don Pasquale Giordano – Commento al Vangelo del 14 Maggio 2023

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Dagli Atti degli Apostoli (At 8,5-8.14-17)

Imponevano loro le mani e quelli ricevevano lo Spirito Santo.

In quei giorni, Filippo, sceso in una città della Samarìa, predicava loro il Cristo. E le folle, unanimi, prestavano attenzione alle parole di Filippo, sentendolo parlare e vedendo i segni che egli compiva. Infatti da molti indemoniati uscivano spiriti impuri, emettendo alte grida, e molti paralitici e storpi furono guariti. E vi fu grande gioia in quella città.

Frattanto gli apostoli, a Gerusalemme, seppero che la Samarìa aveva accolto la parola di Dio e inviarono a loro Pietro e Giovanni. Essi scesero e pregarono per loro perché ricevessero lo Spirito Santo; non era infatti ancora disceso sopra nessuno di loro, ma erano stati soltanto battezzati nel nome del Signore Gesù. Allora imponevano loro le mani e quelli ricevevano lo Spirito Santo.

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Luca nei primi capitoli degli Atti accenna ad una violenta persecuzione contro la Chiesa di Gerusalemme in seguito alla quale tutti, ad eccezione degli apostoli, si dispersero nelle regioni della Giudea e della Samaria (8, 1); Tuttavia, aggiunge che «quelli che erano stati dispersi andarono di luogo in luogo, annunciando la Parola» (8, 4). Filippo è una delle vittime della persecuzione costretto a fuggire, ma è anche un cristiano che nella prova diventa evangelizzatore. Il nome di Filippo appare nell’elenco dei sette uomini «di buona reputazione, pieni di Spirito e di sapienza» (At 6, 3) a cui è affidato l’incarico delle mense. Su di essi gli apostoli avevano pregato imponendo loro le mani (At 6,6). La Parola di Dio si diffondeva attraverso il linguaggio della carità fraterna.

Nella difficoltà legata a dover lasciare la propria comunità e il servizio svolto fino a quel momento, Filippo comprende che quella situazione dolorosa è un’occasione da cogliere per condividere con persone nuove la fede in Gesù che cambia la vita. Lo Spirito Santo gli ispira parole e gesti attraverso i quali i Samaritani, presso cui si trova, conoscono Gesù. Filippo evangelizza e testimonia il Cristo annunciando la Parola e operando guarigioni. L’evangelizzazione non è frutto di una strategia messa a punto a tavolino dagli apostoli, ma è opera dello Spirito che riserva sempre delle sorprese. Il discepolo di Cristo non è padrone dello Spirito, come se fosse un potere di cui servirsi, ma lui stesso si mette a disposizione di Dio come docile strumento dello Spirito. Il cristiano è come uno strumento musicale a fiato che suona grazie allo Spirito che lo attraversa.

Il vangelo trova un’accoglienza gioiosa perché l’insegnamento di Filippo è accompagnato dai segni e prodigi con i quali Dio manifesta la sua potenza nel liberare l’uomo dal male. Nell’Antico Testamento l’incontro con il Signore, sempre legato a manifestazioni della natura, suscita timore mentre quello con Gesù, che avviene attraverso i suoi discepoli, suscita gioia. I Samaritani, facendosi battezzare con l’acqua rendono manifesta una prima adesione a Gesù.

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Essa deve essere confermata dal battesimo di Spirito Santo perché la luce della fede non sia un fuocherello di paglia. Il pericolo è quello di ridurre la fede a elemento di appartenenza sociale, a interesse culturale o ricerca di emozioni suscitate da qualche esperienza miracolistica. All’ascolto della Parola predicata e ad una prima adesione di fede segue l’esperienza della preghiera grazie alla quale avviene il dono dello Spirito Santo. Come nel giorno di Pentecoste al cenacolo, lo Spirito Santo scende sulla comunità riunita in preghiera. In essa è presente Gesù che prega con la Chiesa e per la Chiesa, perché venga lo Spirito Santo. Nella Chiesa in preghiera si rende presente e visibile Gesù. Senza la preghiera la luce della fede si spegne e con essa anche la carità.

Dalla prima lettera di san Pietro apostolo (1Pt 3,15-18)

Messo a morte nella carne, ma reso vivo nello spirito.

