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Paolo Curtaz – Commento al Vangelo del 20 Marzo 2025

Vangelo di Luca – Lc 16,19-31

Nella vita, tu hai ricevuto i tuoi beni, e Lazzaro i suoi mali; ma ora lui è consolato, tu invece sei in mezzo ai tormenti.

In quel tempo, Gesù disse ai farisei:
«C’era un uomo ricco, che indossava vestiti di porpora e di lino finissimo, e ogni giorno si dava a lauti banchetti. Un povero, di nome Lazzaro, stava alla sua porta, coperto di piaghe, bramoso di sfamarsi con quello che cadeva dalla tavola del ricco; ma erano i cani che venivano a leccare le sue piaghe.
Un giorno il povero morì e fu portato dagli angeli accanto ad Abramo. Morì anche il ricco e fu sepolto. Stando negli inferi fra i tormenti, alzò gli occhi e vide di lontano Abramo, e Lazzaro accanto a lui. Allora gridando disse: “Padre Abramo, abbi pietà di me e manda Lazzaro a intingere nell’acqua la punta del dito e a bagnarmi la lingua, perché soffro terribilmente in questa fiamma”.
Ma Abramo rispose: “Figlio, ricòrdati che, nella vita, tu hai ricevuto i tuoi beni, e Lazzaro i suoi mali; ma ora in questo modo lui è consolato, tu invece sei in mezzo ai tormenti. Per di più, tra noi e voi è stato fissato un grande abisso: coloro che di qui vogliono passare da voi, non possono, né di lì possono giungere fino a noi”.
E quello replicò: “Allora, padre, ti prego di mandare Lazzaro a casa di mio padre, perché ho cinque fratelli. Li ammonisca severamente, perché non vengano anch’essi in questo luogo di tormento”. Ma Abramo rispose: “Hanno Mosè e i Profeti; ascoltino loro”. E lui replicò: “No, padre Abramo, ma se dai morti qualcuno andrà da loro, si convertiranno”. Abramo rispose: “Se non ascoltano Mosè e i Profeti, non saranno persuasi neanche se uno risorgesse dai morti”».

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Parola del Signore.

Luca, oggi, ci lascia una tragica parabola che ci scuote nel profondo: la storia di Lazzaro e il ricco epulone. Dio conosce per nome il povero Lazzaro (il nome in Israele è manifestazione dell’intimo: Dio conosce la sofferenza di questo mendicante!). Egli è privo di tutto: non ha casa, non ha vestito, non ha salute.

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È gettato alla porta del ricco, coperto di piaghe e ulcere, passivo, incapace persino di allontanare i cani che gli si avvicinano per leccargli le ferite. Gesto di compassione o anticamera della morte? Scegliete voi. Possiede solo due cose: il desiderio di sfamarsi di ciò che cade dalla tavola del ricco e il silenzio.

L’ultima cosa che resta di lui, annichilito come persona, una “cosa” gettata (bàllo, scrive Luca), è il desiderio. Ha molto desiderato. Desidera. È ciò che resta di noi, quando tutto il resto scompare. Tace, Lazzaro. Desidera ma non dice. Desidera cibarsi delle briciole cadute dalla tavola del ricco.

Non ha nome il ricco epulone, che – peraltro – non è descritto come una persona particolarmente malvagia, ma solo troppo assorbita dalle sue cose per accorgersi del povero che muore davanti a lui. Dio non conosce il ricco epulone: egli è bastante a se stesso, non ha bisogno di Dio, non si pone alcun problema religioso. È saldamente indifferente e si tiene lontano dalla sua interiorità. E Dio rispetta questa distanza.

Il cuore della parabola non è la vendetta di Dio che ribalta la situazione tra il ricco e il povero, come a noi farebbe comodo pensare, in una sorta di pena del contrappasso. Il senso della parabola, la parola chiave per capirla, è: abisso.

C’è un abisso fra il ricco e Lazzaro, un burrone incolmabile. La vita del ricco, non condannato perché ricco, ma perché indifferente, è tutta sintetizzata in questa terribile immagine: è un abisso la sua vita. L’abisso invalicabile è nel suo cuore, nelle sue false certezze, nella sua supponenza, nelle sue piccole e inutili preoccupazioni.

+++Commento di Paolo Curtaz tratto, per gentile concessione, dal libretto Amen, la Parola che salva.+++

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