Mons. Giovanni D’Ercole – Commento al Vangelo del 21 Maggio 2023

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La festa dell’Ascensione di Gesù al Cielo, che oggi celebriamo, può essere considerata come la solenne conclusione della sua permanenza e missione sulla terra. E’ inoltre preludio e preparazione alla Pentecoste con l’irruzione potente dello Spirito Santo, più volte promesso agli apostoli, che segnerà l’avvio della missione della Chiesa, inviata ad annunciare e testimoniare il vangelo su tutti i sentieri dell’umanità. Infatti Gesù si congeda dagli apostoli dicendo loro: “Riceverete la forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi, e di me sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria e fino ai confini della terra” (At 1,8).

Così leggiamo nella prima lettura che è l’inizio del libro degli Atti degli Apostoli ed il testo prosegue informandoci che “detto questo, mentre lo guardavano fu elevato in cielo e una nube lo sottrasse ai loro occhi” (At 1,9). Risurrezione, Ascensione e Pentecoste sono quindi elementi d’un unico grande progetto divino che inaugura la diffusione del cristianesimo nel mondo. E l’Ascensione è l’ultima apparizione terrena di Gesù ai suoi discepoli mentre si congeda da loro e ascende al cielo. Scrive sant’Agostino: “Come Egli è asceso e non si è allontanato da noi, così anche noi già siamo lassù con lui, benché nel nostro corpo non si sia ancora avverato ciò che ci è promesso. Con lui salga pure il nostro cuore”. Dunque, pur elevato in cielo avvolto da una nube di gloria, il Signore resta con noi e ci attrae a sé.

In che consiste il mistero della sua Ascensione? Che messaggio ci è dato dalla Bibbia e dall’odierna liturgia quando si afferma che Gesù “fu elevato in alto”? Benedetto XVI ricordava in primo luogo che per capire il senso di questa espressione occorre mettersi in ascolto di tutta la Sacra Scrittura e non fermarsi solamente a un testo, né riferirsi a un unico libro del Nuovo Testamento. Elevare è un verbo utilizzato nell’Antico Testamento per l’insediamento del re e qui indica che con la sua Ascensione, Gesù crocifisso e risorto è insediato dal Padre nella sua regalità divina sul mondo. Occorre inoltre riuscire a percepire un altro senso più recondito, non facile da cogliere immediatamente. Negli Atti degli Apostoli san Luca scrive che Gesù fu “elevato in alto” (v. 9), e aggiunge che “è stato assunto” (v. 11).

Non si tratta quindi d’un semplice viaggio verso l’alto, ma di qualcosa di ben diverso, di un intervento della potenza di Dio che introduce Gesù nello spazio della prossimità divina. E la nuvola che “lo sottrasse ai loro occhi” (v. 9), oltre che alla nube che accompagnava Israele nel suo pellegrinaggio, fa pensare alla nube luminosa sul monte della Trasfigurazione. Gesù avvolto nella nube evoca in definitiva il medesimo mistero espresso dalle parole: “sedere alla destra di Dio”. A questo proposito leggiamo oggi nell’Ufficio delle Letture un testo di papa san Leone Magno sull’Ascensione, dove spiega che proprio nel momento in cui scompare “il Figlio dell’uomo si diede a conoscere nella maniera più sublime e più santa come Figlio di Dio, quando rientrò nella gloria della maestà del Padre e cominciò in modo ineffabile a farsi più presente per la sua divinità, lui che nella sua umanità visibile, si era fatto più distante da noi”.

Possiamo allora comprendere come la gloriosa Ascensione completi l’architettonica dei misteri cristologici e sigilli, in qualche modo, la missione nel mondo che Gesù stesso aveva così sintetizzato: «Io sono uscito dal Padre e venni nel mondo; ora lascio il mondo e vado al Padre» (Gv 16,28).

Commemorando il mistero dell’Ascensione cogliamo l’opportunità di rileggere l’intera missione di Cristo, il Verbo eterno disceso dal seno del Padre, che s’incarna nel grembo della Vergine Immacolata, nasce a Betlemme, vive trenta anni nel nascondimento di Nazareth, proclama poi per le strade della Galilea, della Samaria e della Giudea il Vangelo del Regno (cf. Mt 4,23). Termina la sua terrena missione a Gerusalemme dove crocifisso muore abbandonato, ma viene visto da diversi testimoni trionfante sulla morte all’alba del terzo giorno. Ora si presenta a noi mentre ascende al Cielo dalla cima del monte degli Olivi, dove aveva patito un’incredibile dolorosa agonia e aveva pronunciato sudando sangue il suo “si” definitivo alla volontà del Padre.