Carissimi, adorate il Signore, Cristo, nei vostri cuori, pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi.

Tuttavia questo sia fatto con dolcezza e rispetto, con una retta coscienza, perché, nel momento stesso in cui si parla male di voi, rimangano svergognati quelli che malignano sulla vostra buona condotta in Cristo.

Se questa infatti è la volontà di Dio, è meglio soffrire operando il bene che facendo il male, perché anche Cristo è morto una volta per sempre per i peccati, giusto per gli ingiusti, per ricondurvi a Dio; messo a morte nel corpo, ma reso vivo nello spirito.

San Pietro si rivolge ai cristiani per confortarli mentre soffrono per il fatto di fare il bene e a motivo dell’osservanza del comandamento di Gesù.  Essi si domandano se stanno compiendo la volontà di Dio o sono in balia di forze ostili. Proprio la concomitanza con la persecuzione, di cui i cristiani sono oggetto, mette in luce che lo Spirito Santo è l’artefice della missione evangelizzatrice della Chiesa.

Dal Vangelo secondo Giovanni (Gv 14,15-21)

Pregherò il Padre e vi darà un altro Paràclito.

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «15Se mi amate, osserverete i miei comandamenti; 16e io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paràclito perché rimanga con voi per sempre, 17lo Spirito della verità, che il mondo non può ricevere perché non lo vede e non lo conosce. Voi lo conoscete perché egli rimane presso di voi e sarà in voi.

18Non vi lascerò orfani: verrò da voi. 19Ancora un poco e il mondo non mi vedrà più; voi invece mi vedrete, perché io vivo e voi vivrete. 20In quel giorno voi saprete che io sono nel Padre mio e voi in me e io in voi.

21Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi è colui che mi ama. Chi ama me sarà amato dal Padre mio e anch’io lo amerò e mi manifesterò a lui».

Il contesto è il discorso d’addio di Gesù durante l’ultima cena. Dopo l’esortazione a credere al fatto che lui e il Padre sono uniti da una relazione intima di amore e che, attraverso il Figlio, il Padre compie la sua opera, Gesù rivela ai suoi discepoli che anche chi crede in lui sarà in grado di essere “volto” del Padre. Ad immagine del Figlio, anche in essi il Padre compie la sua opera. I discepoli, dunque, sono coinvolti nella storia della salvezza il cui fine è la comunione universale. Marta, la sorella di Maria e Lazzaro, afferma di credere nell’efficacia della preghiera che Gesù rivolge al Padre: «So che qualunque cosa chiederai a Dio, Dio te la concederà» (Gv 11,22). Gesù replica annunciando la risurrezione del fratello. Così egli, da una parte, indica il contenuto della preghiera al Padre e, dall’altra, la certezza di essere ascoltato: «Tuo fratello risorgerà… Chi crede in me, anche se muore, vivrà; chi vive e crede in me, non morirà in eterno» (Gv 11,23.25-26); poi rivolgendosi al Padre lo prega: «Padre, ti rendo grazie perché mi hai ascoltato. Io sapevo che mi dai sempre ascolto» (Gv 11, 41-42). Colui che crede in Gesù, il Figlio di Dio, anche se cade nel peccato (muore) viene rialzato, non per cadere di nuovo, ma per risorgere, ovvero per camminare in una vita nuova, quella che conduce alla comunione. Sicché chi crede in Gesù Cristo si unisce alla sua preghiera d’intercessione per chiedere al Padre di dare la vita a coloro che sono morti (hanno peccato), ovvero di elargire il perdono. La risurrezione è il ristabilimento della comunione, vivere una vita riconciliata con Dio e con i fratelli. Il credente non chiede qualche cosa per sé, ma domanda il dono della riconciliazione e della pace perché la preghiera che nasce da un cuore desideroso della comunione si realizza infallibilmente. Gesù certifica l’efficacia della preghiera fatta non solo con le sue parole, ma anche con i suoi sentimenti. A Filippo che gli chiedeva di «mostrare» il Padre, Gesù insegna a pregarlo insieme a lui e mediante lui. Dunque, la preghiera di Gesù è d’intercessione per il perdono dei peccati degli uomini e per il dono della pace. Gesù si rivela come mediatore di salvezza perché ponte di riconciliazione. Questo è il modo con cui ci ama. È l’amore, fino al dono totale di sé, a edificare la comunione. Colui che percorre la via del comandamento dell’amore diventa egli stesso intercessore per i suoi fratelli, canale di comunicazione attraverso il quale giunge la grazia di Dio, costruttore di comunità.

