La solennità di Pentecoste è il compimento della Pasqua. Non è una semplice “festa dello Spirito Santo”, ma la celebrazione del giorno in cui lo Spirito, promesso dal Risorto, viene effuso sulla Chiesa nascente.
È il momento in cui la promessa si compie, il giorno in cui Dio entra nella storia con una nuova intensità, come vento impetuoso e fuoco ardente, come luce interiore e Presenza trasformante.
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Nel Cenacolo, luogo della memoria dell’ultima Cena, luogo della paura e della preghiera, scende lo Spirito: e tutto cambia. I discepoli diventano apostoli, Pietro ritrova il coraggio perduto, le lingue si sciolgono, le porte si aprono.
È il “natale” della Chiesa, che nasce non per iniziativa umana, ma per iniziativa divina. La Pentecoste è l’irruzione dell’eternità nel tempo, della grazia nella carne, della missione nella storia.
Il Vangelo di Giovanni ci conduce nel cuore di una rivelazione trinitaria: il Padre manda lo Spirito nel nome del Figlio, e il credente è chiamato ad accogliere questa Presenza nuova, interiore, permanente.
Lo Spirito è il Consolatore, l’Avvocato, Colui che difende, guida, illumina, purifica. Egli non sostituisce Gesù, ma lo rende presente in modo nuovo, facendoci partecipi della vita del Figlio, figli nel Figlio.
Non possiamo pensare la vita cristiana senza di Lui: è lo Spirito che ci conforma a Cristo, ci unisce al Padre, ci fa vivere la fede come relazione viva e trasformante.
La sua azione non è accessoria, ma essenziale: è Lui che vivifica, che dà la vita stessa di Dio all’uomo, che ci cristifica giorno dopo giorno.
Nel racconto di Pentecoste che troviamo negli Atti degli Apostoli, vediamo lo Spirito che irrompe con forza creatrice: la Parola sussurrata da Gesù nel Cenacolo ora esplode nelle piazze.
La diversità delle lingue diventa segno di una comunione più profonda. Se a Babele le lingue avevano diviso, ora esse testimoniano un’unità nuova: quella generata dallo Spirito, che non annulla le differenze, ma le riconcilia.
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È l’unità senza uniformità, la comunione nella pluralità, che solo Dio può creare. Questa è la sfida anche per la nostra Chiesa e per le nostre comunità oggi.
Viviamo tempi di forti polarizzazioni, dentro e fuori la Chiesa: tensioni ideologiche, contrapposizioni culturali, sensibilità ecclesiali che faticano a comunicare.
Lo Spirito ci ricorda che la vera comunione non è frutto del compromesso o dell’omologazione, ma dell’amore che unisce le differenze.
È Lui a generare quella “convivialità delle differenze” di cui parlava il Servo di Dio mons. Tonino Bello. È lo Spirito che ci insegna a vedere nell’altro un fratello, anche quando è diverso da noi.
La Pentecoste ci chiama a uscire dai nostri cenacoli chiusi, dalle nostre paure, per diventare Chiesa missionaria, profetica, capace di annunciare il Vangelo nella lingua dell’altro, con rispetto e libertà interiore.
La Pentecoste, inoltre, interpella anche ciascuno di noi nel profondo. San Paolo ci ricorda che vivere “secondo lo Spirito” significa lasciarsi guidare interiormente, essere condotti non dalla carne ma dalla grazia, non dalla paura ma dalla fiducia filiale.
Lo Spirito ci rende figli, ci libera dalle opere della morte, ci rende capaci di dire “Abbà, Padre!”. È Lui che grida in noi, che prega in noi, che ci muove a una vita nuova.
La nostra stessa fede, se è autentica, è già frutto della sua azione.
Pentecoste è dunque il tempo del discernimento: quale spirito ci guida? Il frutto dello Spirito – amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, fedeltà, dominio di sé – è visibile nella nostra vita?
Oppure restiamo avvinghiati alle opere della carne: gelosie, divisioni, egoismi?
La festa di oggi ci chiede di scegliere la vita, quella vera, quella che viene dall’Alto e ci porta verso l’Alto.
Per gentile concessione di don Luciano Labanca, dal suo sito.
