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Monastero di Bose – Commento al Vangelo del giorno – 7 Novembre 2024

Almeno partecipate alla gioia!

La prima cosa che mi sembra importante è che Gesù ha parole che significano qualcosa anche per il cerchio dei perduti, quello dei più lontani. Gli esclusi e quelli che si sono allontanati lo vanno ad ascoltare interessati, ma lui non si ferma al predicare, ma instaura relazioni e li considera degni di attenzioni particolari. Agli occhi dei religiosi praticanti e dei teologi sembra “strafare” accogliendoli e condividendo la tavola, luogo di comunione, provocando così la loro mormorazione.

L’evangelista non ritiene importante riportate le parole che interessano agli esclusi, ma quelle che Gesù propone proprio ai praticanti, sono queste quelle da ascoltare e custodire!
Una parabola in tre scene tra loro collegate in progressione di importanza: perdere animali, perdere cose preziose, perdere persone/figli. In queste prime due scene viene anticipata (sarà mostrata con più evidenza nella terza scena del padre buono e dei due figli) la situazione possibile del perdersi all’esterno, nel deserto, e del perdersi all’interno, in casa, superando così la pretesa distinzione dentro/fuori di chi si sente a posto.

Non c’è la descrizione dell’atteggiamento di chi si è perduto, ma quella di chi lo cerca, in coerenza col fatto che viene criticato Gesù, non i pubblicani e i peccatori.

La conversione (contestando il nostro modo di pensare Gesù dice autorevolmente che come tale viene letta in cielo la vicenda!) non è la premessa ma al massimo il possibile risultato della ricerca, e sembra consistere qui nell’accettare di essere cercato e trovato. Mi sembra ci sia la stessa logica della parabola del Buon Samaritano: il richiamo a non preoccuparsi di definire chi sia il “prossimo” meritevole del mio atteggiamento positivo, ma di essere prossimo muovendosi con compassione verso l’altro.

La perdita rende particolarmente importante ciò che si è perduto e provoca atteggiamenti tutto sommato inusuali, inaspettati, poco razionali, ma è scontato anche umanamente che succeda così: che ad un eccesso di preoccupazione corrisponda poi un eccesso di gioia, se tutto va a buon fine.

C’è Dio sullo sfondo, la sua misericordia che chiede agli uomini non direttamente di averla in sé o di saperla riprodurre, ma di riconoscerla e di parteciparvi nella gioia. Non è immediatamente proposta etica, di comportarsi così, ma di saper gioire, condividere la gioia di Colui che agisce in questo modo ed è più umano degli umani che, pur “a sua immagine e somiglianza”, non lo raggiungono nella sua umanità (quale uomo… quale donna… ma forse è solo il Dio incarnato che è capace di questa ricerca!).

Non dunque proposta etica, ma piuttosto contemplativa, non fissare lo sguardo sul comportamento proprio ma su quello di Dio cui appartiene anche ciò che si perde (cfr. la finale del libro di Giona 4,10s;) e che Gesù rivela e mostra autorevolmente nella sua vita di relazione.
In cielo si vive questa gioia; e in terra? Una festa c’è comunque, non dipende da noi, dal nostro agire! Siamo chiamati a parteciparvi in quanto responsabili invitati di riguardo: amici e vicini e fratelli.

fratel Daniele

Per gentile concessione del Monastero di Bose.

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