La pericope, che inizia nel contesto immediato della risposta alla richiesta di Filippo (14,8s.), termina al v. 21 perché al v. 22 si registra la domanda dell’apostolo Giuda (fratello di Giacomo in Lc 6,16 e At 1,13, chiamato Taddeo in Mt 10,3 Mc 3,18) riguardo alla manifestazione di Gesù. Il brano di Gv 14, 15-21 risulta avere questa struttura:

A – v. 15 – Nesso tra l’amore a Gesù e l’osservanza dei suoi comandamenti.

B – vv. 16-17 – Il dono dell’altro Paraclito, lo Spirito della Verità.

B1 – vv. 18-20 – La “parousia” (venuta e rivelazione) di Gesù.

A1 – v. 21 – Nesso tra l’osservanza dei suoi comandamenti e l’amore a Gesù. Connessioni di amore tra il Padre, Gesù e il credente. Si introduce il tema della manifestazione di Gesù al credente.

v. 15 – «Se mi amate, osserverete i miei comandamenti» può avere almeno due significati. Il primo: Gesù considera l’amore a lui come condizione per poter amare i fratelli. Chi crede in Gesù lo ama, se lo ama può amare anche i fratelli, come (perché) Gesù ama lui. Il secondo: l’osservanza del comandamento dell’amore fraterno è l’unico modo per amare Dio (cf 1Gv 4, 19-21 «Noi amiamo perché egli ci ha amati per primo. Se uno dice: «Io amo Dio» e odia suo fratello, è un bugiardo. Chi infatti non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede. E questo è il comandamento che abbiamo da lui: chi ama Dio, ami anche suo fratello»).

v. 16a – «e io pregherò il Padre».

La rete di amore, che unisce i discepoli di Gesù con lui e i suoi fratelli tra loro, crea la comunità dalla quale si eleva la preghiera del Figlio (e dei figli) al Padre. Gesù invoca aiuto dal Padre.

v. 16b – «…ed egli vi darà un altro Paràclito, perché rimanga con voi per sempre».

La preghiera di Gesù, che raccoglie e unifica le invocazioni di tutti i suoi fratelli, è accolta dal Padre. Egli risponde con il dono di «un altro Paràclito». In 1Gv 2, 1-2 in accordo con le tradizioni giudaiche il Cristo Paràclito (avvocato) ci difende nel tribunale del Padre dalle accuse di Satana, l’accusatore. A Nicodemo Gesù rivela che Dio ama il mondo e dona suo Figlio per salvarlo (cf. Gv 3,16).

Anticamente non c’era l’istituzione degli avvocati; ogni imputato doveva difendersi da solo, cercando di portare testimoni che lo scagionassero dalle accuse. Accadeva a volte che qualcuno, pur non essendo colpevole, non riuscisse a provare la propria innocenza oppure che, pur avendo commesso il crimine, meritasse il perdono. Per costui rimaneva un’ultima speranza: che in mezzo all’assemblea ci fosse un uomo onorato da tutti per la sua integrità morale e che questa persona irreprensibile, senza pronunciare alcuna parola, si alzasse e andasse a porsi al suo al fianco. Questo gesto equivaleva ad un’assoluzione. Nessuno più avrebbe osato chiedere la condanna. Questo “difensore” era chiamato “paraclito”, cioè, “colui che è chiamato a fianco di chi si trova in difficoltà”.

Gesù testimonia presso i suoi discepoli che il Padre è in lui aiuto, sostegno, difensore. Le opere che egli compie testimoniano che il Padre è al suo fianco e si incarica di contrastare le accuse che gli vengono mosse. I segni che Gesù compie rivelano che il Padre è per lui il “Paràclito”, il suo difensore e testimone.

