La Croce, via d’amore tra il cielo e la terra
Chi ama lo sa, lo sente che il destinatario del suo amore vale molto più della propria vita, sa benissimo che per lui si getterebbe nel fuoco per salvarlo, che darebbe in cambio tutti i suoi averi e tutti i suoi respiri pur di non perderlo.
Continua dopo i 2 video.
- Pubblicità -
Il mondo capovolto: per salire si deve scendere, per trovare la vita bisogna perderla. Gesù è forse venuto per compiere proprio questa rivoluzione, questa operazione sovversiva di capovolgimento, impensabile e assurda prima di Lui.
Non amo la teologia del dolore e della sofferenza, non amo i volti tristi e compunti di chi accetta la propria croce quasi con un piacere masochistico, certi così di comprarsi il Paradiso, ma che fa della fede un mercimonio. Non amo la croce come simbolo di dolore e di passiva accettazione di esso. Se il cielo è sceso in terra e la terra è salita in cielo ci deve pur essere stato un passaggio, una via, una corrente: mi piace pensare allora la croce come una passerella che unisce i mondi, ma non in virtù della sofferenza che si porta incollata sopra, ma come scivolo di amore: «Dio infatti ha tanto amato il mondo…».
Il fine della croce, il suo succo, è tutto in queste parole di Gesù che servono a ricordarci che c’è un solo modo per non lasciarsi schiacciare e annientare dal dolore, un modo in cui la sofferenza non ha mai l’ultima parola e non è mai definitiva. È il modo dell’amore: «perché nel tuo nome, Dio, / si può tutto, / si può nascere e morire, / e trionfare nel mondo» (Alda Merini).
[…] Continua a leggere su Avvenire.
