Paolo Curtaz – Commento al Vangelo del 4 Marzo 2026

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Vangelo del giorno di Mt 20,17-28

Lo condanneranno a morte.
Dal Vangelo secondo Matteo

In quel tempo, mentre saliva a Gerusalemme, Gesù prese in disparte i dodici discepoli e lungo il cammino disse loro: «Ecco, noi saliamo a Gerusalemme e il Figlio dell’uomo sarà consegnato ai capi dei sacerdoti e agli scribi; lo condanneranno a morte e lo consegneranno ai pagani perché venga deriso e flagellato e crocifisso, e il terzo giorno risorgerà».
Allora gli si avvicinò la madre dei figli di Zebedèo con i suoi figli e si prostrò per chiedergli qualcosa. Egli le disse: «Che cosa vuoi?». Gli rispose: «Di’ che questi miei due figli siedano uno alla tua destra e uno alla tua sinistra nel tuo regno».
Risponde Gesù: «Voi non sapete quello che chiedete. Potete bere il calice che io sto per bere?». Gli dicono: «Lo possiamo». Ed egli disse loro: «Il mio calice, lo berrete; però sedere alla mia destra e alla mia sinistra non sta a me concederlo: è per coloro per i quali il Padre mio lo ha preparato».
Gli altri dieci, avendo sentito, si sdegnarono con i due fratelli. Ma Gesù li chiamò a sé e disse: «Voi sapete che i governanti delle nazioni dòminano su di esse ei capi le opprimono. Tra voi non sarà così; ma chi vuole diventare grande tra voi, sarà vostro servitore e chi vuole essere il primo tra voi, sarà vostro schiavo. Come il Figlio dell’uomo, che non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti».

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Parola del Signore.

Mette i brividi questa pagina, siamo sinceri. Ci fa vergognare, vorremmo cancellarla per l’imbarazzo che crea. Ancora oggi. E questo la dice lunga sulla verità del Vangelo: nessuno di noi scriverebbe un libro in cui fa una pessima figura.

Non così gli apostoli che raccontano le loro figuracce per dirci: non avevamo capito nulla. Gesù, quindi, per la terza volta, salendo a Gerusalemme, apre il suo cuore ferito: sa che le cose potrebbero andar male, sa che nella città santa potrebbe finire il suo percorso, ma ha fiducia in Dio che non può abbandonare chi lo ama.

È un momento tragico, cupo, difficile per lui, tutto di Dio, tutto Dio e completamente uomo. E i suoi amici più fedeli, quanto con lui hanno vissuto tre anni, coloro che hanno visto ciechi recuperare la vista e zoppi danzare, che hanno distribuito pochi pani e pochi pesci a migliaia di persone che fanno? Litigano. Sgomitano. Chiedono titoli, prebende, ruoli, visibilità… Che tristezza! Così la madre dei boanerghes.

Gesù non sa se ridere o piangere. Sente tutta la distanza con loro. Pesa tutta la sua evidente solitudine e l’incomprensione che si è venuta a creare. E gli altri che fanno? Prendono da parte Giacomo e Giovanni per far notare loro l’inopportunità del loro intervento? No, macché. Se la prendono perché non ci hanno pensato loro per primi!

E Gesù, grande maestro, immenso Signore, mette da parte il suo dolore, la sua ansia, e insegna: non così fra voi. È normale che in una parrocchia, fra preti, in un gruppo ci siano gelosie, invidie, simpatie. Succede in tutte le società composte da persone. È normale che sia così.

Ma è evangelico scegliere che queste dinamiche non contagino il nostro essere Chiesa, diventino marginali, vengano superate per dare la priorità a quanto conta davvero: l’annuncio del Vangelo. Viviamo con gioia e senso dell’ironia le dinamiche talora tossiche nelle nostre comunità, sapendo che non siamo i primi a viverle. E superiamole.

+++Commento di Paolo Curtaz tratto, per gentile concessione, dal libretto Amen, la Parola che salva.+++

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