I primi versetti oggi ci possono spiazzare. Noi sappiamo che Gesù viene da Nazareth e, quindi, è galileo. Come mai l’evangelista, che pure mette sulla bocca di Gesù che «un profeta non riceve onore nella propria patria» poi afferma che «i Galilei lo accolsero, perché avevano visto tutto ciò che aveva fatto a Gerusalemme»? Risolviamo seguendo gli esegeti: Gesù viene da Nazareth, ma la sua vera “patria” è Gerusalemme, dove si trova la casa del Padre suo. Quindi è stato rifiutato dai Giudei e per questo ora torna in Galilea, dove, invece, era già stato riconosciuto alle nozze di Cana.
Il contesto dunque è quello della fede nell’azione e nella parola di Gesù. Qui essa si manifesta attraverso la fede nella veridicità della sua parola: il padre del ragazzo malato non vede immediatamente l’opera di Gesù, ma si fida della sua parola ed è proprio questa fiducia che “produce” il miracolo.
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La riflessione per noi oggi potrebbe proprio essere questa: nel nostro mondo di fake news e di parole violente che pretendono di sostituire la realtà con la menzogna, continua a farsi strada una parola che diventa vera non solo nella misura in cui chi l’ascolta ci crede e la fa sua; questa parola è quella che guarisce, dà vita e cambia i rapporti tra le persone. Infatti, solo alla fine del racconto il «funzionario del re» è chiamato «padre» del ragazzo. Questo cammino di fiducia in una parola che guarisce lo rende padre di suo figlio, egli “diventa” padre perché ha avuto compassione del figlio e, molto di più, perché ha creduto alla parola di vita.
La parola di Gesù è la pietra filosofale: permette di smascherare la parola falsa e riconoscere (dagli effetti costruttivi) la parola vera!
Commento a cura di: Stefano Titta SJ

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Fonte: Get up and Walk – il vangelo quotidiano commentato
