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don Lucio D’Abbraccio – Commento al Vangelo del 14 giugno 2026

​«Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date»

C’è un vecchio medico di campagna che, da decenni, visita i malati poveri senza chiedere mai nulla in cambio. Un giorno un giovane collega gli domanda: «Perché lo fai? Ti stai rovinando la salute senza guadagnare niente». Il vecchio sorride e risponde: «Da bambino mi ammalai gravemente. La mia famiglia non aveva un soldo. Un medico venne a casa nostra ogni giorno per un mese intero, mi salvò la vita e non volle essere pagato. Se oggi respiro, è per un dono gratuito. Ora, semplicemente, lo restituisco».

Questa storia è il Vangelo di oggi.

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Matteo ci apre una finestra su Gesù in un momento di rara intimità. «Vedendo le folle, ne sentì compassione, perché erano stanche e sfinite come pecore che non hanno pastore». Prima di essere maestro, prima di essere taumaturgo, Gesù è Colui che sa guardare. E il suo non è uno sguardo distratto o giudicante. È lo sguardo di chi si lascia ferire dalle ferite degli altri.

Guardiamoci attorno. Quante persone incontriamo ogni giorno che sono esattamente così: «stanche e sfinite»? Non è soltanto la stanchezza del corpo, quella che passa con qualche ora di sonno. È una stanchezza più profonda, dell’anima. È la fatica del genitore che torna a casa la sera svuotato, ma deve ancora trovare la forza di sorridere ai figli. È lo sfinimento del giovane che cerca il suo posto in un mondo che sembra non offrirgli nulla di solido. È la solitudine silenziosa dell’anziano che trascorre le giornate aspettando uno squillo di telefono che non arriva. Siamo spesso così: pecore che corrono in tutte le direzioni, inseguendo promesse di felicità che si rivelano vuote.

Di fronte a questo smarrimento, Gesù non si volta dall’altra parte. Non fa un’analisi distaccata della situazione. Prova una compassione viscerale — nel testo greco originale si usa una parola che indica un fremito che nasce dalle viscere, come l’amore di una madre per il figlio — e decide di agire. Ma guardate lo stile di Dio: non fa tutto da solo. Coinvolge. Chiama. Invia.

«La messe è abbondante, ma sono pochi gli operai! Pregate dunque il signore della messe perché mandi operai nella sua messe!».

Il campo è sterminato. Il bisogno di bene, di consolazione, di presenza umana nel mondo è immenso. Mancano le braccia. Mancano le persone disposte a spendersi. E Gesù, invece di lamentarsi, propone una soluzione concreta: pregate, e poi andate.

Subito dopo, chiama i Dodici. Matteo ci elenca i loro nomi uno per uno. È un elenco che fa tenerezza: ci sono pescatori rozzi e impulsivi, un esattore delle tasse malvisto da tutti, e in fondo alla lista compare anche «Giuda l’Iscariota, colui che poi lo tradì». Dio non aspetta che siamo perfetti per chiamarci. Ci chiama così come siamo, con le nostre fragilità, le nostre incoerenze, i nostri fallimenti. È l’amore che ci rende capaci, non la nostra presunta bravura.

A questi uomini comuni affida un mandato straordinario: «Guarite gli infermi, risuscitate i morti, purificate i lebbrosi, scacciate i demòni». Sembra impossibile. Ma traduciamolo nella vita di ogni giorno. Guarire un infermo significa sedersi accanto a un collega che attraversa una crisi e ascoltarlo senza guardare l’orologio. Risuscitare un morto significa restituire la speranza a un amico caduto nella disperazione, che non vede più un futuro. Purificare un lebbroso significa difendere pubblicamente chi viene emarginato e deriso. Scacciare i demòni significa rifiutarsi di alimentare il pettegolezzo che avvelena famiglie e ambienti di lavoro. Gesù non ci chiede di fare magie. Ci chiede miracoli di umanità.

E ci indica anche da dove cominciare: «Rivolgetevi piuttosto alle pecore perdute della casa d’Israele». Non occorre andare in capo al mondo per fare del bene. La missione inizia vicino: nella propria famiglia, nel condominio, tra i colleghi. «Strada facendo, predicate, dicendo che il regno dei cieli è vicino». Non in un luogo speciale, non in un momento straordinario. Strada facendo. Nella vita ordinaria di ogni giorno.

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Il segreto di tutto sta nell’ultima frase: «Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date». Tutto ciò che siamo e che abbiamo — la vita, la fede, l’affetto di chi ci ama, la grazia di ogni nuovo giorno — ci è stato donato senza che lo meritassimo. Nessuno di noi ha comprato nulla. Se lo comprendiamo davvero, la nostra vita intera diventa un dono. Come quel vecchio medico che non aveva dimenticato di essere stato salvato, e per questo continuava a salvare.

Usciamo da qui con questa domanda nel cuore: chi aspetta, oggi, che io mi accorga di lui? Amen!

Per gentile concessione di don Lucio, dal suo blog.

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