Paolo Curtaz – Commento al Vangelo del 9 Marzo 2026

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Vangelo del giorno di Lc 4,24-30

Gesù come Elìa ed Elisèo è mandato non per i soli Giudei.
Dal Vangelo secondo Luca

In quel tempo, Gesù [cominciò a dire nella sinagoga a Nàzaret:] «In verità io vi dico: nessun profeta è bene accetto nella sua patria. Anzi, in verità io vi dico: c’erano molte vedove in Israele al tempo di Elìa, quando il cielo fu chiuso per tre anni e sei mesi e ci fu una grande carestia in tutto il paese; ma a nessuna di esse fu mandato Elìa, se non a una vedova a Sarèpta di Sidóne. C’erano molti lebbrosi in Israele al tempo del profeta Elisèo; ma nessuno di loro fu purificato, se non Naamàn, il Siro».
All’udire queste cose, tutti nella sinagoga si riempirono di sdegno. Si alzarono e lo cacciarono fuori della città e lo condussero fin sul ciglio del monte, sul quale era costruita la loro città, per gettarlo giù. Ma egli, passando in mezzo a loro, si mise in cammino.

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Parola del Signore.

Concordo: ci sono volte in cui anch’io vorrei buttare Gesù da una rupe. Farlo fuori, insomma e strappare qualche imbarazzante pagina di Vangelo. Soprattutto quando mi mette in crisi, quando, nella verità, smaschera le mie ipocrisie, i miei giochetti, le mie furberie.

E ascoltando il Vangelo di oggi un po’ mi identifico nella reazione stizzita dei bravi concittadini di Nazareth che, dopo avere messo in dubbio l’improvvisa carriera da profeta del bravo falegname del paese, si sentono replicare da questi che altre volte, in Israele, è accaduto che fossero gli stranieri e i pagani a riconoscere l’opera di Dio.

Come la vedova di Zarepta di Sidone che accolse in casa il profeta Elia, condividendo l’ultimo pane rimasto a lei e al figlio, o a Naaman il Siro, lebbroso, che accettò di seguire le umili indicazioni del profeta Eliseo pur di guarire.

Ed è vero, lo riconosco, lo ammetto: nonostante il mio cammino di fede, la mia formazione, la mia vita interiore, a volte trovo persone che, senza credere, amano più di me, perdonano gratuitamente, condividono tempo e pane con chi non conoscono.

Tutte cose che, teoricamente, dovrei fare per primo e meglio, in quanto discepolo, ma che si arenano con mille scuse. E, allora, il fatto che qualcuno me lo faccia notare suscita in me, come prima reazione, un moto di stizza e di rabbia. Nego l’evidenza, mi metto sulle difensive, reagisco inalberandomi.

Che idiota sono! Il Signore mai ci vuole umiliare quanto, piuttosto, richiamare all’essenziale, smascherare le piccole, inevitabili e noiose abitudini tipiche di noi credenti. E pazienza se fa male, se brucia, se fa venire il prurito al nostro ego spirituale: Gesù ha assolutamente ragione.

Mettiamoci in cammino, invece di inalberarci, come fa lui, determinato nel raggiungere Gerusalemme: lì ci sarà la resa dei conti e potrà mostrare a tutti la misura del suo amore per l’umanità, per chi crede e per chi crede di non credere. Per riconoscere in tutti l’opera di Dio.

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+++Commento di Paolo Curtaz tratto, per gentile concessione, dal libretto Amen, la Parola che salva.+++

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