In principio, nuova creazione, dimora una relazione che si concretizza nelle parole, nella Parola, nel Verbo. Che è anche il senso di tutto, delle cose, delle persone, della mia vita piccina. Dio è comunione, relazione, dialogo al suo interno e questa relazione si è manifestata nella Storia, in quel primo Natale di cui facciamo claudicante memoria.
Si fa carne, quella relazione, per farsi incontrare, conoscere.
Ma, ecco il dramma che stiamo celebrando, Dio è presente ma l’uomo, spesso, è il grande assente.
Non c’è molto da celebrare a Natale, ma da convertirsi e pentirsi. L’umanità non ha rivolto una grande accoglienza alla prima venuta di Dio. C’è poco da festeggiare, insomma, quasi come se si imbastisse una festa in ritardo. Natale è dramma: Dio viene e l’uomo non c’è. Pochi si accorgono, ancora meno lo accolgono: Maria e il suo amatissimo sposo, i pastori, i magi, Simeone e Anna la profetessa. Fine dell’elenco. Ecco perché i fratelli orientali osano dire ciò che noi, pudicamente, omettiamo: nelle icone della natività il bambino è adagiato in una tomba. È già il mistero di contraddizione, è già il crocefisso (non per niente i magi portano la mirra per imbalsamare i cadaveri…) questo bambino. Poche dolcezze e smancerie, pochi sussulti davanti a questo infante ma scelta, schieramento, riflessione.
Bello. Ma c’è di più. Ed è all’origine di ogni speranza.
Vittorie
La luce splende nelle tenebre e le tenebre non l’hanno vinta.
Bella storia.
Davanti al rifiuto dell’uomo, Dio insiste, Dio non si da per vinto, Dio esagera, alza il tiro, offre una soluzione, si dona ancora e sempre. Bello, bellissimo.
Se fossi Dio mi sarei già stufato da un pezzo dell’umanità, credetemi.
E invece no, Dio insiste, Dio non cede, Dio vince.
Amica che sei nelle tenebre della depressione: le tenebre non vincono.
Amico prete travolto dalla fatica dell’apostolato e dalla solitudine: le tenebre non vincono.
Fratelli che cercate di portare un minimo di logica evangelica nella vostra azienda passando per fessi: le tenebre non vincono.
Discepoli che portate la logica della pace e della dignità umana nelle discariche del mondo dimenticate da tutti: le tenebre non vincono.
Figliolanza
A chi accoglie la luce Dio dona il potere di diventare figlio di Dio, scrive Giovanni il mistico.
Io sono figlio di Dio. Non m’importa essere altro.
Né premio Nobel, né grande star.
Sono già tutto ciò che potrei desiderare.
Solo che corro dietro a mille sogni e a mille chimere pur di ricevere compiacimenti e approvazione. Ma sono già figlio. Solo che non lo so. O non lo vivo.
Natale è la presa di coscienza della mia figliolanza, della mia dignità, del fatto che Dio si racconti e che sia splendido.
Ecco, fine, chiudiamo il cerchio.
All’inizio dell’avvento dicevo: non siamo qui a far finta che poi Gesù nasce. Gesù è già nato, ha svelato il volto di Dio, è morto e risorto, ha salvato il mondo, ogni uomo.
È che il mondo non lo sa.
Gesù è nato, a noi – ora – di nascere alla fede, infine.
In cammino
Ed è una prospettiva in divenire, questa.
Si impara a scoprirsi figli, si impara a leggere la propria vita alla luce del Vangelo, si impara a diventare relazione del Verbo, si impara a sperare, si impara a giubilare.
A liberare gli schiavi, a condonare i debiti, a lasciar riposare la nostra vita. Si impara.
Perché la speranza non è l’ottimismo connaturale che ci troviamo nel cuore. È coraggiosa la speranza in questa terra che uccide i bambini e arma le nazioni.
È oscena la speranza, fuori dalla scena di questo mondo.
E quei magoi che partono seguendo una stella, scommettendo su una teoria (sarà nato un re?), quei curiosi incalliti, sono lì, ancora, a indicare uno stile. Sperano, perciò camminano, escono dalla loro comfort zone per seguire la stella.
Seguono il loro desiderio che è infinito come le stelle che seguono. Magnifica la parola desiderio, dal latino de sedira, assenza delle stelle che accende un sentimento profondo di cercarle e vederle.
Per scoprire il Verbo, l’assoluto di Dio, l’infinito che una ragazza adolescente stringe fra le sue braccia.
Questo celebriamo, questo crediamo, questo annunciamo, questo viviamo.
Teologia pura.
Che mi converte la vita.
Io ci sono e sono con voi. Ogni giorno alle 20 (Alle 21 la domenica) sui miei canali Facebook e Youtube non mancate la piccola lectio #FTC per far crescere la fede e la speranza.
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