“il Signore apparve a Salomone in sogno durante la notte e gli disse: Chiedimi ciò che io devo concederti… Concedi al tuo servo un cuore docile perché sappia rendere giustizia al tuo popolo e sappia distinguere il bene dal male…”. Salomone è il re che simbolo della sapienza del governare. La pagina biblica presenta un dialogo al momento dell’inizio del suo regno: Dio si presenta pronto a dare un dono a Salomone e questi non chiede potenza, ricchezza o gloria personale. Manifesta invece consapevolezza del suo limite e chiede a Dio la saggezza nel distinguere il bene dal male, per essere operatore di giustizia in mezzo al popolo. Chiede a Dio un cuore docile: vive un profondo affidamento ed è insieme consapevole della sua responsabilità. Il cuore docile è di chi sta in ascolto, senza risposte semplici ed immediate, di chi sa la fatica della ricerca: ascoltare le situazioni, distinguere il bene dal male, operare un discernimento e portare ad attuazione quanto si è maturato.
Rendere giustizia implica un operare in grado di costruire relazioni, relazioni con il popolo da governare, e relazioni con Dio di fronte alla sua responsabilità. Salomone è consapevole di una duplice fedeltà: a Dio in primo luogo, perché le sue scelte siano ispirate da lui, ed alle persone verso cui è chiamato. governare è rendersi strumento della cura di Dio verso il povero, la vedova il forestiero. Il cuore è nella mentalità biblica il centro e la sede delle scelte; docilità significa capacità di lasciarsi guidare dalle ispirazioni di Dio, dalla fedeltà a Lui e nel contempo di lasciarsi guidare ad individuare scelte giuste nelle situazioni concrete. Rendere giustizia divien così progetto di comunità e di riconoscimento, di ascolto e di tessitura di relazioni di pace.
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Nel vangelo tre parabole richiamano tre elementi: il tesoro, la perla, la rete gettata nel mare. Gesù parla del regno dei cieli indicando innanzitutto l’esperienza della ricerca. Chi ascolta le sue parole è chiamato a porsi in una situazione di apertura, di ricerca. Il regno dei cieli è scoperta di qualcosa di nascosto e prezioso, più grande di ogni altra cosa umana. L’immagine del tesoro racchiude questo senso di unicità e preziosità per cui vale la pena di lasciare tutto il resto. La parabola della perla indica una occasione unica, da non perdere, e suggerisce anche lo stile in cui accogliere il regno: con gioia.
La terza parabola si riferisce all’esperienza della pesca: dopo la pesca andava compiuta una selezione tra pesci puri e impuri, quelli senza scaglie andavano eliminati perché non adatti alla mensa. Gesù parte da questa esperienza e indica il regno come realtà presente che esige pazienza, attesa. L’azione di raccogliere i pesci buoni e buttare via i cattivi solo alla fine. Il compito del presente è un altro, non sta nella preoccupazione di dividere e selezionare, è piuttosto il tempo del gettare la rete nel mare dell’umanità, del lasciare che questa rete abbia modo di accogliere in sé presenze diverse. Il regno è realtà già in atto e tuttavia rinvia ad un futuro nelle mani di Dio, è una vita segnata da questa speranza e da questa fiducia che il nostro tempo vive già al suo interno una trasformazione una novità che si renderà chiara alla fine. Gesù pone l’esigenza nel momento presente di cambiare mentalità aprendosi alla gioia di un incontro con Dio e di relazioni nuove possibili sin dal presente accogliendo una bella notizia che supera ogni annuncio di minaccia e di giudizio.
Questa medesima fiducia nel tempo in cui è presente il disegno di comunicazione di Dio risuona nel testo della seconda lettura: ‘noi sappiamo che tutto concorre al bene di coloro che amano Dio, che sono stati chiamati secondo il suo disegno’.
Per gentile concessione di p. Alessandro – dal suo blog.
p. Alessandro Cortesi op
Sono un frate domenicano. Docente di teologia presso l’Istituto Superiore di Scienze Religiose ‘santa Caterina da Siena’ a Firenze. Direttore del Centro Espaces ‘Giorgio La Pira’ a Pistoia.
Socio fondatore Fondazione La Pira – Firenze.

