L’invito di Dio
Immaginate una sala addobbata a festa. I fiori sono freschi, i tavoli apparecchiati, su ogni posto c’è un segnaposto con un nome. In cucina tutto è pronto. E le sedie restano vuote. È il dolore di chi ha preparato ogni cosa con amore e vede che nessuno arriva.
Gesù comincia così la parabola di oggi. Un re fa una festa di nozze per suo figlio e manda i servi a chiamare gli invitati, ma «questi non volevano venire». Il re non si arrende: manda altri servi a dire che il pranzo è pronto. Quelli «non se ne curarono». Nessuna cattiveria, solo indifferenza. Chi va «al proprio campo», chi «ai propri affari», e altri arrivano perfino a maltrattare e uccidere i servi.
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Gesù lo racconta ai capi dei sacerdoti e ai farisei: Dio ha mandato i profeti, ora manda suo Figlio, e l’invito trova ancora porte chiuse.
E noi? Raramente diciamo un grande no. Più spesso diciamo tanti «dopo». Dopo rispondo a questo messaggio, dopo finisco di scorrere i social, dopo guardo ancora un video. Basta un dito che scorre sullo schermo e un’ora è sparita senza che ce ne accorgiamo. Distribuiamo «mi piace» a mille cose e non troviamo tempo per Chi ci ha invitati. Poi arriva la domenica e per la Messa sembra che il tempo non basti mai. Occuparsi delle proprie cose non è sbagliato. Il guaio è quando riempiono tutto e a Dio non resta nemmeno una sedia. Eppure il Signore ci aspetta: ci parla con la sua Parola e ci dona se stesso nell’Eucaristia.
Il re si indigna: rifiutare l’amore ha un prezzo. Ma non annulla la festa. Dice ai servi: «andate ora ai crocicchi delle strade e tutti quelli che troverete, chiamateli alle nozze». Quelli radunano «cattivi e buoni», e «la sala delle nozze si riempì di commensali».
Questa è la Chiesa: non una vetrina di perfetti, ma una sala riempita con gente trovata per strada. Se ti vergogni del tuo passato, se non entri in chiesa da anni, se vuoi confessarti ma temi di non essere accolto, ascolta: c’è un segnaposto con il tuo nome. Nessuno disperi della misericordia di Dio.
Poi Gesù aggiunge un particolare decisivo. Il re entra e vede un uomo senza l’abito nuziale. «Amico, come mai sei entrato qui senza l’abito nuziale?». Quell’uomo «ammutolì».
Perché questo episodio? Perché l’invito è per tutti, ma non basta riceverlo: bisogna accoglierlo. L’abito non è un vestito costoso. Quella gente era stata presa per strada, all’improvviso: nessuno aveva un abito da cerimonia nell’armadio. Al tempo di Gesù era il padrone di casa a offrirlo agli ospiti. Quell’uomo, dunque, non ha rifiutato l’invito: ha rifiutato il dono. È come ricevere un regalo e lasciarlo nella scatola, o entrare in casa con le scarpe piene di fango dicendo: «Io sono fatto così».
Quell’abito è la vita nuova che Dio ci regala, la veste bianca del Battesimo: è Cristo stesso. E si riconosce dai gesti. Non basta partecipare alla Messa se poi si tratta ingiustamente qualcuno, né pregare se poi si continua a parlare male degli altri. Non dobbiamo essere perfetti: tutti sbagliamo. Ma quando l’abito si macchia, il Signore non ci caccia: ci aspetta nella Confessione, per rimetterci addosso un abito pulito.
E quelle parole terribili, «Legatelo mani e piedi e gettatelo fuori nelle tenebre»? Non sono la vendetta di un re permaloso per un vestito. Dicono la serietà di un amore che non si può prendere alla leggera. Chi resta in un angolo, con le braccia conserte e il cuore chiuso, finisce per sentirsi fuori anche stando dentro la festa.
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La parabola si chiude così: «Molti sono chiamati, ma pochi eletti». Non è una lotteria. Tutti sono chiamati davvero. Eletti sono quelli che rispondono con la vita.
Allora chiediamoci: che cosa risponderò al Signore che mi invita? Forse indossare l’abito oggi significa chiedere perdono, smettere di parlare male di una persona, tornare a confessarsi dopo tanti anni, aiutare concretamente chi attraversa un momento difficile. Sono i piccoli passi con cui diciamo il nostro sì.
Il re non ha chiesto agli invitati da dove venissero, ma ha voluto che partecipassero alla festa. Dio non ci chiede un passato senza errori, ma un cuore disposto a cambiare. Il tuo posto è apparecchiato, il tuo nome è già sul segnaposto. Non lasciare quella sedia vuota. Perché l’abito che il Signore desidera vedere in noi è una fede che diventa amore, ogni giorno. Amen.
Per gentile concessione di don Lucio, dal suo blog.
Chi è Don Lucio D’Abbraccio?
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