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p. Fernando Armellini – Commento al Vangelo del 24 Agosto 2025

Domenica 24 Agosto 2025 - XXI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO - ANNO C
Commento al brano del Vangelo di: Lc 13,22-30

Data:

Padre Fernando Armellini, biblista Dehoniano, commenta il Vangelo di domenica 24 agosto 2025.
Se sei interessato a tutti i sui commenti al Vangelo, puoi leggerli qui.

Attenti a non fare tardi

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“Allarga lo spazio della tua tenda, stendi i teli della tua dimora senza risparmio, allunga le cordicelle, rinforza i tuoi paletti, poiché ti allargherai a destra e a sinistra” (Is 54,2-3). È l’invito che il profeta rivolge a Gerusalemme racchiusa dentro una stretta cerchia di mura. Il tempo del gretto nazionalismo è finito; nuovi, sconfinati orizzonti si spalancano: la città deve prepararsi ad accogliere tutti i popoli che accorreranno a lei perché tutti, non solo Israele, sono eredi delle benedizioni promesse ad Abramo.

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L’immagine usata dal profeta è deliziosa, ci fa contemplare, quasi visivamente, l’umanità intera in cammino verso il monte sul quale è situata Gerusalemme. Lì il Signore ha preparato “il banchetto di grasse vivande, un banchetto di vini eccellenti, di cibi succulenti, di vini raffinati” (Is 25,6).

Con un’altra immagine della città, l’autore dell’Apocalisse descrive, nelle ultime pagine del suo libro, la lieta conclusione della travagliata storia dell’umanità. Gerusalemme è “cinta da un grande e alto muro, con dodici porte. Ad oriente tre porte, a settentrione tre porte, a mezzogiorno tre porte e ad occidente tre porte” (Ap 21,12-13). L’immagine è diversa, ma il messaggio è il medesimo: da qualunque parte arrivi, ogni uomo si troverà di fronte le porte della città spalancate pronte per accoglierlo.

Ma il cammino verso il banchetto del regno di Dio non è una comoda passeggiata. La via che vi conduce è stretta e la porta – dice Gesù – è angusta e difficile da trovare. Questa affermazione non contraddice il messaggio ottimistico e gioioso dei profeti che annunciano la salvezza universale. Mette in guardia dall’illusione di essere sulla strada giusta, quando ci si sta invece perdendo lungo sentieri che allontanano dalla meta.

Giungeranno tutti, sì, ma… non conviene arrivare alla fine del banchetto.

Per interiorizzare il messaggio, ripeteremo:
“Ti loderanno, Signore, tutti i popoli della terra”.

Vangelo Lc 13,22-30

In quel tempo, 22 Gesù passava per città e villaggi, insegnando, mentre camminava verso Gerusalemme. 23 Un tale gli chiese: “Signore, sono pochi quelli che si salvano?”.
Rispose: 24 “Sforzatevi di entrare per la porta stretta, perché molti, vi dico, cercheranno di entrarvi, ma non ci riusciranno. 25 Quando il padrone di casa si alzerà e chiuderà la porta, rimasti fuori, comincerete a bussare alla porta, dicendo: Signore, aprici. Ma egli vi risponderà: Non vi conosco, non so di dove siete. 26 Allora comincerete a dire: Abbiamo mangiato e bevuto in tua presenza e tu hai insegnato nelle nostre piazze. 27 Ma egli dichiarerà: Vi dico che non so di dove siete. Allontanatevi da me voi tutti operatori d’iniquità! 28 Là ci sarà pianto e stridore di denti quando vedrete Abramo, Isacco e Giacobbe e tutti i profeti nel regno di Dio e voi cacciati fuori.
29 Verranno da oriente e da occidente, da settentrione e da mezzogiorno e siederanno a mensa nel regno di Dio.
30 Ed ecco, ci sono alcuni tra gli ultimi che saranno primi e alcuni tra i primi che saranno ultimi”.

Nel Vangelo di Matteo troviamo spesso sulla bocca di Gesù parole dure nei confronti dei malvagi: parla di fuoco della Geenna, minaccia di separare le pecore dai capri e, per ben sei volte, annuncia ai peccatori che li attendono pianto e stridore di denti.

Luca presenta un Gesù più comprensivo, indulgente e sempre pronto a schierarsi dalla parte dei poveri, dei disperati, di chi ha avuto una vita difficile. Lo presenta sempre così… tranne che nel brano di oggi dove, stranamente, compaiono minacce e condanne. C’è una porta stretta attraverso la quale è quasi impossibile passare: viene addirittura chiusa e chi è dentro è dentro, chi è fuori è fuori. I ritardatari sono respinti in malo modo: è troppo tardi! – grida il padrone – Via di qui! Lontano da me! Non vi conosco! Ci sarà pianto e stridore di denti!.

