Pace e bene cari fratelli e sorelle, questa domenica il Signore ci esorta a non lasciare che la paura blocchi il nostro annuncio e la nostra testimonianza, certi che la nostra vita è saldamente custodita tra le braccia del Padre.
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Testo con i corretti paragrafi
Come per il profeta Geremia che aveva timore perché sentiva gridare: “Terrore all’intorno!” quando si avvicinavano a lui, anche i discepoli erano in preda alla paura. Emergeva sempre più la consapevolezza che la missione che Dio aveva pensato per loro li stava esponendo al disprezzo e alle incomprensioni, fino a sentire sempre più vicino il fallimento. È la sensazione di una morte vicina.
A volte, quando ci sentiamo disprezzati o minacciati, è come se una piccola parte di noi si ritirasse nell’ombra. Non è desiderio di morire ma la percezione di una vita che si fa più sottile. In quei momenti avvertiamo il nostro essere delicati e bisognosi di uno sguardo che ci riconosca, perché sentiamo che si insinua una condanna sulla nostra vita che corre di bocca in bocca.
I discepoli fanno esperienza della paura, come il profeta Geremia, e sono un’immagine profondissima della vita spirituale: non eroi invincibili ma uomini attraversati dal timore, dalla fragilità, dal sospetto di non farcela. La Scrittura non nasconde questa verità anzi, la mette in primo piano per mostrare come nasce davvero la fiducia. Infatti, Geremia sente il Signore vicino come un prode valoroso (v.11) e i discepoli sperimentano: «la tenera e amorosa presenza di Dio che è paternamente attenta alle piccole e fragili realtà (passeri, capelli)» (G. Ravasi).
Come Geremia anche i discepoli ricevono la consolazione di Dio. Sono chiamati a un esodo dalla paura, sicuri di una presenza che li chiama a rimanere saldi anche quando hanno attorno una violenza chiassosa. Diceva Heidegger che: «Ciò che è chiassoso non illumina. E ciò che non arriva a illuminare non è capace di trasfigurare. Solo ciò che trasfigura ha forza» (Martin Heidegger, Quaderni neri. 1931/1938. Riflessioni II-VI).
I discepoli vivono la trasfigurazione, un’esperienza che si fa esistenza. Non un Dio potente da contemplare, non sono sul monte Tabor, ma un Dio che li rende luce con una presenza benedicente. Scoprono che sono equipaggiati per portare la gloria di Dio: il peso di Dio vive nelle loro scelte. La tentazione di divenire preda della paura, quando si è inviati ad annunciare il regno come «pecore in mezzo ai lupi» (Mt 10,16) è sempre forte. È semplicemente e terribilmente la tentazione di “avere paura degli omnis”, cioè di una minaccia concreta che può arrivare ad uccidere.
Eppure c’è un timore più grande per questi uomini trasfigurati: quello di soccombere alla paura, di mettere da parte Dio. Ciò che è un istinto naturale di conservazione è chiamato a diventare paura redenta da una Presenza. I discepoli, infatti, avranno bisogno di parresia, di proclamare sui tetti, di non vergognarsi del Vangelo.
Perciò Gesù li prepara con l’esempio e con la parola, tanto che loro arrivano a concepire che: «In tutto […] siamo tribolati, ma non schiacciati; siamo sconvolti, ma non disperati; perseguitati, ma non abbandonati; colpiti, ma non uccisi, portando sempre e dovunque nel nostro corpo la morte di Gesù, perché anche la vita di Gesù si manifesti nel nostro corpo» (2 Cor 4, 8-10). Questa presenza quasi inabitante di Gesù è nel Vangelo di oggi preparata, da un annuncio di liberazione: “Non temere”.
Si tratta di un monito che arriva fino a noi, che, come discepoli, non siamo esonerati dalla persecuzione, tanto che l’apostolo ci ricorda: “Tutti quelli che vogliono vivere nella fede in Cristo patiranno persecuzioni” (2 Tm 3,12). Nella persecuzione siamo chiamati alla profezia, a non rassegnarci alla paura. Nel Vangelo vediamo che i discepoli, proprio come il profeta Geremia, hanno conosciuto la prova della persecuzione e il dolore di sentirsi respinti dal loro stesso popolo, dai fratelli della loro terra. Non erano immuni dal timore: si sono sentiti esposti, fraintesi, vulnerabili.
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Questa esperienza li ha posti davanti a una lotta interiore: «Giustamente Geremia si lamenta con Dio: “prima mi dici di dire le tue parole e poi tutti mi chiamano terrore all’intorno, mi fai schernire da tutti” (cfr Ger 20,8). Il profeta è legato a due amori: un amore non basta. Da una parte l’amore verso Dio con il quale si è stretto un patto di fuoco, come le parole messe sulla bocca a Isaia con pinze arroventate, perché la parola profetica brucia la bocca. L’altro amore del profeta è il popolo.
Il profeta come un uomo in croce; come Mosè, rischia di essere dilaniato. Dio spinge da una parte, il popolo dall’altra e lui deve tenere insieme Dio e il popolo. Geremia ora si lamenta con Dio, lo querela: “Tu sei giusto, Dio, ma su una parola (dabar, una questione di diritto) ti voglio querelare: perché gli empi prosperano?” Non ci sarà mai una risposta, però c’è la domanda. Questa è la fede. La fede è anche rivolta (Rosanna Virgili).
Profezia per il discepolo di ogni tempo non è solo annuncio: è anche un’opera di purificazione, un toogliere ciò che impedisce alla Parola di respirare. A volte significa abbattere muri, aprire gli orizzonti annunciando sui tetti, memori di una parola divina che dice abbandono fiducioso: “Non temere!”
