Gesù ci racconta la parabola del Buon Samaritano, per spiegarci chi è il nostro “prossimo”. Un uomo, derubato e ferito, giace sul ciglio della strada. Passano un sacerdote e un levita, uomini di religione e di legge, ma entrambi tirano dritto, forse troppo presi dalle loro occupazioni o dalle regole religiose.
Invece, un Samaritano, straniero e considerato “impuro” dagli ebrei, si ferma, si china su quell’uomo e lo cura.
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La forza di questa parabola sta nel fatto che il prossimo non è un concetto astratto o una teoria da discutere. Non è qualcuno lontano che possiamo amare solo con le parole. Il prossimo è chiunque incrociamo nel nostro cammino, chiunque abbia bisogno di una mano tesa, di un gesto di misericordia.
Trasformare il Vangelo in vita vissuta significa aprire gli occhi e il cuore su chi ci sta accanto, senza calcoli, senza pregiudizi, senza aspettative di ritorno. Significa che l’amore si misura nei gesti concreti: nel tempo che dedichiamo, nell’ascolto che offriamo, nella mano che tendiamo. Come il Samaritano, siamo chiamati a vedere oltre le apparenze, a fermarci anche quando tutto ci direbbe di andare avanti, perché il vero amore cristiano è quello che si sporca le mani, che si coinvolge, che non resta spettatore ma diventa protagonista della compassione.
Ecco il segreto del Vangelo vissuto: ogni giorno possiamo scegliere di essere il prossimo per qualcuno, di abbattere le barriere dell’indifferenza, e di rendere concreto quell’amore che Gesù ci ha insegnato.