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Chi si è lasciato coinvolgere e affascinare dai temi cari a Luca – la gioia, la festa, l’ottimismo, la clemenza di Dio – rimane allibito. Mai si sarebbe aspettato da Gesù un comportamento simile. Colui che amava i pubblicani e i peccatori e che accettava volentieri i loro inviti a cena, adesso sbatte la porta in faccia ai suoi amici. Il Gesù inflessibile di questa parabola non sembra più lo stesso che suggeriva di invitare al banchetto “storpi, zoppi e ciechi” (Lc 14,13) dai quali non possiamo attenderci né la puntualità né che trovino subito la porta d’entrata. Non assomiglia al medico venuto per curare i malati, né al pastore che si intenerisce di fronte alla pecorella smarrita, né all’amico che si alza di notte a dare il pane. Ha sentimenti diversi da quelli del padre del figlio prodigo. È strano anche il suo consiglio “sforzatevi di entrare per la porta stretta!”: sembra un invito a preoccuparsi solo per la propria salvezza.

Chi, sgomitando riesce ad accaparrarsi un posto nella sala del banchetto, pare si disinteressi di chi è rimasto fuori.

Non è difficile intuire cosa ha spinto Luca ad inserire nel Vangelo queste parole dure. Nelle sue comunità si sono infiltrati il lassismo, la stanchezza, la presunzione di essere a posto con Dio, la supponenza, la convinzione che bastino i buoni propositi e che la salvezza possa essere ottenuta a buon mercato.

Luca si rende conto che su molti cristiani incombe il rischio di rimanere esclusi dal Regno e si sente in dovere di smentire il falso ottimismo che si è diffuso. Impiega immagini legate alla sua cultura, ambiente ed epoca. Dobbiamo tenere presente questo fatto altrimenti possiamo travisarne il senso e considerarle informazioni su ciò che accadrà alla fine del mondo. I particolari sono drammatici, il linguaggio è impressionante, ma così si esprimevano i predicatori di quel tempo quando volevano scuotere gli ascoltatori.

Vediamo di cogliere il reale significato di quanto viene detto.

Un giorno un uomo si lascia sfuggire una domanda: “Sono pochi quelli che si salvano?” (v.23). Alcuni rabbini insegnavano che tutto il popolo d’Israele avrebbe preso parte al banchetto del regno. Ma altri sostenevano: no, sono più numerosi quelli che si perdono rispetto a quelli che si salvano, come un fiume è maggiore di una goccia d’acqua. L’opinione più diffusa era: “Questo secolo l’Altissimo l’ha creato per una moltitudine, ma il futuro per un piccolo numero. Molti sono creati, pochi però saranno salvati”.

Gesù non prende posizione sull’argomento: la domanda è posta male e in questo caso la risposta, qualunque essa sia, è scorretta e fuorviante. Se risponde sì, crea false sicurezze, se risponde no provoca scoraggiamento. Allora si rifiuta di fare il visionario apocalittico; non è venuto per svelare numeri e date segrete, come farneticano alcuni sognatori del giorno d’oggi. Preferisce cambiare discorso. Non entra in speculazioni sulla fine del mondo e sulla salvezza eterna, gli preme chiarire come si entra nel regno di Dio, cioè, come si diviene e come ci si mantiene oggi suoi discepoli.

La prima condizione è: “Sforzatevi di entrare per la porta stretta perché molti cercheranno di entrarvi, ma non vi riusciranno” (v.24).

Stupisce il fatto che qualcuno non riesca ad entrare. Chiaramente non gli manca la buona volontà, ma sbaglia il modo. Il riferimento è al fariseo che conduce una vita impeccabile ed esemplare, digiuna due volte per settimana, non è ladro né adultero, eppure non entra.

Per passare attraverso una porta stretta – lo sappiamo – c’è un solo modo: contorcersi, contrarsi, insomma… farsi piccoli. Chi è grande e grosso non passa; può tentare in tutti i modi, per dritto o per traverso, non ce la farà! Ecco cosa preme far capire a Gesù: non si può essere discepoli se non si rinuncia ad essere grandi, se non ci si fa piccoli e servi di tutti.

Eccolo l’errore del fariseo: la presunzione, la fiducia riposta nella propria santità, nelle proprie opere buone. Egli non risparmia energie, fa di tutto per piacere a Dio – lo riconosce anche Paolo (Rm 10,3) – ma è troppo grande.

Piccolo è chi sa di non meritare nulla, chi, guardando a se stesso, si sente fragile e perduto, chi non può che appellarsi alla misericordia di Dio, solo costui riesce a passare.

Chi non assume la disposizione interiore del piccolo, qualunque pratica religiosa esegua – preghiere, catechesi, prediche, devozioni, persino miracoli (Mt 7,22) – non entra nel regno di Dio.

