Gesù parte su una barca ritirandosi in disparte, in un luogo deserto, in disparte, dopo avere appreso la morte di Giovanni Battista.
Gesù cerca la solitudine per prendere una distanza dall’evento dell’esecuzione del Battista, leggendo così la propria responsabilità di fronte al vuoto lasciato da Giovanni.
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Questo avviene mentre le folle che lo seguono a piedi dalle città si presentano a lui quando sbarca a riva. Di fronte a questo accadimento Gesù non punta il dito del rifiuto di questo modo di fare.
Gesù ha una risposta: vide molta folla e provò compassione per loro, curando i loro malati. Questa risposta di Gesù è un invito a vivere la compassione come atteggiamento vitale in quello che viviamo. Viviamo non per giudicare e rifiutare, ma per incontrare. È un vedere ciò che capita vivendo e provando compassione. Una compassione che si prende cura dei malati di coloro che erano giunti a lui.
Gesù passa da una sofferenza legata alla morte del Battista, a vedere la sofferenza del prossimo, delle folle: vede la sofferenza, soprattutto, dei malati e degli infermi.
Un vedere che lo porta a prendersi cura di loro: entra in contatto con la loro sofferenza. Non la rifugge, non la giudica, la accoglie. Il vedere la sofferenza delle folle lo porta ad avere compassione, a vivere con com-passione esprimendo un atteggiamento che diviene cura, azione terapeutica. Questa è la risposta di Gesù, una risposta umile, non giudicante, una risposta fattiva al male del mondo. Si era ritirato ma si lascia toccare dalla sofferenza. Non la giudica, la vive. Non la rifiuta perché era giunto lì per vivere in pace la solitudine, in un deserto, in disparte, per il dramma della morte di Giovanni Battista. La verità di questa passione lo porta non a rifuggire ma a prendersi cura dei malati della folla.
Gesù assume responsabilità nei confronti della vita, non fa come i discepoli che, concreti come noi, vorrebbero che Gesù licenziasse la gente per consentire loro di andare ad acquistare il vivere. Un atteggiamento, quello dei discepoli, che viviamo anche noi nel quotidiano, nel nostro rapporto con la vita, con la vita dei tanti o pochi che imcontriamo.
Gesù dice: “Date loro voi stessi da mangiare”. Gesù toglie ogni deresponsabilizzazione che abbiamo nei confronti dei bisognosi. Noi ci distogliamo da ogni responsabilità di fronte alla povertà del prossimo, anche quando questo si ritiene ricco e, secondo lui, pieno di ragioni. Questo atteggiamento di Gesù suscita l’obiezione dei discepoli che vedono nella loro povertà l’impedimento ad assolverlo: “non abbiamo che cinque pani e due pesci”. A cosa vuoi che servano, a cosa vuoi che siano utili?
Questa è la reazione scandalizzata dei discepoli, cioè nostra, in nome del buon senso, della razionalità, dell’efficienza. Una reazione che si manifesta come illogica, secondo Gesù, perché usa la povertà, la fame dell’altro, per sentirsi a posto, per non dovere essere nulla. La dipendenza nasce dalla non libertà: dipendiamo da ciò che l’altro pretende o pensa di avere anche nel molto, negando la sua forza e la sua potenza: siamo dipendenti da una reazione al negativo che negativa altro non è.
Nella risposta di Gesù la povertà non solo non è un impedimento, ma è la condizione che manifesta la potenza della condivisione e dell’azione di Dio.
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La povertà della chiesa, della comunità, è la condizione della sua efficacia evangelica: svela la sua fede che consente alla potenza di Dio di agire.
La domanda che dovrebbe accompagnarci è: che cosa posso fare io?
Non vedere la propria e l’altrui sofferenza porta a congedare le folle: è impossibile da risolvere la fame della gente. Vedere la sofferenza se crea compassione, diventa ricerca di una soluzione del problema, diventa condivisione, diventa un prendersi cura, è ricerca di risposta senza essere certi di nulla se non della passione per il bene altrui.
È la gratuità del cibo dove il banchetto imbandito da Gesù è frutto di condivisione e si oppone alla richiesta dei discepoli di congedare le folle perché possano andare a comprarsi da mangiare. Il banchetto diventa un’istanza di giustizia e fratellanza da cui nessuno può restare escluso.
È un invito a cogliere la chiamata al “non ci sarà più fame”! È speranza di un mondo dove non esista più la piaga della fame, dove non si muore più per fame, morte continuamente voluta dagli uomini. Ciò che interessa è il prezzo dell’impiego quotidiano, qui e ora, per dare da mangiare agli affamati di cibo e di amore, per debellare le cause strutturali che riducono alla fame intere popolazione magari con la giustificazione di oppressione e violenza.
Mangiare è un’arte: si è chiamati a mangiare. È il nostro corpo che ci chiama a mangiare. Gli uomini mangiano insieme, il banchetto è un invito che viene dagli altri e degli altri. Mangiare è attendersi e condividere, il cibo che sfama è anche quello delle relazioni umane.
È bello cogliere come Gesù dona cibo abbondante e sazia una folla numerosa condividendo il poco a disposizione!
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