MI TRADITE E IO VI CHIAMO AMICI
Gv 13, 21-33.36-38
Uno di voi mi tradirà.
Sono forse io?
Chiede Giuda.
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È lui la più amata,
la più dolorosa spina
della passione.
All’inizio dei racconti
della passione,
il Vangelo del tradimento.
Non c’è da scandalizzarsi:
il tradimento accompagna
la comunità
fin dalle origini.
Anzi accompagna me:
sono forse io? sì sono io…
ma poi ciò che conta è
scoprire che la fedeltà di Dio
è più grande del tradimento.
E infatti Giuda resta all’interno
dei gesti d’amicizia di Gesù,
che lava i piedi anche a lui,
intinge il boccone e glielo offre,
nell’orto lo chiama “amico”,
con un bacio mi tradisci?
È difficile immaginare
una celebrazione più realistica
e faticosa dell’ultima cena.
Chi vuole farne un sereno
e felice banchetto,
lo svuota del suo realismo scandaloso.
È il momento della crisi,
e Gesù passa per il fuoco.
Il momento in cui tutto è esploso,
tutto sembra finire.
Dice che è arrivata la fine,
che sarà tradito
e Pietro lo rinnegherà;
che tutti gli altri
lo abbandoneranno,
ingoiati dalla paura.
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Eppure lava loro i piedi.
Davanti alla crisi
Gesù non fugge,
la affronta.
Affronta l’incoerenza dei suoi,
il fallimento
di quei tre anni insieme,
e invece di giudicare, accusare,
invece di rimandarli a casa,
al lago, al banco,
alle barche perché non ce la fanno,
inventa qualcosa per aiutarli
ancora a capire,
per farli salire,
su verso il suo sogno
(M. Marcolini):
prende i loro piedi
fra le mani,
nel gesto dello schiavo
o della donna;
si fa pane da masticare,
neppure il suo corpo
ha tenuto per sé.
Avrebbe potuto lasciarli lì,
e lasciare anche me,
ricominciare altrove con altri.
Invece Gesù
ha una strategia vitale:
portare più in alto,
allargare orizzonti,
far respirare aria più pura:
«Voi mi abbandonate,
mi tradite
perché mi uccidano
e io mi fido ancora di voi».
Eccola la Pasqua:
essere amici della vita fragile,
fidandoci di essa comunque,
anche nei giorni in cui
sembra averci tradito.
Per gentile concessione di p. Ermes, fonte.
