FERITE DISINNESCATE
13 settembre – XXIV domenica Mt 18,21-35
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Il perdono è una parabola che scardina il nostro cuore piccolo: Non dovevi anche tu aver pietà?
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Chiave di volta di tutta l’etica umana. Perché perdonare? Un istinto in noi ci fa credere che il male subìto si possa “riparare” mediante un altro male. Ferire chi ci ha ferito, col risultato d’avere non più una, ma due ferite che sanguinano!
Il perdono non va confuso neppure con il subire in silenzio, occorre fare la giustizia per raggiungere la riconciliazione, come fu per il miracoloso processo storico di Nelson Mandela per il Sudafrica.
Il perdono non sanerà la ferita, ma ci libera da uno sguardo cattivo che vede nemici dovunque. «Ci strappa dai circoli viziosi, spezza le coazioni a ripetere su altri il male subìto, rompe la catena della colpa e della vendetta, spezza le simmetrie dell’odio» (H. Arendt).
La parola greca impiegata dai vangeli per indicare il perdono è afesis. Deriva da “afiemi”, verbo di movimento: andare da un luogo ad un altro, lasciare un posto per raggiungerne un altro, aprire porte e legami e serrature, tagliare lacci e rimettere qualcuno nel vento e nel sole, mettere spontaneamente in libertà la persona.
Il perdono è mandare via, mandare altrove, mandare avanti. Significa movimento, è il salpare della nave, lo scoccare della freccia, è la carovana che parte, l’aquila che si lancia in volo, il prigioniero che esce dal carcere.
Dio non è Colui che, pur sentendosi offeso, perdona. Dice Turoldo: «È noi che offende questo continuo peccare, non te». E’ Dio che ti lancia in avanti, ti fa salpare verso albe intatte, offre possibilità nuove con un supplemento di energia: d’ora in avanti tu sarai…!
Il perdono non libera il passato, libera il futuro.
Quando noi preghiamo “rimetti i nostri debiti”, stiamo chiedendo: donaci la libertà, lasciaci per oggi e per domani tutta la libertà e la forza di volare e di amare, di generare e di dare alla luce.
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Anche il sacramento detto della Confessione non è rivolto tanto ai peccati di ieri, quanto alla strada di domani; non è un colpo di spugna sugli sbagli della vita, è un colpo d’ala per ripartire e trasformarci.
A volte noi perdoniamo ma in qualche angolo della memoria custodiamo le offese ricevute, come munizioni pronte per la prossima battaglia; San Francesco scriveva: «Farai vedere negli occhi il perdono». Non il perdono a stento, non quello a muso duro, ma quello che esce dagli occhi, dallo sguardo nuovo e buono, che ti cambia il modo di vedere la persona. E diventano occhi che ti custodiscono, dentro i quali ti senti a casa.
Perché Dio perdona, perché è buono? No, anche un uomo è capace di bontà. Dio perdona per un atto di fede in me, di fiducia: vede la luce prima delle ombre, vede la mia vita “d’ora in avanti” come per l’adultera perdonata, vede un futuro buono dove il bene possibile conta più del male presente.
Per gentile concessione di p. Ermes, fonte.
