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don Marco Pozza – Commento al Vangelo di domenica 4 ottobre 2026

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Storia di quattro affittavoli che si pensavano padroni

Colpisce, forse spaventa, l’ingenuità di Cristo. Stupisce al punto tale che a noi verrebbe da dirgli: “Ma è possibile diventare così grande – fino a ritenersi Figlio di Dio – ed apparire così ingenuo?”

Perchè di ingenuità si tratta ai nostri occhi, una errata valutazione circa gli affittuari. La storia è nota. E’ la storia di un vignaiolo che decide di piantare un vigneto, visto che ha un pezzetto di terra a disposizione.

Non lo pianta tanto per piantarlo, ma lo pianta con tanta passione: «Lo circondò con una siepe, vi scavò una buca per il torchio, costruì una torre». Cura dei dettagli, visione d’insieme, investimento.

Manutenzione compresa: «La diede in affitto a dei contadini e se ne andò lontano». Immagino che il contratto d’affitto sia stato discusso a dovere, concordati i tempi di raccolta, di consegna, sulle modalità della gestione avrà fatto le pulci il padrone.

M’immagino, anche, che alla fine siano stati tutti d’accordo. E’ la storia di tutti i contratti che, però, prevedono ogni tanto che, per sicurezza, si passi a bere un caffè: per vedere se la casa affittata è in ordine, tenuta bene. Per ridiscutere qualche dettaglio.

Si sa bene, infatti, che quando il gatto scappa i topi ballano. Sentendosi padroni della stanza. Ecco l’inghippo, quello che fa passare Cristo per sprovveduto: «Quando arrivò il tempo di raccogliere i frutti».

In quel tempo, verrebbe da dire, si rende conto di che pasta sono fatti i suoi affittavoli: i primi servi li bastonano, quelli venuti in soccorso li battono come cachi. Festival dell’ingenuità: «Da ultimo mandò suo Figlio».

S’immagina forse che del figlio del titolare abbiano rispetto. Leggono la faccenda in maniera opposta: «E’ l’erede. Uccidiamolo, avremo noi la sua eredità» meditano.

Pum, pum, pum! Ucciso: il corpo, ancora caldo, nella vigna. Siamo prevedibili noi affittavoli: «La gente nuoterà nella merda se ci metti dentro un po’ di scellini» (P. Sellers).

Avere, non essere, è il verbo più inseguito.

Passi l’ingenuità, sulla testardaggine non c’è margine d’interpretazione. Se pensano d’intimorire il padrone, non calcolano (gli operai, stavolta) la caparbietà del vignaiolo: «Darà in affitto la vigna ad altri contadini».

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Con i vecchi affittavoli a «morire miseramente» vedendo la vigna esplodere di grappoli sotto i loro occhi. La loro, temo, non sia stata bastardaggine pura, al cento per cento: è più un errore di valutazione, una svista letale.

Confondono – come confondo io un giorno sì e l’altro anche – il custodire con il possedere. Come faccio confusione tra l’avere e l’essere: penso di valere per ciò che ho e non mi accorgo di valere per ciò che sono.

Custode, non proprietario. La vigna – anche la mia vita – non me la sono comprata, data, mi è stata affidata: dovrò restituirla, vigna e vita.

Per contratto, ho il compito d’amarla, dunque di proteggerla: le cose che si amano non si possiedono mai interamente, semplicemente si custodiscono. Il guaio è di sapersi affittavoli e comportarsi da padroni: si diventerà ben presto aguzzini.

Io non ho ciò che possiedo, manco possiedo ciò che faccio. Io, fatti bene tutti i conti, di mio ho soltanto ciò che sono.

Nemmeno se volessi avrei il tempo di possedere tutto ciò che, anche giustamente, avrei potuto conquistare.

Nessuna ingenuità nel Cristo, comunque. Lui sa benissimo che fine farà la sua storia. Siccome lo sa bene, spiega bene anche come andrà a finire la storia che gli omicidi decreteranno finita: «La pietra scartata dai costruttori è divenuta pietra d’angolo».

Dio non è, come vorrebbe farci credere il maiale di Satana, un guastafeste da eliminare il prima possibile: quale vantaggio, dunque, difenderci dall’amore?

Cristo è all’opposto: prende ciò che il mondo scarta, ritenta sempre di farne un’opera d’arte. Sottovoce, senza urla, dannatamente testardo però: se ci tieni ad un amore, lo custodisci sottovoce.

E, sottovoce, scopro che quando ti toccano le mani giuste, allora capisci che del mio corpo – ch’è la mia vigna – non sono il padrone. Ne sono semplicemente custode.

Un bel giorno, questa bella vigna, dovrò restituirla al proprietario. Ricordarmelo mi aiuterà a custodirla.

Per gentile concessione di don Marco Pozza – Fonte