L’amore di Dio è offerto a tutti: «Gesù doveva morire… per riunire insieme i figli di Dio che erano dispersi» (Gv 11, 51-52). Se è vero che Gesù viene come luce per illuminare tutti gli uomini e anche vero che non tutti l’accolgono: «Se qualcuno ascolta le mie parole e non le osserva, io non lo condanno; perché non sono venuto per condannare il mondo ma per salvare il mondo» (Gv 12,47). Il vangelo di Gesù trova nella rivelazione dell’amore di Dio il suo centro vitale. L’«altro Paràclito» è dono del Padre, come lo è Gesù (primo Paràclito), e come lui viene per salvare non per condannare. Non è un dono a tempo, ma è per sempre. Così è l’amore di Dio: da sempre e per sempre. È, dunque un amore gratuito, non condizionato. Gesù narra un Dio che è Padre amante, racconta di sé di essere il Figlio suo l’amato e, finalmente, rivela il terzo soggetto che è l’Amore stesso, lo Spirito della verità. La verità per sua natura non cambia, similmente l’amore di Dio è vero perché rimane per sempre. Dio ha giurato di amare l’uomo per sempre per cui eterna è la sua misericordia.

Il Paràclito è inviato per abitare nel cuore dei discepoli nello stesso modo in cui dimora in Gesù affinché egli sia l’«unto di Dio», il Messia o Cristo, venuto a battezzare in Spirito Santo. Giovanni Battista è il primo testimone di Gesù, il Figlio di Dio, perché ha «contemplato lo Spirito discendere come colomba dal cielo e rimanere su di lui» (Gv 1,32) perciò attesta: «Io ho visto e ho testimoniato che questi è il Figlio di Dio» (Gv 1, 34). L’ultimo testimone è il discepolo amato che è presente sotto la croce e accoglie il testamento di Gesù: «Chi ha visto ne dà testimonianza e la sua testimonianza è vera; egli sa che dice il vero perché anche voi crediate… che Gesù è il Cristo (l’Unto), il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome (siate salvati)» (Gv 19,35.20,31b). Il primo testimone vede scendere lo Spirito e rimanere su Gesù mentre il secondo testimone assiste al dono dello Spirito fatto da Gesù sulla croce: «Chinato il capo consegnò lo spirito» (Gv 19,30b). Il Battista e il discepolo amato non sono gli unici due testimoni ma anche gli apostoli che erano riuniti nel cenacolo ai quali Gesù si manifesta risorto per donare loro lo Spirito: «(Gesù) soffiò e disse loro: «ricevete lo Spirito Santo» (Gv 20,22).

v.17 – «lo Spirito della verità, che il mondo non può ricevere perché non lo vede e non lo conosce. Voi lo conoscete perché egli rimane presso di voi e sarà in voi».

Lo Spirito della verità è il dono del Padre al Figlio ed è il dono del crocifisso risorto agli apostoli riuniti nel cenacolo. Sulla croce Gesù è «l’Agnello di Dio» che toglie i peccati del mondo. Il discepolo amato, che aveva ascoltato queste parole rivolte dal Battista a Gesù (Gv 1, 35-37), vedendo che al crocifisso non gli furono spezzate le gambe, riconosce che in lui si compiono le Scritture riguardanti l’«Agnello pasquale» e che era vera anche la testimonianza del Battista (Gv 19,35). Verità significa conformità al progetto di Dio e compimento della sua volontà. Gesù è la verità perché si mette al servizio della volontà del Padre che compie la sua opera di salvezza per gli uomini. Dunque, lo Spirito della verità è lo Spirito Santo donato dal Padre al Figlio al fine di poter amare i suoi fino alla fine e portare a compimento il progetto di salvezza; al tempo stesso lo Spirito è donato dal Figlio di Dio a coloro che sono riuniti affinché, mettendo in pratica il comandamento dell’amore, possano anch’essi compiere l’opera di Dio e partecipare alla missione salvifica di Cristo.

