Paolo Curtaz – Commento al Vangelo del 30 Marzo 2023

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Osservare la Parola, accoglierla, capirla, meditarla, pregarla, ci porta alla vita nuova, ci allontana dalla morte del giudizio, dallo scoraggiamento, dalla morte fisica. Viviamo a contatto continuo con la morte: pensieri di morte caratterizzano spesso le nostre scelte, le nostre relazioni.

La Parola ci porta a vedere la vita non la morte. Una morte che non dura per sempre, né quella fisica, né quella spirituale. Ci sono momenti di fatica nella vita, anche profonda, in cui ci sembra tutto finito, tutto inutile, tutto spento, in cui pensiamo di avere sbagliato la nostra vita, o di essere sbagliati. È una sorta di morte, certo, ma Gesù ci dice che la morte che ci spegne non è definitiva.

Credere in Gesù ci porta a sperimentare la vita di Dio in noi. E a promettere questa inattesa dinamica è colui che pretende di essere più di Abramo, che pretende, incalzato dai suoi avversari, di essere Io Sono, il nome stesso di Dio. Il nome santo, sacro, impronunciabile, che, quando lo si incontrava nella lettura, veniva sostituito con il termine Adonai, Signore.

Il nome che, se pronunciato invano, veniva sanzionato pesantemente dai devoti e che se veniva bestemmiato, portava dritti alla lapidazione. Gesù, folle di Dio, se lo attribuisce, suscitando una reazione comprensibile e violenta. Ecco chi si crede di essere, il Nazareno: la presenza stessa di Dio. No, Gesù non è un uomo divinizzato dai suoi discepoli, un uomo trasformato in divinità dai suoi compagni.

Gesù si crede Dio. Così si conclude il lungo processo a Gesù da parte dei devoti del suo tempo nel Vangelo di Giovanni. Gesù è un folle arrogante che si prende per Dio. Oppure è ciò che dice di essere: la presenza stessa di Dio?

La quaresima è il tempo per fare deserto delle nostre emozioni, del rumore di fondo che intossica la nostra vita, anche quella spirituale, per chiederci, qui e ora, ancora una volta: ma tu, Signore, chi sei per me, davvero?

Fonte: Il mensile “Amen – la Parola che salva

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