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don Andrea Vena – Commento al Vangelo di domenica 22 Settembre 2024

Continuiamo il nostro cammino alla Cattedra dell’Eucaristia domenicale, giorno in cui la Comunità cristiana  si raduna per stare insieme, per ascoltare la Parola, per nutrirsi del Pane del Cielo. Ricchi di questa esperienza  di fraternità e di fede, lungo la settimana siamo invitati a narrare con la vita quanto ascoltato e vissuto. Un  cammino certamente non lineare, come abbiamo visto domenica scorsa anche nell’esperienza di Pietro:  riconosce Gesù come “il Cristo” e subito dopo lo rimprovera perché prospetta una vita umanamente ingloriosa, ma vincente agli occhi di Dio. E come Pietro, quante volte anche noi! 

https://youtu.be/y_aJisol22E

Il testo del vangelo viene preceduto dalla I lettura con un brano tratto dal libro della Sapienza: “Tendiamo  insidie al giusto che per noi è d’incomodo e si oppone alle nostre azioni… Vediamo se le sue parole sono vere… se infatti il giusto è figlio di Dio, egli verrà in suo aiuto e lo libererà…”. Sarà proprio Dio a liberare il giusto,  perché “il Signore è vicino a chi ha il cuore ferito, egli salva gli spiriti affranti… ascolta il grido del povero”  (Sal 34,19). Gesù “ridà” dignità a coloro che l’hanno perduta, tanto che il salmo canterà: “Il Signore sostiene  la mia vita… Dio è il mio aiuto, il Signore sostiene la mia vita… perché è buono”. In Gesù l’attesa è finita: Lui si  prende cura dei piccoli e dei deboli, capovolgendo la logica umana: “Gli ultimi saranno primi e i primi ultimi”  (Mt 20,16).  

vv. 30-32: «“In quel tempo, Gesù e i suoi discepoli attraversavano la Galilea, ma egli non voleva che alcuno lo sapesse. Insegnava infatti ai suoi discepoli e diceva loro: “Il Figlio dell’uomo viene consegnato  nelle mani degli uomini e lo uccideranno; ma una volta ucciso, dopo tre giorni risorgerà”. Essi però non  capivano queste parole e avevano timore di interrogarlo».  

Gesù prosegue il “viaggio” che lo condurrà verso Gerusalemme. E lungo la via, ai soli suoi discepoli, ribadisce quanto aveva appena confidato, ossia la sua sorte di sofferenza, morte e risurrezione (cfr Mc 8,31).  Questo ribadire mira a “purificare” la loro errata idea sulla missione che Lui è venuto a portare e che loro  comprenderanno fino in fondo solo dopo la risurrezione, come si può anche cogliere dal dialogo con i due  discepoli di Emmaus: “Noi speravamo che egli fosse colui che avrebbe liberato Israele; con tutto ciò, son passati tre giorni da  quando queste cose sono accadute…” (cfr Lc 24,21). Infatti, il testo conclude: “Essi però non capivano queste parole e avevano timore  di interrogarlo”. (cfr Mc 10,35ss: “Concedici di sedere alla tua destra… e gli altri si indignarono”: anche in questo caso, seguono Gesù,  ma continuano a usare i loro criteri). 

vv. 33-34: «Giunsero a Cafarnao. Quando fu in casa, chiese loro: “Di che cosa stavate discutendo per la  strada?”. Ed essi tacevano. Per la strada infatti avevano discusso tra loro chi fosse il più grande». 

Cafarnao è la città di Pietro, dove Gesù aveva predicato in Sinagoga e guarito la suocera di Pietro (1,29ss).  Gesù sa cosa è presente nei loro cuori, ma non li umilia, e ancora una volta educa domandando, coinvolgendo. 

vv. 35-37: «Sedutosi, chiamò i Dodici e disse loro: “Se uno vuole essere il primo, sia l’ultimo di tutti e il  servitore di tutti”. E, preso un bambino, lo pose in mezzo a loro e, abbracciandolo, disse loro: “Chi accoglie  uno solo di questi bambini nel mio nome, accoglie me; e chi accoglie me, non accoglie me, ma colui che mi  ha mandato”». 