E per chi ha fede è ben giusto commemorare pieni di speranza la sua Ascensione perché nel cenacolo prima della sua passione Egli aveva assicurato gli apostoli: «Non sia turbato il vostro cuore. Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me. Nella casa del Padre mio vi sono molte dimore. Se no, vi avrei mai detto: “Vado a prepararvi un posto. Quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, verrò di nuovo e vi prenderò con me, perché dove sono io siate anche voi” (Gv14,1-3).

Dio si è fatto uomo per noi, ha assunto la nostra stessa debole umanità che patisce il dolore, la sofferenza e la morte, ma risorto entra vittorioso definitivamente nella sua Gloria, che è anche la Patria dove sono attesi con i battezzati, tutti gli esseri umani. Ci priva della sua presenza visibile, ma resta con noi nascosto in Dio; promette lo Spirito Santo e lo invia come il Consolatore e il Maestro delle nostre anime, la guida sicura per introdurci nella vita di Dio.  

La nostra meta è il cielo, che non è un luogo oltre le stelle del firmamento, bensì Dio stesso: Gesù, vero Dio e vero uomo, ora ci attrae e ci unisce a sé: essere, vivere in Lui, questo è il nostro cielo già sulla terra. Vi entriamo se vogliamo restare in Lui e se tendiamo alla piena comunione con Lui. Questa festa diventa un’occasione propizia per riflettere sulla nostra fede, per rinnovare la nostra fiduciosa speranza e infine per chiederci come viviamo il nostro rapporto con Gesù morto e risorto, invisibile ma realmente vivo nella storia, e sempre attivo nell’esistenza di ognuno di noi. Talvolta si ha l’impressione che non sia Gesù il vero protagonista nella quotidianità delle nostre comunità. Ma senza di Lui come ci sarebbe possibile portare a compimento la missione che lui stesso ci ha affidata? 

L’evangelista Luca scrive che dopo l’Ascensione i discepoli tornarono a Gerusalemme “pieni di gioia” (24,52). Perché? Il motivo è sicuramente perché intuirono nel loro animo che l’Ascensione del Signore non costituiva un vero distacco e non segnava una sua assenza permanente: anzi essi erano ormai certi che il Crocifisso-Risorto era vivo, e, facendo memoria delle sue parole, sapevano che in Lui si aprivano per sempre all’umanità le porte della vita eterna in Dio. In altri termini, la sua partenza per il cielo non ne comportava la temporanea assenza dal mondo, ma piuttosto inaugurava una nuova, definitiva ed insopprimibile e misteriosa sua presenza.

E la missione affidata agli apostoli, resi coraggiosi dalla potenza dello Spirito Santo, sarà quella di testimoniare questa invisibile presenza con l’annuncio della sua parola, la celebrazione dei sacramenti e l’esempio di un popolo nuovo che costruisce la fraternità vivificata dal suo amore. L’odierna solennità, a ben vedere, ci può colmare il cuore di serenità e di fiducia, di entusiasmo e di coraggio missionario, proprio come fu per gli Apostoli che dal Monte degli Ulivi ripartirono “pieni di gioia”. I “due uomini in bianche vesti”, di cui parla il testo biblico, esortano noi oggi a non restare immobili a fissare il cielo, ma, guidati dello Spirito Santo, a correre ovunque per proclamare che Gesù morto e risorto, è realmente vivo perché questa è la promessa con cui san Matteo chiude il vangelo: “Ed ecco io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (Mt 28,19). 

E se Cristo vivo è con noi, la Chiesa non è stata fondata – osserva Benedetto XVI – “per supplire all’assenza del suo Signore “scomparso”, ma al contrario trova la ragione del suo essere e della sua missione nella permanente anche se invisibile azione di Gesù, che è invincibile grazie alla potenza del suo Spirito. In altri termini, potremmo dire che la Chiesa non svolge la funzione di preparare il ritorno di un Gesù “assente”, ma, al contrario, vive ed opera per proclamarne la “presenza gloriosa in maniera storica ed esistenziale” (Cf. Omelia dell’Ascensione 2009).

Dopo la fatica di questi ultimi anni, la nostra testimonianza di fede torni ad essere coraggiosa perché sia percepibile in ogni ambiente la presenza di Gesù vivo: questa è la ricchezza di noi cristiani che abbiamo il dovere di condividere con tutti. E’ Lui stesso ad assicurarci l’alimento quotidiano della sua Parola, ma soprattutto ci dona il suo Corpo e Sangue, viatico indispensabile mentre la Chiesa, come ricorda il Concilio Vaticano II,  “prosegue il suo pellegrinaggio fra le persecuzioni del mondo e le consolazioni di Dio, annunziando la passione e morte del Signore fino a che Egli venga” (Lumen gentium, 8). 

AUTORE: Mons. Giovanni D’Ercole, Vescovo emerito – Pagina FacebookSito Web
✝️ Commento al brano del Vangelo di: ✝ Mt 28,16-20