Hai mai sentito il suono del vuoto? Quello che senti quando qualcuno si stacca, si scollega da te. Magari, un messaggio non risposto, una chiamata che non arriva più, un’amicizia che si spegne senza chiarimenti. Silenzio. Vuoto. Sembra di sentire un piccolo crack. Chissà, forse è il rumore del cuore che si spezza. Come un filo staccato dalla corrente: non c’è più luce, né calore. Ecco, Gesù oggi ci dice: «Io sono la vite, voi i tralci». Se ti stacchi, non sei più vivo.
Siamo pieni di connessioni, ma scollegati dentro. Troppo spesso viviamo con il cuore offline, magari anche religiosamente corretti, ma senza linfa. E invece la Pasqua è proprio questo: una possibilità di riconnessione vitale. Con Dio, con gli altri, con te stesso.
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Nella prima lettura (At 15,1-6) vediamo che già la Chiesa delle origini aveva le sue tensioni: norme, identità, regole… Ma non hanno risolto tutto con le leggi, bensì tornando alla relazione con Cristo, l’unica vite vera da cui riceviamo senso e direzione.
Al tempo di Gesù, era usanza comune potare la vite due volte all’anno. Perché? Perché la vite, se cresce a caso, diventa sterile. Va guidata, tagliata, purificata. Non è sadismo, è cura. Quante volte anche nella nostra vita servirebbe “una potatura”? Non per farci male, ma per farci bene.
L’immagine che mi porto dentro è quella del caricabatterie. Quello che cerchi disperatamente quando il telefono è al 2%. Ecco, restare in Gesù è come avere sempre con sé la presa giusta. E se non ti colleghi ogni giorno, ti spegni. Lentamente, ma ti spegni.
Oggi, dove le relazioni spesso sono usa-e-getta, dove ci si lascia per un “non mi sento più come prima”, Gesù ti insegna la fedeltà, la profondità, la verità. L’atteggiamento pasquale è restare. Anche quando fa fatica. Anche quando non senti più “le vibes”.
Tu restaci. Perché lì c’è la linfa. E anche quando non vedi subito frutti, stai diventando fecondo dentro.
E se invece di chiederti “chi mi ama?”, provassi a chiederti “a chi scelgo di restare fedele oggi?”
don Domenico Bruno
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