Come un maestro, Gesù si siede e chiama attorno a sé i discepoli. Al capitolo 3, 13 Gesù aveva chiamato i  discepoli per farne i Dodici apostoli; al capitolo 6,7 li chiama per inviarli; ora li chiama per spiegare quale  identità sono chiamati ad assumere: “Se uno vuol essere primo, sia ultimo di tutti e servo di tutti”. Prese poi  un bambino e lo pose in mezzo. Al tempo di Gesù il bambino non era considerato significativo, in quanto  “improduttivo”; il contesto greco poi, lo riteneva ancora “incompiuto”, in quanto non formato fisicamente,  dipendente dagli adulti, “vive di dono”. Andando contro la convinzione comune, Gesù esprime il suo pensiero: “Chi accoglie… nel mio nome”, significa: accogliere i piccoli per la loro appartenenza a Gesù (cfr Mc  10,14ss: “Lasciate che i bambini vengano a me… a chi è come loro infatti appartiene il regno di Dio… Chi non accoglie il regno… come lo accoglie un bambino, non entrerà in esso”. Con i suoi gesti, Gesù obbliga i suoi  discepoli a cambiare prospettiva, a porre la “periferia” al centro dell’attenzione: ora con il bambino, al capitolo 3,3 con l’uomo dalla mano paralizzata.  

Come con i discepoli, così Gesù accompagna i miei e nostri passi verso la “Gerusalemme celeste”. Lungo la  via ci educa alla logica del suo vangelo e ci ricorda il cuore della nostra identità, della nostra fede: Lui ha  sofferto, è morto ed è risorto per amore. Per me. Per tutti noi. Questo è il cuore di tutto! E il Signore c’invita  ad entrare in questa logica, a imitare quanto Lui stesso ha fatto nella/della sua vita: un dono per gli altri,  senza riserve, fino all’ultimo. Se da una parte questo mi entusiasma, dall’altra m’accorgo di essere come i  discepoli e, pur in cammino verso il Cielo, continuo a coltivare pensieri e ambizioni umane. Così anch’io, anche noi, alla domanda di Gesù: “Di cosa stavate discutendo lungo la strada?…” non rispondiamo. Non  tanto perché non abbiamo capito l’insegnamento di Gesù, anzi! Lo abbiamo capito fin troppo bene, questo  è il punto! Ma non lo sentiamo nostro. M’accorgo di preferire una vita cristiana di “facciata”, “superficiale”… Mi accontento di capire giusto il minimo indispensabile, ma non vado oltre. Preferisco non approfondire la  Parola, la proposta di Gesù. Evito di diventare adulto nella fede, restando a una bella e ordinata vita di devozione, ma niente di più. Dimenticando che solo in Gesù troverò e troveremo il mio e nostro posto nella  vita.  

E dal momento che non mi confronto seriamente con Gesù e la sua proposta, mi limito a “parlare con gli  altri”, proprio come hanno fatto i discepoli: “Per la strada avevano discusso tra loro su chi fosse il più grande”,  come i figli di Zebedeo che desideravano sedersi alla destra del Padre e gli altri a indignarsi, dimostrando  che la pensavano allo stesso modo! Ecco, nel momento che distolgo/distogliamo l’attenzione dalle cose del  Cielo, ci adeguiamo alla logica della terra: carriera, successo, banalità… per poi cadere nella gelosia, nell’invidia, come denuncia oggi san Giacomo nella II lettura: “Dove c’è gelosia e spirito di contesa, c’è disordine e  ogni sorta di cattive azioni… Le guerre e le liti… vengono dalle vostre passioni che fanno guerra in voi…”.“Come  potete credere, voi che ricevete gloria gli uni dagli altri e non cercate la gloria che viene da Dio?” (Gv 5,44).

