Finitudine dell’amore umano
Commento biblico di don Cristiano Marcucci
Trascrizione (non rivista) generata da YouTube e arrangiata tramite IA.
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I Testi Sacri hanno il compito di decodificare il mondo interiore o, se volete detto in altri termini, hanno l’obiettivo di svelare ciò che non si vede. Il cuore è l’anima della realtà: da lì dipende tutto. La forma esterna ha valore nella misura in cui corrisponde a quella interna; altrimenti, vivo uno scollegamento.
Vi prego, amici, tutti in variegate forme lo siamo. Possiamo dire che tutti abbiamo due vite, che dipendono da due registri: una vita interna e una esterna. Posso avere un mio collega da anni che non sopporto, antipatico. Eppure, tutte le mattine al lavoro: “Buongiorno, che bello, come stai?”. Mh, cose di questo tipo.
L’importante è dirselo e coglierlo chiaramente. Dice molto di più un livello più profondo, ma avremo modo di parlarne.
Vediamo. Diciamo che in questa scena dell’obolo della vedova abbiamo due situazioni apparentemente simili nella forma, ma molto diverse nella sostanza. Anzi, questa scena è costruita a specchio in due parti simmetriche. È una tecnica letteraria della Bibbia, utilizzata per dare risalto al messaggio che si vuole veicolare. Di solito si sviluppa in questo modo: nella prima parte della narrazione vengono descritti elementi apparentemente positivi, diciamo ci sono delle buone premesse, ma poi il risultato si svela pessimo. Successivamente, nella seconda parte narrativa, vengono presentati altri elementi apparentemente, come dire, negativi o semplicemente futili. Quindi, delle premesse negative o insignificanti, ma poi il risultato si svela positivo, anzi eccellente.
Per portare un esempio illustre, questo è lo schema del primo capitolo del Vangelo di Luca, le famose due annunciazioni costruite in parallelo a Zaccaria e a Maria. Nella prima, tutto è bello: siamo a Gerusalemme, la città santa, il tempio stellare, un clima religioso, un grande rituale, un sacerdote nella Santa Sorum. Tutto incredibile, il risultato? Incredulità. Assolutamente negativo. La seconda: siamo a Nazaret, un paese sfigato, insignificante, una giovane per di più donna, in casa, nessuna preghiera, nessun rituale. Sembra tutto ordinario, scontato. Eppure, il risultato è incredibilmente positivo: la Fede.
Qui, amici, accade lo stesso. Siamo nel tempio, il tema è quello delle offerte, dell’elemosina, quindi il tema del dono. Amici, chi sa amare dona, chi non sa amare deve sempre ricevere, trattenere, elemosinare. Non dona, lui chiede disperatamente amore.
Nella prima parte della scena troviamo uno scriba, cioè una persona riuscita, economicamente stabile, affermata, religiosa, cioè benedetta, socialmente importante. Depone un’offerta, e Gesù sottolinea che è il superfluo, come i pochi spiccioli che doniamo al mendicante di turno, noi tutti, senza guardarlo negli occhi. Vi prego, se donate qualcosa a qualcuno, almeno guardatelo negli occhi e prendeteci un caffè insieme, anche se non lo capisce. Quindi, diciamo che lo scriba è una persona che possiamo definire immatura nell’amore: molta forma e poca sostanza, ricchezza esterna e povertà interiore.
La protagonista della seconda parte della scena, invece, è una povera vedova: una persona sola, una persona economicamente instabile, socialmente insignificante, sofferente, fragile, possiamo dire maledetta. Perché, all’epoca, vi ricordo che le disgrazie, le malattie, erano considerate maledizioni: “Dio ha voluto così”. E questa donna depone pochissimo oggettivamente, ma di fatto è tutto ciò che possiede. Gesù sottolinea che dona tutto quello che ha, quindi una persona matura nell’amore: poca forma e molta sostanza, povertà esterna ma grande dignità, grande ricchezza interiore.
È decisiva la condizione di questa donna: è vedova. Che cos’è la vedovanza, amici? Da qui lo slogan di questo input di insegnamento: perdere l’amato. Vi ricordo che in quel contesto culturale non esisteva tutela sociale ed economica per questa categoria. Una donna vedova era sostanzialmente finita, non solo senza amore, ma neanche con i bisogni primari. La vedova, o meglio la vedovanza, è una separazione non scelta, subita. Viene a mancare il partner. Perché esiste la separazione scelta da almeno uno dei due, quando si esaurisce l’amore. E l’amore, lo sappiamo, ha bisogno di due “sì” da rinnovare costantemente, perché quel “sì” che ci dicemmo allora, mettendoci insieme, oggi non vale più. Siamo profondamente cambiati, di quel “sì” di 10, 20, 30 anni fa non è rimasto nulla. O lo rinnoviamo costantemente insieme, altrimenti appellarmi a quel “sì” serve a poco, perché noi viviamo nel qui e ora.
Ma esiste anche, appunto, la separazione subita, quando uno dei due muore fisicamente. Nella prima separazione termina l’energia dell’amore, attenti eh, non c’è una fine biologica ma interiore. Nella seconda, l’energia d’amore continua. Cioè, c’è la fine, la morte biologica, ma non interiore. E vi ricordo che nel mondo spirituale non esiste la distinzione mentale che abbiamo noi: morte, vita. Pertanto, la relazione con una persona non dipende dalla biologia, se fisicamente in vita, ma dal cuore.
