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don Giovanni Berti (don Gioba) – Commento al Vangelo del 30 agosto 2026

Crocifisso sì o no?

Ogni tanto nel dibattito sociale e politico si riaccende la polemica sul crocifisso nelle aule scolastiche e negli uffici pubblici. La domanda è sempre quella: è giusto esporre il crocifisso, cioè la raffigurazione dell’uomo Gesù morto su una croce?

La vignetta di don Giovanni Berti

Se con una improbabile macchina del tempo andassimo agli inizi del cristianesimo, e chiedessimo ai primi cristiani, sia di provenienza ebraica che pagana, direbbero di no. Sarebbero i primi a non volere alcuna rappresentazione di Gesù in croce e forse prenderebbero una scala per toglierlo dalle nostre aule scolastiche, dagli uffici e dai tribunali. Rimarrebbero inorriditi al vederlo in tutte le forme e dimensioni nelle nostre chiese. Se andassimo fino al tempo degli apostoli, il primo a togliere tutte le immagini di Gesù crocifisso sarebbe lo stesso Pietro.

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Ci sono voluti molti secoli perché i cristiani iniziassero a rappresentare Gesù in croce, e più di mille anni per mostrarlo con il capo reclinato e morto come siamo abituati oggi. All’inizio i cristiani rifiutavano ogni rappresentazione che richiamasse l’idolatria pagana, ma soprattutto non era facile accettare il messaggio del crocifisso, che è al cuore del Vangelo: Dio si fa uomo fino in fondo ed è pronto a morire per amore.

Esiste un documento archeologico straordinario che mi ha sempre affascinato su questa storia. Si tratta del graffito di Alessameno, un piccolo pezzo di intonaco ritrovato sul Palatino a Roma e datato tra il secondo e il terzo secolo. Vi si trovano incise due figure: la prima è un uomo con la testa di asino e le braccia allargate sulla croce, e ai suoi piedi un uomo che alza la mano in segno di adorazione. Sotto c’è una scritta in greco antico che dice: Alessameno adora il suo Dio. L’uomo con la mano alzata è Alessameno, preso in giro dai compagni perché ritiene Dio un uomo messo in croce. Per la mentalità pagana le divinità non possono morire, e quindi Alessameno è uno stupido a credere che sia divino un crocifisso, che vale poco più di un asino.

La cosa straordinaria è che quel graffito così duro e blasfemo è la prima rappresentazione che conosciamo di Gesù in croce. Sembra davvero da stupidi pensare che la salvezza della vita passi dalla sofferenza e dalla morte. La mentalità comune cerca la salvezza nel successo, nella forza e nella capacità di imporre il proprio volere. Chi è debole o segnato dalla malattia va accudito con carità, ma non può essere quella la strada della felicità e di Dio, che è l’Onnipotente.

È quello che pensa Pietro quando Gesù, dopo essersi rivelato come il Cristo e l’inviato di Dio, comincia a parlare di croce, rifiuto e morte. Pietro protesta e si ribella, e così facciamo anche noi, che non possiamo accettare di perdere mai.

Viviamo in una società in cui il corpo è sovraesposto come perfetto, curato e sano, mentre mascheriamo tutto ciò che appare debole e limitato. Per questo quel corpo crocifisso in fondo non ci piace. Posso capire i primi cristiani che facevano fatica a vederlo, anche perché non è facile vivere fino in fondo il Vangelo.

Pietro, alla sua protesta, riceve da Gesù un comando: torna discepolo. Non deve stare davanti a Gesù per insegnargli a vincere, ma rimanere suo amico e fidarsi che la via della croce è la vera salvezza. Così Pietro, gli altri discepoli e tutti i cristiani dopo di loro hanno imparato a conoscere la potenza del corpo crocifisso di Gesù.

Alessameno, che conosciamo solo attraverso quel graffito, ha avuto il coraggio di continuare ad adorare l’uomo della croce, senza ridurlo a decorazione vuota alla quale oggi forse siamo così abituati da non farci più caso.

L’uomo della croce si propone ancora come nostro maestro, e in un mondo che adora l’efficienza, la forza fisica, il potere e la vittoria a tutti i costi, ci mostra la strada dell’amore che tutto dona e che salva veramente.

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Nel corpo debole di chi è malato, povero, abbandonato, e persino in noi stessi quando siamo deboli e fisicamente vulnerabili, abbiamo l’immagine più potente e vera del crocifisso, di Gesù, il Cristo, il Figlio di Dio e nostro Maestro.

Fonte: il blog di don Giovanni Berti (“in arte don Gioba”)