La compagnia dei tipi loschi
Nel 1990, l’oratorio del mio paese d’origine, Bussolengo, è stato dedicato a Piergiorgio Frassati, nell’anno in cui Giovanni Paolo II lo ha proclamato Beato. Da allora, questa figura di giovane cristiano di altri tempi è diventata per me così interessante e attuale.

Esattamente cento anni fa, il 4 luglio 1925, Piergiorgio compiva la sua “scalata definitiva in cielo”. Studente universitario, appassionato di montagna, proveniente da una ricca e famosa famiglia torinese, morì a soli 24 anni per una malattia fulminea. Da subito, il suo amore per il Vangelo e per i poveri contagiò tanti altri giovani a Torino e poi nel mondo. Il prossimo 7 settembre 2025 sarà proclamato Santo da Papa Francesco.
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Una delle cose che mi hanno colpito della sua storia è quando fondò con i suoi amici la “Compagnia dei Tipi Loschi”. Questo era il modo scherzoso con cui chiamava il gruppo di amici con cui organizzava feste, camminate in montagna e anche il servizio ai poveri, il tutto seguendo l’ispirazione del Vangelo, che era al centro della vita di Piergiorgio e dei suoi amici.
Ho pensato a questa compagnia di amici quando ho letto il Vangelo di questa domenica, nel quale l’evangelista Luca racconta di come Gesù inviò i suoi amici e discepoli per una specie di prova missionaria, per portare la sua parola e la sua azione concreta di guarigione. Gesù li mandò con istruzioni specifiche che sarebbero diventate lo stile della missione cristiana per ogni battezzato. Sono istruzioni a tratti un po’ strane, potremmo dire con Piergiorgio Frassati, un po’ “losche” anche oggi: pochissimi mezzi, nessuna sicurezza materiale, totale affidamento a ciò che viene dato dagli altri, parole chiare di pace e un annuncio semplice: “Il Regno di Dio è vicino”, che si traduce in gesti di cura e liberazione.
Siamo in un periodo storico pieno di guerre e pericoli, e sembra che l’unico modo per affrontare il futuro, sia a livello personale che sociale, sia avere tutte le sicurezze possibili, tutto ciò che ci può servire per ogni situazione futura, anche se improbabile.
Gesù, invece, per i suoi missionari di allora e di oggi, chiede solo di equipaggiarsi di fiducia in sé stessi, nel prossimo e in Dio. Con questa fiducia possono affrontare tutto, e Dio, che ha scritto nel cielo del suo cuore i nomi di ciascuno, non abbandonerà mai i suoi missionari. C’è davvero qualcosa di “losco” in questo modo di vivere la vita e la fede. È losco perché mette in crisi e provoca a pensare relazioni umane diverse, più libere da paure e conflitti, per costruire un mondo meno preoccupato di accumulare beni ma di accumulare “il bene” e la pace.
Gesù manda i suoi missionari a due a due, e in questo c’è davvero il vero e definitivo equipaggiamento di cui abbiamo bisogno: l’amore reciproco, la compagnia di chi si vuole bene e si sostiene.
Immagino i gruppetti dei missionari mandati da Gesù che camminano insieme allegramente, non con uno sguardo cupo e centrato solo su sé stessi. Immagino questi piccoli gruppi che già con la loro allegra amicizia parlano di Dio ancor prima di aprire bocca verso gli altri. Mi immagino davvero che questi 72 discepoli (numero simbolico che richiama la totalità delle nazioni umane, cioè tutti gli uomini e donne in qualsiasi angolo del mondo) tutti insieme si sentano una compagnia chiamata a una missione speciale di carità, non di potere e gloria.
Questa compagnia di Gesù è davvero come quella che aveva pensato Piergiorgio Frassati con i suoi amici, una compagnia di tipi loschi, perché il più losco e trasgressivo di tutti rimane sempre Gesù, allora come oggi.
Fonte: il blog di don Giovanni Berti (“in arte don Gioba”)
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