Il «mondo», incapace di ricevere lo Spirito della verità perché non lo vede e non lo conosce, è quello schiavo dello spirito mondano di cui parla Gesù in Gv 12,48: «Chi mi rifiuta e non accoglie le mie parole ha chi lo condanna: la parola che ho detto lo condannerà nell’ultimo giorno». Qual è questa parola? Si tratta della parola detta dal profeta Isaia citata dall’evangelista a proposito di coloro che non credevano in Gesù anche davanti ai segni dai lui compiuti (Gv 12,37). La incredulità è letta come compimento delle parole del profeta Isaia: «Signore, chi ha creduto alla nostra parola? E la forza del Signore a chi è stata rivelata?» (Is 53,1). Gesù, quale Servo del Signore, espone nella preghiera il suo lamento e trova nella Scrittura, parola di Dio, anche la risposta: «Ha reso ciechi i loro occhi e duro il loro cuore, perché non vedano con gli occhi e non comprendano con il cuore e non si convertano, e io li guarisca» (Is 6,9s.). L’evangelista aggiunge che, anche tra i capi, molti credettero in Gesù ma non lo dichiaravano perché avevano paura di essere cacciati dalla comunità a causa dei farisei (i genitori del cieco nato guarito temevano di essere espulsi dalla comunità. Cosa che accadde per il loro figlio per il fatto di aver testimoniato in favore di Gesù (cf. Gv 9, 22-23.34)). La reticenza a manifestare la propria fede è originata dal fatto che essi «amavano la gloria degli uomini più che la gloria di Dio» (Gv 12,43). Chi ama la gloria degli uomini è accecato da essa e lo spirito mondano indurisce il cuore impedendo di vedere e di conoscere il volto di Dio che in Gesù splende come luce e vita.

I discepoli di Gesù, invece, sono coloro che, custodendo la sua parola e mettendo in pratica il comandamento dell’amore fraterno, accolgono lo Spirito della verità, grazie al quale essi diventano sua dimora e testimoni dell’amore. Modelli del discepolo credente sono il Battista e il Discepolo amato. Il primo vede nel segno della colomba che si posa su Gesù la realizzazione della parola di Dio che indicava in questa immagine l’evento della consacrazione del Cristo e Figlio di Dio per la missione di battezzare nello Spirito Santo (Gv 1, 32-34). Il secondo vede e crede che il Crocifisso è colui che porta a compimento il progetto di Dio in quanto Agnello pasquale, che espia i peccati degli uomini, e re Messia che riunisce tutti i figli di Dio dispersi (Gv 19,35). Il discepolo credente e testimone dell’amore, ricevendo il dono dello Spirito della verità, viene consacrato come Cristo per la missione.

La missione consiste nel testimoniare l’amore eterno di Dio, «non a parole, ma con i fatti e nella verità» (1 Gv 3,18-24)

v.18 – «Non vi lascerò orfani: verrò da voi».

Dopo aver assicurato la venuta dello Spirito della verità grazie alla sua preghiera, promette la sua venuta. Il ritorno, dopo essere andato al Padre, non permetterà che i suoi discepoli si sentano orfani. Alla luce degli eventi pasquali i discepoli comprendono che queste parole di Gesù si riferiscono alla sua morte e risurrezione. La promessa del dono dello Spirito della verità e quella del suo ritorno si sovrappongono per dire che c’è coincidenza tra il Crocifisso che dalla croce consegna lo spirito e il Risorto che dona lo Spirito santo nel cenacolo. La morte in croce di Gesù non ha nascosto il volto del Padre ma lo ha rivelato in tutta la sua gloria. Questa verità senza la luce dello Spirito dato dal Risorto rimane oscura e nascosta. Il Risorto è colui che viene. Infatti, l’evangelista racconta: «La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e dissero loro: “Pace a voi”» (Gv 20,19). La stessa cosa accade anche otto giorni dopo (cf. Gv 20,26). Gesù, apparendo agli apostoli nel cenacolo, si pone davanti a loro mostrando le ferite della passione, che sono il segno del suo amore. Tommaso e gli altri apostoli hanno creduto perché hanno visto. La loro fede è beata perché sono stati destinatari di un privilegio, ma, dice Gesù, ancora più beati sono coloro che non l’hanno visto con i loro occhi ma lo credono presente nel loro cuore come forza e sostegno della loro vita.

v.19 – «Ancora un poco e il mondo non mi vedrà più; voi invece mi vedrete, perché io vivo e voi vivrete».

