don Pasquale Giordano – Commento al Vangelo del 20 Ottobre 2022

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Alla riconciliazione si giunge attraversando il conflitto

Abbiamo paura del dolore e ci terrorizza affrontarlo perché ci manca il senso per cui viverlo e la speranza che ci permette di attraversarlo. Per questo usiamo ogni mezzo per esorcizzare la sofferenza e nascondere la morte. Davanti ad essa Gesù non retrocede per evitarla ma le va incontro consapevole del fatto che ha ricevuto la missione dal Padre di portare il fuoco sulla terra. Il fuoco di cui parla Gesù è l’amore di Dio che brucia senza consumare ma che accende la passione con la quale vivere sulla terra.

Il battesimo a cui fa riferimento Gesù non è un rito ma la sua piena immersione nell’umanità chiusa nel buio del peccato che la rende fredda e priva di vera vita. Anche Gesù avverte angoscia davanti al dolore e alla morte, ma l’affronta consapevole di avere una missione affidatagli dal Padre, quella di far ardere d’amore il cuore degli uomini.

Il fuoco che Gesù viene a portare è quello del giudizio per il quale si riesce a distinguere il vero dal falso amore. La croce è il momento più alto del giudizio perché in essa si rivela il vero amore e viene smascherato quello falso. Sulla croce rimane solo Cristo per indicare che, quand’anche tutto finisse, rimane per sempre solo l’amore di Dio. Questa è la vera pace, molto diversa invece da quella imposta con la forza e con il ricatto.

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A volte si rinuncia al dialogo “pro bono pacis”, per il bene della pace, intendendo per pace più la tranquillità di un camposanto e il silenzio della morte che la riconciliazione. Cristo è la nostra pace perché aprendo le sue braccia sulla croce ci ha riconciliati con il Padre. Questo non avviene mediante un accordo ma per mezzo di una lotta nella quale si sta l’uno di fronte all’altro.

Similmente il cristiano non è un giudice di pace che ricompone una lite, ma è l’operatore di pace nella misura in cui prende la sua croce, si spoglia della sua presunzione, affronta la lotta con le armi della preghiera con la quale non ferisce nessuno se non sé stesso, come fa il pellicano per nutrire i suoi piccoli con sangue che sgorga dalla sua ferita. 

Commento a cura di don Pasquale Giordano

FonteMater Ecclesiae Bernalda
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