Video-Commento al vangelo della 31 domenica tempo ordinario anno B, a cura di don Vinicio Carminati, Parroco di Cepino e Selino Basso e Rettore del Santuario della Cornabusa.
Trascrizione generata automaticamente da YouTube e rivista tramite IA.
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Una pagina di Vangelo come quella di questa domenica non avrebbe bisogno di troppi commenti, vista la chiarezza del messaggio: ascoltare e amare.
Nel Vangelo si avvicina a Gesù uno scriba, un esperto della legge biblica, e lo interroga sul primo dei comandamenti. Questo esperto della Bibbia chiede a Gesù se c’è un comandamento che sintetizza tutti gli altri. Potremmo tradurre così la domanda di questo scriba: “Dove sta l’essenziale della vita di fede?”, cioè: “Qual è il senso attorno al quale vale la pena di vivere?”
Perché questo scriba fa questa domanda a Gesù? Perché chiede un principio che unifica la vita. Nell’arco della sua storia, Israele aveva catalogato i comandamenti in un numero esorbitante: 613. La cosa era insostenibile e impraticabile; le persone sperimentavano il disagio di non sentirsi mai a posto con Dio, di essere sempre in qualche modo in debito con lui e di avere bisogno di essere continuamente purificate, perdonate.
Da qui la domanda a Gesù: alla fin fine, cosa è perché la mia vita sia salvata e non vada perduta?
Gesù risponde: ascolta e ricorda che noi siamo fatti per amare, per lasciarci amare. Ama Dio e il prossimo. Ecco, non sono due comandamenti, ma seppur distinti, sono un solo comandamento. E San Giovanni, nelle sue lettere, scriverà così: “Chi non ama il proprio fratello che vede non può dire di amare Dio che non vede.” Ecco, non si può scegliere o Dio o il prossimo: in un caso vivremo un amore astratto, rischiamo di vivere la vita fuggendo la realtà concreta, e non c’è niente di più concreto che una persona.
È troppo facile pregare Dio e poi non coltivare relazioni buone con i familiari, i parenti, i colleghi di lavoro, gli amici, gli altri. Nell’altro caso, non si può estromettere Dio e accontentarsi di dire: “L’importante è volersi bene,” ritenendosi il metro di misura dell’amore. Perché? Perché cosa è l’amore lo dobbiamo imparare, lo dobbiamo imparare da qualcun altro. Prima di amare gli altri, in fondo facciamo sempre l’esperienza di essere amati. L’amore ci precede sempre e, perciò, ad amare si impara.
Diversamente, se dipendesse solo da noi, se noi fossimo il punto di partenza, il rischio è che l’amore arrivi a delle aberrazioni, a delle deformazioni. La domanda allora è: cosa vuol dire amare per un cristiano? Quando si parla di amore non si parla di fusioni, di sesso o di sentimentalismi che fanno leva sul piacere e sulle emozioni, di cui oggi c’è grande speculazione. Quando un cristiano pronuncia questa parola, “amore”, ha un riferimento preciso: l’amore di Gesù, che diventa manifesto ed inequivocabile sulla croce.
La croce è il punto più alto, più limpido, più intenso dell’amore di Dio e, dunque, l’amore è essenzialmente sacrificio e dono di sé all’altro. L’amore è generare vita. Allora non dovremmo mai dimenticarci di parole come rinuncia, fatica, sopportazione, pazienza, determinazione, fedeltà, umiltà e tante altre. Esistono ancora queste parole quando diciamo “ti amo”?
Ecco perché c’è bisogno di un confronto con la parola di Dio, con la persona, con la vita di Gesù, perché lì scopriamo se la nostra idea di amore è corretta. Lì scopriamo quei criteri, quelle direttive, quei segnali, quelle direzioni percorribili per intraprendere scelte e decisioni che siano davvero espressione di amore vero e di cura nei confronti degli altri.
Ecco perché il primo comandamento è “Ascolta”. È come se Dio ci dicesse: “Ma ti accorgi di quanto ti amo?” Ecco cosa c’è in gioco allora: nell’ascolto e nell’obbedienza alla parola di Dio c’è in gioco la nostra capacità di amare sul serio e, dunque, di essere felici.
L’ascolto non è solo questione di orecchie; l’ascolto è questione di cuore. Per questo serve anche una buona dose di silenzio, il silenzio interiore oltre che esteriore. L’ascolto è diverso dal sentire i rumori e le voci: ascoltare è percepire in profondità il cuore dell’altro; ascoltare è imparare a decifrare in modo intuitivo il cuore dell’altro, gli umori, le emozioni, i pensieri. L’ascolto è la capacità di interpretare bene come si sente l’altra persona.
Perché? Perché si è imparato a conoscere l’altro. Ascoltare vuol dire essere capaci di intuire cosa rende felice l’altro, cosa lo rattrista, cosa lo preoccupa, cosa lo ferisce; ascoltare vuol dire comprendere ed intuire le stanchezze dell’altro, capire le sue paure, sentire ciò che dà soddisfazione all’altro, ciò che lo gratifica, ciò che lo rende felice.
Ascoltare vuol dire imparare a fare silenzio di fronte al mistero che è l’altra persona. Insomma, ascoltare è qualcosa che sempre dobbiamo imparare ed affinare. E tutto questo richiede di far entrare l’altra persona nella mia vita in maniera profonda.
Perciò, quando Dio dice: “Ascolta, Israele, ascolta,” ci sta dicendo: “Lasciami entrare nella tua vita.” Per questo poi l’amore ci viene comandato: per ricordarci che è proprio questo di cui abbiamo bisogno, ma abbiamo anche bisogno di imparare nella vita cosa significa veramente voler bene.
Forse non a caso Dio dice “amerai” al futuro, come se l’amore, appunto, sia qualcosa che debba crescere nell’arco della nostra vita. Solo attorno a questo comandamento la nostra vita non solo non si perde, ma si realizza, si unifica e si salva.
E allora tutto ha senso.
