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Don Luciano Labanca – Commento al Vangelo del 28 Settembre 2025

Questa parabola che scuote, quella del ricco senza nome e del povero Lazzaro, non è un racconto del passato, ma un’immagine viva della nostra società, segnata da disuguaglianze profonde, ingiustizie e indifferenza. È la storia di un’umanità che ancora oggi fatica a riconoscere il volto del povero.

La stessa Agenda 2030 delle Nazioni Unite, tra i suoi obiettivi di sviluppo sostenibile, mette ai primi posti la lotta alla povertà e alla fame. Nonostante i progressi culturali, tecnologici e sanitari, la povertà rimane una piaga aperta. Il Vangelo non offre risposte politiche o economiche, ma un richiamo personale e urgente alla giustizia, alla responsabilità verso i beni che, secondo la dottrina sociale della Chiesa, appartengono a tutti.

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San Gregorio Magno, commentando questa parabola, scrive: “Tra il popolo son più noti i nomi dei ricchi, che quelli dei poveri. Perché allora il Signore tace il nome del ricco e ci dà quello del povero? Certo, perché riconosce e approva gli umili e ignora i superbi” (Om. 40,3). Il ricco non ha nome perché non ha saputo vedere l’altro. Lazzaro, invece, sì: il suo nome significa “Dio aiuta”. E Dio, davvero, ascolta sempre il grido del povero.

La parabola ci presenta un contrasto netto: da un lato il ricco, vestito di abiti sontuosi, immerso nella sua autosufficienza; dall’altro Lazzaro, malato, affamato, invisibile. Non c’è solo una porta chiusa tra loro, ma è principalmente il cuore del ricco ad essere serrato.

Quando arriva la morte, quella che san Francesco chiama “Sora nostra morte corporale, de la quale nullo homo vivente po’ scappare”, tutto si ribalta: Lazzaro è consolato, il ricco sperimenta la distanza da Dio. La giustizia si compie. Non c’è piu tempo di cambiare le cose ora. Risuonano sempre forti le parole di Gesù: “A che giova all’uomo guadagnare il mondo intero, se poi perde sé stesso?” (Mc 8,36).

Il punto centrale, dunque, non è la condanna della ricchezza in sè, ma l’uso egoistico dei beni. Chi è ricco può fare molto bene, se apre il cuore alla Parola di Dio. Ma anche il povero, se si chiude alla speranza e si lascia divorare dall’odio, può smarrirsi, seminando attorno a sé odio, violenza, solitudine.

Nel finale del brano, il dialogo tra il ricco e Abramo è illuminante. Il ricco, ormai condannato, chiede che qualcuno avvisi i suoi fratelli. Abramo risponde: “Hanno Mosè e i Profeti. Ascoltino loro”. E aggiunge: “Se non ascoltano Mosè e i Profeti, non si lasceranno convincere neanche se uno risorgesse dai morti”. Cristo è risorto. Ma noi… lo ascoltiamo davvero?

Questa parabola non vuole solo commuoverci, aiutarci a riflettere sulle disuguaglianze sociale, ma anzitutto convertirci. Ci chiede di aprire gli occhi su chi giace oggi alla nostra porta, di usare il tempo che ci è donato per amare, condividere, servire. Alla fine, non resterà ciò che abbiamo posseduto, ma ciò che abbiamo donato con il cuore.

Per gentile concessione di don Luciano Labanca, dal suo sito.