Si ripete lo schema del confronto tra il mondo e i discepoli. Coloro che sono pieni dello spirito del mondo si fermano a conoscere l’aspetto miracolistico dei segni e il fatto storico della morte di Gesù senza approdare alla fede che egli è il Figlio di Dio e così entrare nella relazione vitale che lo unisce al Padre. La morte segna la sparizione definitiva dagli occhi chi non crede e la sottrazione definitiva ad ogni tentativo di essere manipolato. I discepoli, al pari di tutti, sono destinatari dell’amore di Dio e del dono dello Spirito. Essi, proprio perché nonostante tutto rimangono uniti, vedranno di nuovo Gesù (Gv 20). Non un fantasma, ma Gesù vivo. Gesù è vivo perché il Padre per mezzo dello Spirito Santo lo ha fatto passare dalla morte alla vita. Gesù risorto dona lo stesso Spirito che lo ha reso vivo e che vivifica anche i discepoli. Essi pure passano dalla morte alla vita. I discepoli che credono in Gesù, anche se muoiono, vivranno, e chi vive e crede in Gesù non muore in eterno (Gv 11, 25-26).

Il mondo rappresenta coloro che affermano di conoscere la verità e perseguitano Gesù insieme a quelli che credono in lui. Essi, rimanendo ciechi, muoiono nel loro peccato. Chi invece, come il cieco nato, comprende che il dono della vista gli è stato concesso mediante Gesù Cristo vede in lui l’opera del Padre e riconosce che da Gesù ha ricevuto la vita e lo testimonia con coraggio. Vedere è sinonimo di credere in Gesù. L’atto del credere si traduce nel «mangiare il pane della vita», ovvero partecipare alla passione di Gesù per fare della propria vita un’offerta al Padre. «Come il Padre che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia me vivrà per me» (Gv 6, 57). La vita del Risorto è vivere per il Padre, unica ragione di vita. Di conseguenza, chi si unisce a Gesù, anch’egli non vive più per sé stesso, ricercando la gloria e la testimonianza degli uomini, ma per fare la volontà di Dio.

Anche i discepoli si troveranno nella stessa situazione di Gesù, accusati e denigrati. Chiamati in giudizio essi non devono cercare il favore degli uomini per essere salvati, ma invocare l’aiuto di Dio perché lo Spirito, che ha permesso a Gesù di amare, passando dalla morte alla vita, consenta anche a loro di rendere ragione della speranza che è in essi, con le opere della carità. Le opere dell’amore rivelano a chi le compie una forza superiore alle proprie capacità umane. L’amore donato non viene da sé stessi, ma da Colui che ne è la sorgente.

v. 20 – «In quel giorno voi saprete che io sono nel Padre mio e voi in me e io in voi».

Il giorno del Signore è quello descritto in Gv 20 nel quale Gesù si fa vedere da Maria Maddalena nel giardino presso il sepolcro aperto e poi nel cenacolo. È il giorno in cui si respira un’aria di intima familiarità. Maria Maddalena riconosce Gesù dal fatto che la chiama per nome, i discepoli gioiscono nel vedere il Signore e Tommaso, toccando il corpo del Risorto crede che egli è il suo Dio. La conoscenza di cui parla Gesù non è una semplice forma di apprendimento della mente, un principio teorico o una verità astratta, ma è esperienza di appartenenza alla Casa del Padre in cui circola l’amore paterno, filiale e fraterno. «Essere in» vuol dire fare casa, vivere l’uno per l’altro. Questa è la vita eterna: vivere per l’altro e non per sé stessi. Non vi è gioia più grande che sapersi amati dall’altro e sapere che l’altro si senta veramente amato.

Gesù dice di essere nel Padre e nei discepoli. Grazie allo Spirito egli fa della sua vita un dono al Padre e agli uomini. Grazie al medesimo Spirito i discepoli sono in Gesù perché vivono per lui e, mediante di lui, per il Padre.

Si sottolinea il fatto che la relazione che unisce Gesù ai suoi trae origine dal rapporto tra il Padre e il Figlio che si amano e si donano reciprocamente.

v. 21 – «Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi è colui che mi ama. Chi ama me sarà amato dal Padre mio e anch’io lo amerò e mi manifesterò a lui».