Gesù continua il suo discorso, sviluppa il suo invito a lottare per aver parte al banchetto mediante una parabola che introduce un’altra esigenza: è necessario affrettarsi, non c’è tempo da perdere (vv.25-30).

Un signore offre gratuitamente un banchetto al quale chiunque può prendere parte, basta – come abbiamo visto – essere sufficientemente piccoli e non presentarsi con pretese. Ma attenzione: ad un certo punto la porta viene sbarrata.

Il padrone è chiaramente Dio che, come ha promesso per bocca dei profeti (Is 25,6-8; 55,1-2; 65,13-14), organizza il banchetto del regno.

La scena ora si sdoppia. Abbiamo un primo gruppo di persone che, rimaste fuori, pretendono di entrare gridando le proprie ragioni. Dicono: “Abbiamo mangiato e bevuto in tua presenza e tu hai insegnato nelle nostre piazze” (v.26). Ma il padrone non apre e li caccia chiamandoli: “Operatori d’iniquità” (v.27).

Chi sono costoro? Vediamo di identificarli: hanno conosciuto bene Gesù, lo hanno ascoltato, con lui hanno mangiato il pane. Non sono dunque dei pagani, sono membri della comunità cristiana. Sono coloro che hanno il loro nome scritto nei registri dei battesimi, che hanno letto il Vangelo e hanno partecipato al banchetto eucaristico. Ritengono di avere le carte in regola per entrare alla festa, vengono invece allontanati perché la conoscenza della proposta evangelica non basta, è necessario aderirvi. Chi non fa per tempo questa scelta rimane un operatore d’iniquità.

La severa condanna è rivolta ai cristiani tiepidi che si accontentano di un’appartenenza esteriore alla comunità, celebrano liturgie vuote che si riducono a riti esteriori che non trasformano la vita.

Questa condanna non va intesa come un rifiuto definitivo, non è un’esclusione eterna dalla salvezza. Una simile interpretazione è superficiale e pericolosa perché contraddice il messaggio evangelico.

Le parole di Gesù si riferiscono al presente, all’appartenenza qui e oggi al regno di Dio. Sono un pressante invito a riconsiderare, con urgenza, la propria vita spirituale perché molti coltivano l’illusione di essere discepoli, ma non lo sono affatto. Costoro, se non se ne rendono subito conto, finiranno in pianto (quando si accorgeranno di aver fallito) e stridor di denti (segno della rabbia di chi capisce, troppo tardi, di aver sbagliato).

Veniamo ora al secondo gruppo, quello composto da chi è dentro. Seduti a mensa ci sono i patriarchi: Abramo, Isacco, Giacobbe, poi tutti i profeti, infine una moltitudine immensa, venuta da Oriente e da Occidente, da settentrione e da mezzogiorno. Non si dice che tutti costoro hanno conosciuto Gesù e hanno camminato al suo fianco, forse molti non sanno nemmeno che è esistito. Ciò che è sicuro è che, se sono riusciti ad entrare, significa che sono passati per la porta stretta, gli altri vengono lasciati fuori (vv.28-30).

Torniamo indietro di qualche pagina. Al capitolo 9 del Vangelo di Luca si dice che un giorno, fra i discepoli, sorse una discussione per sapere chi fosse il più grande. Gesù allora, preso un bambino, se lo mise vicino e disse: “Chi è il più piccolo tra tutti voi, questi è grande” (Lc 9,46-48). Non può aver parte al banchetto del regno chi non si sforza di farsi piccolo.

Gesù non ha voluto spaventare con la minaccia dell’inferno. La sua condanna è rivolta contro la vita tiepida, incoerente, ipocrita che oggi conducono tanti che si reputano suoi discepoli. Eppure, anche di fronte alle sue parole inquietanti, ci sono cristiani che non si lasciano sfiorare dal dubbio che un giorno egli possa dire loro: “Non vi conosco!”.

Luca – forse un po’ a malincuore, perché non è nel suo stile – ha introdotto questo testo nel suo Vangelo, ma, a differenza di Matteo che conclude in modo cupo e minaccioso: “i figli del regno saranno cacciati fuori nelle tenebre, ove sarà pianto e stridore di denti” (Mt 8,12), egli chiude la parabola con la scena della festa e del banchetto e con il detto significativo: “Ecco ci sono ultimi che saranno primi e ci sono primi che saranno ultimi” (v.30).

Alla fine quindi tutti verranno accolti, anche se – purtroppo per loro – gli ultimi avranno perso l’opportunità di godere dall’inizio delle gioie del banchetto del regno di Dio.

Nel sito Settimana News sono presenti anche i commenti alla prima e seconda lettura.