don Lucio D’Abbraccio – Commento al Vangelo del 22 marzo 2026

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​Il grido che frantuma la morte

Gesù giunge a Betania, e il Vangelo ci consegna un mistero vertiginoso: il pianto di Dio. «Gesù scoppiò in pianto». Davanti al sepolcro dell’amico, il Signore non offre fredde dissertazioni né consolazioni di circostanza; si immerge invece nell’abisso del nostro dolore più insostenibile. In quelle lacrime si rivela qualcosa di sconvolgente: Dio non osserva la nostra sofferenza da lontano, ma la abita, la porta dentro di sé, la fa sua.

Quante volte, quando una malattia incurabile irrompe nella vita, quando un progetto costruito con anni di sacrifici crolla in un istante, o quando la morte strappa via una persona amata, il cuore si ribella in cerca di un perché? Le parole di Marta e Maria diventano anche le nostre: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto!». Non è un’accusa: è la supplica più autentica di chi ha creduto davvero e ora non comprende. E Gesù non respinge questo grido; lo accoglie, lo fa suo.

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Eppure, il mistero della salvezza si concentra attorno a un comando inatteso: «Togliete la pietra!». San Giovanni Crisostomo osserva che Cristo non arretra davanti alla corruzione della carne né si scandalizza del fetore della morte; Egli varca la soglia esatta dove la speranza umana si arrende. La pietra tombale non chiude soltanto i sepolcri: soffoca anche il respiro dell’anima. Vi sono macigni interiori sotto i quali giacciono sepolti i nostri fallimenti più ostinati.

Pensiamo alla rassegnazione che trasforma un matrimonio in una convivenza gelida e muta; al rancore che separa genitori e figli per anni; a una dipendenza nascosta che logora la dignità nel silenzio; alla sfiducia che spegne ogni slancio spirituale. A volte siamo noi stessi a decretare la nostra fine interiore, mormorando come Marta: «Manda già cattivo odore: è lì da quattro giorni». È la resa di chi non crede più possibile un cambiamento.

In questo deserto di disperazione risuona la voce creatrice del Verbo: «Lazzaro, vieni fuori!». Sant’Agostino ricorda che Lazzaro rappresenta l’umanità appesantita dall’abitudine al peccato, schiacciata da ciò che sembra irreversibile. Ma la parola di Cristo è una forza che spezza le catene. Egli non chiama una folla anonima: chiama per nome. La risurrezione non è un’idea, ma un incontro personale. È la vita divina che irrompe nel punto esatto in cui ci sentiamo più imprigionati.

Il miracolo avviene, ma l’uomo risorto emerge ancora avvolto nei sudari. È l’immagine delle nostre fragilità che continuano a stringerci anche dopo aver incontrato la grazia. Per questo Gesù affida alla comunità un compito decisivo: «Liberatelo e lasciatelo andare». Nessuno si scioglie da solo. Abbiamo bisogno di mani che aiutino a rimuovere le bende dei giudizi, delle paure, delle ferite antiche. Diventiamo strumenti di questa liberazione quando offriamo un perdono sincero a chi ci ha ferito profondamente, quando sosteniamo con fedeltà chi si sente uno sconfitto senza redenzione, quando accompagniamo con discrezione chi tenta di rialzarsi.

La Quinta Domenica di Quaresima ci pone davanti al nostro stesso sepolcro. Quale pietra ostruisce oggi il tuo ritorno alla vita? Quale oscurità difendi ancora dall’irruzione della grazia? Quale voce interiore continua a ripeterti che non cambierai mai?

La Pasqua si avvicina, e il Signore non teme le nostre tombe interiori. Egli si ferma davanti a ciascuna di esse, piange con noi, e poi comanda: «Vieni fuori!». Lasciamo che pronunci il nostro nome e incamminiamoci verso la luce che non tramonta. La sua voce continua a frantumare ogni morte, consegnandoci la più grande delle promesse: «Io sono la risurrezione e la vita», dice il Signore, «chi crede in me non morirà in eterno». Amen!

Per gentile concessione di don Lucio, dal suo blog.

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