Il concetto espresso nel versetto precedente con il verbo «essere in», che richiama il «credere in» e il «vivere per», viene ribadito con il verbo «amare». Rispetto al v.20 cambia la prospettiva che passa dall’alto al basso. I discepoli di Gesù gli manifestano il loro amore mettendo in pratica il comandamento dell’amore fraterno. In tal modo, essi si aprono ad accogliere l’amore del Padre e del Figlio, che è lo Spirito della Verità. Grazie ad esso i discepoli si amano reciprocamente, vivendo gli uni per gli altri e in tal modo si rende visibile nella comunità la presenza di Gesù, origine e compimento della fede. Questo versetto trova compimento nella descrizione che l’evangelista fa della terza manifestazione di Gesù sulle sponde del lago di Tiberiade (Gv 21). Nell’ultimo capitolo del vangelo, l’apostolo Pietro, che aveva opposto resistenza al gesto della lavanda dei piedi, diventa protagonista insieme al discepolo amato. È Pietro che prende l’iniziativa di andare a pescare e di gettare nuovamente le reti su indicazioni di uno sconosciuto che chiedeva qualcosa da mangiare. Dopo la pesca miracolosa non è Pietro il primo a riconoscere la presenza del Signore, ma il discepolo amato. Su quella parola Pietro si getta in mare per andare incontro a Gesù che ha preparato una mensa e attende di mangiare insieme ai suoi discepoli. Il verbo amare ricorre nuovamente nelle prime due domande che Gesù rivolge a Pietro: «Mi ami?» (Gv 21,15.16). Pietro sa di essere amato ma non nella misura in cui egli riesce ad amarlo («sai che ti voglio bene» (Gv 21,15.16.17). Gesù gli affida la missione di pascere il suo gregge, di prendersi cura dei suoi fratelli, di amarli. Pietro conosce veramente Gesù quando riconosce che nell’offerta della sua vita sulla croce egli dona il suo amore senza misura. Sul lago di Tiberiade non oppone resistenza, come aveva fatto prima della passione, ma s’immerge nell’acqua per andare incontro a Gesù. L’immersione nell’acqua vuole significare l’accettazione da parte di Pietro del battesimo in Spirito Santo operato da Gesù, il Figlio di Dio, come aveva profetizzato il Battista. Dal sapere all’accettare di essere amato il passo non facile perché bisogna morire a sé stessi, come fa Pietro gettandosi in acqua. Dal battesimo, partecipazione alla morte e risurrezione di Gesù, inizia un cammino di servizio («pasci le mie pecore») che va di pari passo alla sequela del bel Pastore che gli dice: «Seguimi». Questo cammino è sostenuto ed accompagnato dal nutrimento dell’Eucaristia.

Meditatio

Il nostro aiuto è nel nome del Signore

Il libro degli Atti degli Apostoli narra come la Chiesa abbia assolto al comando di Gesù di essergli testimone dovunque e sempre. Questa missione, allora come oggi, si compie grazie all’opera dello Spirito Santo. Lui è «l’altro Paraclito» di cui parla Gesù. «Lo Spirito della Verità» è il vero protagonista dell’azione pastorale nella quale sono coinvolti i discepoli di Gesù che percorrono le vie del mondo sulle quali incontrano gli uomini per far conoscere loro il Signore. Noi dovremmo conoscerlo nella misura in cui apriamo il cuore ad ascoltare la sua voce. Ma potremmo essere anche tra quelli che, pur avendolo ricevuto, lo mettono a tacere per seguire gli impulsi dello spirito del mondo. Lo Spirito di Dio ci fa sperimentare la gioia di essere amati e perdonati. Ci infonde speranza, ci ispira una sana creatività che ci aiuta ad adattarci alle situazioni dolorose della vita e a reagire positivamente e in maniera propositiva alle provocazioni degli avversari che ci mettono alla prova. La testimonianza dei primi cristiani attesta che il vangelo riesce a farsi strada anche attraverso le vie tortuose della storia e che il contagio della fede, mediante la testimonianza data a Gesù dai suoi discepoli, avviene soprattutto in contesti difficili e spesso sfavorevoli.

