A volte facciamo fatica a capire. Non perché siamo meno intelligenti o meno profondi degli altri, ma perché alcune cose sembrano così grandi e impegnative da risultare indigeste. È come quando tentiamo di afferrare un concetto complesso o accettare un cambiamento importante: il cervello si blocca e il cuore non riesce a seguire.
Il Vangelo di Giovanni (6,52-59) ci racconta di un momento simile. Gesù parla del suo corpo e del suo sangue come vero cibo e vera bevanda, e i Giudei reagiscono: “Come può costui darci la sua carne da mangiare?”. È una reazione spontanea e comprensibile. Mangiare il corpo di qualcuno? Impossibile! Eppure, Gesù non semplifica il discorso, anzi lo radicalizza: mangiare di Lui significa accogliere la vita vera, la vita risorta.
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Forse ci spaventa la radicalità. Noi vorremmo un Vangelo più leggero, meno esigente. Ma il Vangelo non è un fast food spirituale: è un pane che va spezzato, masticato e digerito. Al tempo di Gesù, il pasto era un atto di condivisione profonda: non solo nutrimento, ma relazione. Mangiare insieme significava fare spazio all’altro dentro di sé.
Paolo, nella prima lettura (At 9,1-20), vive un’esperienza radicale: da persecutore a testimone. Una caduta brutale, uno sguardo che cambia. Anche qui c’è qualcosa da mangiare e da digerire: la verità su di sé. Saul deve ingoiare l’orgoglio e imparare la misericordia. Non è facile, ma è lì che si nasconde la vita nuova.
Oggi, in un mondo che preferisce rapporti usa e getta, ci troviamo spesso a fare fatica con il “mangiare” le relazioni, il costruire qualcosa che resti. Tendiamo a restare in superficie, evitando ciò che richiede impegno. Ma vivere da risorti significa saper scegliere chi e cosa nutrire dentro di noi. Accogliere la vita nuova significa fare spazio a quella parte che non ci piace, ma che può trasformarsi.
Come quando ti alleni e senti i muscoli bruciare: lì per lì sembra dolore, ma sai che è crescita. Il risorto è colui che non teme il bruciore della verità.
Pensiamo allora a quel dolore grande che in passato abbiamo provato, o magari che stiamo provando, cosa ci sta insegnando?
E tu, cosa stai rifiutando di “mangiare” perché ti fa paura?
don Domenico Bruno
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