Ecco perché la Bibbia dice che il mondo interiore è da lì che dipende tutto. Cioè, posso avere una relazione con una persona defunta e non averla con una persona che mi sta accanto, viva. Posso avere due genitori, uno in cielo, uno in terra, e con quello del cielo avere un rapporto profondissimo, bello, d’amore, perché spesso le relazioni si nutrono più dell’assenza che della presenza. Tutti le riscopriamo. E viceversa, posso avere un genitore vivente e vivere un blocco. Quindi, con questo secondo genitore, se non sto in relazione, vediamo il meccanismo dell’amore.
Quando incontro qualcuno, ogni relazione amorosa, ma anche una passione, un’amicizia, apre in me mondi infiniti. Cioè, ogni esperienza d’amore svela pezzi di me e del mondo. Un’esperienza che abbiamo fatto tutti, almeno, insomma, spero. Perché questo accade? Intanto perché non vedo più solo me e il mondo con due occhi, ma con quattro. Non vedo più da un solo punto di vista, ma si apre un altro sguardo sul mondo. Ma soprattutto, grazie all’incontro con l’altro, posso incontrare soprattutto me stesso: si svela un mondo di me.
L’incontro d’amore di qualsiasi tipo, se vero, apre amici dentro e fuori di me. Ma lo stesso vale per un maestro spirituale. Io ne ho avuti un paio sostanziali, che mi hanno cambiato la vita. Un libro profondissimo. Sempre, quando incontro un amore, quando c’è un incontro, un incontro vero, un incontro d’amore, ho un ampliamento della coscienza. Ogni vero amore è catartico. Esiste un prima e un dopo.
Questo è il motivo per cui amo la Divina Commedia e l’enneagramma. Perché, da subito, uno circa 30 anni fa, l’altro circa 20 abbondanti, sono stati incontri d’amore. Non sono stato io a leggere i testi, ma i libri a leggere me. Questo fa l’amore. Cioè, non sono io ad andare, ma è lui che viene. E questo accade, amici, con la Divina Commedia e con l’enneagramma, ancora oggi. Come ogni vero amore, non è soltanto un innamoramento di un momento, un fuoco, come si suol dire, di paglia. Al contrario.
Quando perdo qualcosa o qualcuno, si chiude una parte del mondo, e una parte di me. Non perdo solo te, ma tutto il mondo condiviso con te. Cioè, sto dicendo che se l’incontro apre, la perdita chiude; se l’amore edifica, la perdita demolisce. Pensate a una separazione, appunto, o pensate anche a un fallimento lavorativo. Niente è più come prima. È la caratteristica di ogni lutto. Esiste anche qui un prima e un dopo, perché non perdo solo te, ma il mio mondo con te.
La morte fisica, nel caso della vedovanza, è definitiva, come appunto il carattere definitivo è per sempre. L’esperienza del lutto di una persona cara è il per sempre. Cioè, non c’è possibilità umanamente di ritorno. E allora cogliete perché questa donna può donare tutto: perché ha perso tutto, ha perso l’amato del suo cuore, il suo sposo. C’è un altro esempio meraviglioso, biblico, che mi commuove sempre di grande generosità: c’è un’altra donna capace di donare tutto nella Bibbia. L’amore è tendenzialmente femminile, perché l’amore, appunto, come insegna il maestro Massimo Recalcati, è sempre donna ed è sempre eterosessuale. È quello della prostituta che lava i piedi a Gesù con un olio preziosissimo e costosissimo, e i discepoli, in particolare Giuda, si scandalizzano di quello spreco. Cioè, questa donna spende un capitale immenso, non calcola nell’amore, ama totalmente, senza riserve. Perché prostituta? Semplicemente perché non ha nulla da difendere.
In questa chiusura, c’è il massimo dell’amore. Quando perdo una persona cara, la relazione non finisce, ma si trasforma. Si trasforma in qualcosa di diverso, che non è più visibile con gli occhi, ma che vive dentro di me, nelle emozioni, nei ricordi, nei valori condivisi. In questo senso, l’amore non è mai veramente perduto. La separazione fisica non implica la separazione spirituale, ma una nuova modalità di connessione.
Ecco perché la vedova nel tempio, pur avendo perso tutto, in realtà possiede la ricchezza più grande: quella interiore. Non è il denaro che ha valore, ma la sua capacità di donare ciò che ha di più prezioso, cioè se stessa. È in questa rinuncia totale che risiede la vera grandezza. La vedova non sta facendo un semplice gesto di carità, ma sta vivendo un atto di profonda fede e amore.
Questa scena, dunque, ci invita a riflettere su ciò che davvero conta: non la quantità o la visibilità delle nostre azioni, ma la sincerità, la generosità, e la profondità del nostro cuore. È l’amore che dà valore ai nostri gesti, non la loro apparenza. L’amore che siamo in grado di offrire, anche nelle difficoltà, che determina la nostra ricchezza più grande.
Alla fine, il messaggio è chiaro: ciò che conta non è ciò che possediamo, ma come scegliamo di donare e vivere ciò che abbiamo. La vera ricchezza non è esteriore, ma è quella che risiede nel nostro cuore.
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