Gesù nel «discorso dell’arrivederci» dice che pregherà il Padre perché venga lo Spirito Santo, l’altro Paràclito: questo avviene sulla croce. Per i discepoli è un momento drammatico perché segna il distacco fisico dal loro maestro. Le parole di Gesù alimentano la fede che permette di vedere nel buio della croce la luce di Dio. Il sacrificio di Gesù sulla croce è la preghiera rivolta al Padre che dona lo Spirito Santo. L’evangelista Giovanni sottolinea la continuità tra l’evento della morte di Gesù e le apparizioni del Risorto. Morendo Gesù consegna lo Spirito e, manifestandosi ai suoi discepoli nel cenacolo, alita su di loro dicendo: ricevete lo Spirito Santo. Gli apostoli ricevono con lo Spirito la missione di portare al mondo la misericordia di Dio e con essa la gioia. Così nella notte oscura della persecuzione il discepolo di Cristo sa di non essere solo perché Dio gli è accanto attraverso il Paràclito che lo sostiene e gli ispira parole e gesti attraverso i quali la luce della carità, che lo abita, possa illuminare coloro che incontra, soprattutto gli avversari.

Nella espressione più alta di preghiera che è quella eucaristica, la Chiesa invoca lo Spirito Santo perché Gesù sia presente in essa, con il suo corpo e il suo sangue, visibile nelle specie del pane e del vino posti sull’altare. In ogni eucaristia si ripetono le parole di Gesù che lo rendono presente in mezzo alla comunità non solo attraverso i segni del pane e del vino, ma soprattutto mediante la comunione fraterna dei fedeli. Infatti, nella stessa eucaristia la Chiesa invoca una seconda volta lo Spirito Santo perché faccia di tutti coloro che si nutrono di Cristo un solo corpo e un solo spirito con Lui. La preghiera, l’eucaristia in maniera particolare, non è l’espressione della propria devozione individuale, ma esperienza di comunione con Dio e tra di noi. Lo Spirito Santo ci riconcilia con Dio e al contempo è il vincolo che tutti unisce. La missione della chiesa non è la somma di singole attività e ministeri individuali, ma è la manifestazione visibile dello Spirito Santo che agisce per armonizzare, riconciliare, rappacificare, unificare nel vincolo della Carità. La comunione nella Chiesa, opera dello Spirito Santo, è il segno più eloquente della presenza viva e vivificante di Gesù nel mondo.

Gesù promette la venuta del Paràclito. Egli è la risposta alla preghiera di Gesù che, rivolgendosi al Padre, si fa interprete dell’uomo bisognoso dell’aiuto di Dio perché si trova in difficoltà ed è consapevole che da solo non ne può uscire. Quella di Gesù è la preghiera che si eleva dal profondo della tristezza dove l’anima cade prostrata dal peso delle prove. L’uomo dei dolori, che ben conosce il patire, dalla croce non invoca vendetta o la salvezza dall’«ora delle tenebre» e dal potere del nemico, ma l’aiuto perché sia «glorificato» il nome di Dio, cioè si realizzi la Sua volontà. Aiuto letteralmente significa “verso la gioia”, per cui l’aiuto invocato da Gesù e offerto dal Padre, non è finalizzato a conservare la vita, ma a donarla “perdendola” come il seme che cade nella terra per morire e portare frutto. Come il seme caduto in terra se non muore, rimane solo, così l’uomo che si rinchiude nella sua solitudine, rimane solo nel suo sterile isolamento. L’aiuto di Dio ci spinge fuori dall’autoreferenzialità orgogliosa e disperata per farci sperimentare che, se è bello ricevere l’amore e sentirsi amati, lo è ancora di più amare con il desiderio di condividere con gli altri la gioia di essere amati. Lo Spirito Santo è l’aiutante. Il Paràclito aiuta Dio a creare e a salvare gli uomini perché la gioia dell’amore li coinvolga; aiuta gli uomini nell’amarsi reciprocamente come fratelli.

🙏 LEGGI LA PREGHIERA DEL GIORNO

Commento a cura di don Pasquale Giordano
Vicario episcopale per l’evangelizzazione e la catechesi e direttore del Centro di Spiritualità biblica a Matera

Fonte – il blog di don Pasquale “Tu hai Parole di vita eterna