Nel Vangelo di Giovanni, al capitolo 21, dopo la resurrezione, Gesù si rivolge a Pietro non per rimproverarlo del tradimento, ma per risollevarlo. Tre volte gli chiede: “Mi ami?” – una domanda che sembra voler guarire, una ad una, le tre ferite del rinnegamento.
Ma ciò che colpisce è che Gesù non chiede a Pietro se è pentito, se ha capito la lezione, se sarà più forte in futuro. Gli chiede semplicemente se lo ama. Perché alla fine, quello che conta davvero per Dio non è la nostra perfezione, ma il nostro amore. È da lì che tutto può ripartire.
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E Pietro, con umiltà, risponde: “Signore, tu lo sai che ti voglio bene.” È una risposta sincera, forse timida, non trionfante. Ma è abbastanza. È su quella risposta che Gesù affida a Pietro una nuova missione: “Pasci le mie pecore.” Come a dire: se mi ami, allora abbi cura degli altri, accompagna, consola, guida.
Questo brano ci tocca da vicino. Anche noi, come Pietro, possiamo sentirci a volte indegni, fragili, incoerenti. Possiamo aver sbagliato, possiamo non sentirci all’altezza. Ma Gesù non ci scarta. Ci guarda negli occhi e ci chiede: “Mi ami?”
E se nel nostro cuore c’è anche solo un piccolo “sì”, se c’è un desiderio sincero di amarlo, allora Lui ci affida qualcosa di prezioso. Una nuova strada, una missione, un gesto d’amore da compiere.
Non dobbiamo essere perfetti per seguire Gesù. Dobbiamo solo amare. E lasciarci amare.
