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Monastero di Bose – Commento al Vangelo del giorno – 15 Gennaio 2025

Urgenza dell’azione, urgenza del silenzio

Vi è un “subito” che ci accompagnerà nella lettura del vangelo di Marco di queste settimane e che è posto all’inizio del brano odierno.

Subito dopo il battesimo Gesù è spinto dallo spirito nel deserto; subito dopo la chiamata i discepoli lasciano parenti e reti e lo seguono; subito Gesù inizia il suo ministero terapeutico guarendo; subito, entrato nella casa di Pietro, guarisce sua suocera ed ella all’istante, rialzata e tornata alla vita piena, si mette a servirli.

Vi è un dinamismo, potremmo dire una urgenza che accompagna Gesù e diviene segno del suo agire, del suo predicare, del suo incontrare l’umanità che contagia chi gli è accanto, quasi fosse un timbro distintivo e la cifra dell’essere discepolo e discepola.

È l’urgenza che abbiamo ascoltato nel vangelo di Luca durante l’avvento nella visita di Maria a Elisabetta, è la fretta dei pastori che nella notte si mettono subito in cammino per andare a visitare il bambino come indicato loro dall’angelo.

Urgenza sempre dettata dal desiderio dell’incontro con l’umano e le sue debolezze e malattie. Così il ministero di Gesù diviene sin dall’inizio soprattutto ministero di predicazione che si fa ascolto e guarigione. Non assume mai il tono di spiegazione cattedratica fine a sé stessa, disincarnata, ma è parola che si fa carne come abbiamo ascoltato nel prologo del vangelo di Giovanni il giorno di Natale (cfr Gv 1,14). Parola che si moltiplica in tante parole e gesti di vita che Gesù annuncia e compie.

Tutto senza clamori, in un silenzio continuamente richiesto a chi è guarito, ai demoni, a tutti. Silenzio che nella prima parte del Vangelo di Marco diventa come un refrain che si modula a seconda di chi ha di fronte. 

Ma da dove viene tutta questa energia, questa forza per vivere l’urgenza?

Costantemente i vangeli ci ricordano che a momenti di grande concitazione e con folle numerose ne seguono altri di preghiera in solitudine e silenzio. In Gesù a quello che a prima vista, con le categorie odierne, sarebbe definito comportamento “iper-cinetico”, segue sempre un tempo e un luogo in cui ritrovare quiete e silenzio, apparentemente di non-attività che permetta la preghiera.

Come dice l’antico adagio che la parola viene dal silenzio, esso si fa in lui prassi di vita quotidiana, non relegata a momenti e tempi particolari e straordinari. Da quel silenzio e in quel silenzio ritrova le energie per ricentrare il suo ministro, per custodire il rapporto con il Padre, per continuare ad avere viscere di misericordia per l’umanità malata evitando i rischi di una sovraesposizione, di soffocamento da parte delle folle di malati alla ricerca di guarigione.

La preghiera e il silenzio sono gli strumenti che permettono a Gesù di vivere con equilibrio il suo ministero, il suo andare e predicare sempre rinnovato: «Andiamocene altrove, nei villaggi vicini, perché io predichi anche là; per questo infatti sono venuto!» (Mc 1,38). La preghiera e il silenzio sono altresì l’insegnamento che lascia a noi per evitare il rischio dello stordimento da messaggi e notizie continuo e pressante.

Ognuno e ognuna di noi possiede già un luogo e un tempo anche poco, quello possibile, in cui poter sostare, in silenzio: noi sta il saperlo vedere e decidere di fermarcisi un momento ogni giorno.

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fratel Michele

Per gentile concessione del Monastero di Bose.

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