Da Dio bonus a Dio buono
In questi giorni, un insegnante di religione di un liceo ha condiviso sui social un piccolo scambio di battute avuto con i suoi studenti alla prima lezione dell’anno. “Che cosa si intende per religione?”, ha chiesto alla classe. Una ragazza del primo anno ha risposto: “Imparare ad avere speranza”. È una risposta semplice, data da una giovane senza formazione teologica che si trova in quell’età in cui spesso si mette in discussione tutto ciò che riguarda i dogmi, le tradizioni e gli insegnamenti degli adulti.

Forse, in questa risposta spontanea, possiamo trovare ciò che avrebbe risposto Gesù alla medesima domanda. Egli inizia spesso le sue parabole con l’espressione: “Il regno dei cieli è simile a…”. Non sta parlando del Paradiso (quello semmai è il Regno nei cieli), ma vuole insegnarci chi è Dio per l’uomo dentro la sua storia, rivelando il suo modo di agire nelle vicende umane. Nel contesto religioso in cui Gesù predicava, prevaleva l’idea che Dio fosse un padrone e un giudice da cui meritare benefici o evitare castighi. Si usava molto la parola “debito” per descrivere il rapporto con il Signore e, di conseguenza, anche quello tra le persone. Le relazioni sembravano ridursi a un dare e avere, a un essere in debito o in credito, dove la giustizia consisteva solo nel ripagare i debiti e riscuotere i crediti.
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Gesù conosceva bene questa mentalità e, pur usando la parola “debito”, la smonta dall’interno. Vuole demolire l’idea di un Dio creditore inflessibile e di un uomo perennemente debitore, un Giudice che pesa il bene e il male in modo assoluto e calcolatore. Gesù trasforma questa immagine, perché da essa derivano anche le relazioni tra i suoi discepoli e all’interno della comunità cristiana.
Ed ecco allora questa parabola, così incredibile e provocatoria se presa alla lettera. Raccontandola, Gesù vuole evidenziare il comportamento “ingiusto” del padrone, che risulta tale solo se pensiamo che ogni relazione funzioni secondo l’equilibrio del dare e avere. C’è il padrone di una vigna in cerca di lavoratori, il quale rappresenta bene Dio che ha bisogno di noi, poiché la vigna siamo noi, la nostra storia e il mondo che abitiamo. Questo padrone esce a tutte le ore per chiamare sempre nuove persone. Sembra proprio che il suo vero interesse non sia il lavoro agricolo, ma i lavoratori stessi.
Tutti devono avere la possibilità di impegnarsi per Dio nella vigna della vita, della storia e del creato. C’è chi ha lavorato fin da subito e chi è arrivato dopo, forse per pigrizia, o magari perché nessuno lo aveva chiamato o perché chi conosceva la notizia l’aveva tenuta per sé. Ma questo padrone esce e chiama in continuazione e, a tutti, dà la stessa ricompensa. Qui sta la svolta graffiante e quasi “antipatica” della storia. La protesta dei primi lavoratori ha senso solo se lo scopo di tutto è il salario. Il padrone, però, inizia intenzionalmente a pagare dagli ultimi perché ha un modo diverso di amministrare. Egli non è solo giusto, è soprattutto buono. La vera paga è la gioia di collaborare tutti insieme per il bene della vigna.
Dio è buono e desidera che lavoriamo con lui. La ricompensa non è solo nell’aldilà, dopo un meticoloso conteggio del bene e del male, ma è già qui, dentro la vita. È la bellezza di costruire il Regno dei cieli nel regno umano, troppo spesso devastato da ingiustizie, divisioni e guerre. Per questo è bello unirsi al più presto ai lavoratori, rispondendo subito alla chiamata del Vangelo, senza perdere tempo chiudendoci in noi stessi e sprecando il bene che portiamo dentro.
Forse, tra i lavoratori della prima ora, ci siamo anche noi che partecipiamo alla Messa, ci professiamo cristiani e ci sforziamo di vivere la fede. Invece di giudicare chi si aggiunge lungo il cammino e si avvicina tardi, dobbiamo solo accogliere e gioire, perché lavoriamo tutti per il Regno. La ricompensa più grande non è il salario alla fine della vita, dono dato liberamente da Dio a tutti, ma è l’essere protagonisti del Vangelo fin da ora. Ecco cos’è la religione: non una gara per accumulare meriti per il Paradiso, ma “imparare la speranza”, vivendo nel mondo con la gioia di fare il bene e di collaborare insieme.
Religione è anche “insegnare la speranza”, invitando altri a credere nella bellezza del Vangelo capace di cambiare il mondo. Gesù supera la logica della competizione e dei giudizi reciproci per costruire un mondo di bontà. I lavoratori della prima ora non lo capiscono e pretendono un compenso maggiore per sentirsi migliori degli altri. Anche noi rischiamo di considerare il Signore il Dio dei premi a punti. Ma il Vangelo ci insegna che Dio non è “bonus”, ma buono, infinitamente buono.he si preparano alla tappa finale del loro cammino e sono chiamati a fare una scelta di fede per la loro vita. Ho visto in loro, a volte, la fatica di riconoscere nella Chiesa, in qualche parroco o in qualche adulto della comunità, il vero volto misericordioso di Dio. Vedono un Dio con la montatura sbagliata degli occhiali, che restituisce uno sguardo giudicante e non uno sguardo buono che accoglie e fa venire voglia di credere. Sta a noi come Chiesa mostrare, sia tra di noi che al mondo, il volto di un Dio che comprende, perdona, non soffoca ma dona speranza. Non sette volte, ma settanta volte sette.
Fonte: il blog di don Giovanni Berti (“in arte don Gioba”)