Quel “parlarsi” tra loro su chi fosse il più grande, esprime la volontà di far leva sulle proprie capacità. È una  visione orizzontale priva di orizzonte di “Cielo”. Parlarsi addosso, senza sguardo verso il cielo, è riduttivo.  A tal proposito scrive don Fabio Rosini: “Tante energie nella pastorale giovanile seguono le creatività del mondo, sono un parlarsi  addosso, dove i progetti e gli eventi non c’entrano niente con la fede, ma sono un susseguirsi di tecniche banali che balbettano la logica  del mondo, dove oltretutto fanno anche meglio! La chiave della vita nuova è l’accoglienza, è essere nelle braccia aperte che accolgono  la realtà. Vivere la realtà è molto più creativo che non inventarsi chissà quale stramberia pastorale”. La catechesi esperienziale, ad  esempio, non è fare tante esperienze fantasiose e irreali, che comunque non ripeterai mai fuori da determinati luoghi. Ma è accogliere la vita concreta e reale e da essa trarne una catechesi, in essa impegnarsi con il cuore e gli occhi di Gesù. Questo è molto più  difficile perché chiede di lasciare la soglia, di lasciare un certo approccio superficiale, di interrogarsi: “Cosa mi vuoi dire Signore attraverso questo evento?”. E questo chiede ascolto. Allora scopriremo che tutto parla e canta di Dio: “Tutto è segno per chi crede”,  diceva beata Benedetta Bianchi Porro. 

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La realtà ci chiede di accettare di rispondere sul serio alla domanda di Gesù: “Di cosa stavate discutendo  lungo la via?”. Coltivare sentimenti di ambizione, di gelosia, di successo… è non aver compreso la Parola, è  un essersi lasciati “rubare” la Parola seminata (cfr Mc 4,1ss, parabola del seminatore).  Non basta allora “accompagnare” Gesù, ma è necessario accettare di “seguirlo”: “Chi vuole venire dietro a  me, rinunci a se stesso, prenda la sua croce, e mi segua” (Mc 8,34 – domenica scorsa). “Seguire” chiede di  accettare di “stare dietro a Lui”, di lasciare al Signore tracciare la Via. Stare dietro significa accettare che la  logica di Gesù è ben diversa dalla nostra: “Chi vuole essere il primo, sia l’ultimo…” (v. 36). Mettere il bambino  al centro significa togliere me/te dal centro dell’attenzione, dal sentirci noi importanti. Significa imparare a  vedere cosa/chi è importante. 

Di fronte all’imbarazzato silenzio dei discepoli – e oggi mio e nostro – Gesù non rimprovera, ma educa, mettendo al centro un bambino. Indifeso, senza diritti, debole… amato. Se non diventerete come bambini… Gesù c’invita a recuperare il bambino che c’è in noi, a lasciare ragionamenti calcolatori e complicati, e imparare a vivere di quanto si riceve da Lui. In fondo il bambino è tenerezza, è abbraccio, è emozione… non sa nulla di ragionamenti complicati, ma conosce come nessuno la fiducia e si affida. Accogliere i “piccoli” indica  che non si agisce per avere un contraccambio, ma in gratuità, così come è “senza scopo di lucro” invitare poveri e storpi (cfr Lc 14,12), o fare elemosina senza suonare le trombe (Mt 6,2), o pregare in camera chiudendo la porta (Mt 6,6). A “capo” della Comunità, quindi, Gesù non chiama i migliori, i più intelligenti… ma  chiama chi ha fatto propria questa logica di accoglienza, di servizio, di dono… che è portare la Croce. È accettare di divenire pastori capaci di donare la vita (cfr Gv 10,11). Ma l’esperienza dei Discepoli ci suggerisce  che questo cammino è più lungo di quello che si pensa. Non sono solo i 200 km che separano Cafarnao da  Gerusalemme, è molto più lungo, perché si tratta di passare dal pensare/progettare/decidere con la mia sola  testa alla logica di Gesù, mio Signore e mio Dio, mio Maestro e Modello di vita. Perché se qualcosa devo  fare, devo farlo con Lui, per Lui, come Lui.  

Un ultimo pensiero. Se Gesù, il Maestro, si è ritrovato con discepoli che pensavano e parlavano d’altro… figuriamoci noi educatori (genitori, catechisti, sacerdoti…)! A noi però imparare da Gesù: evitiamo ulteriori  parole, prediche… ma “mettiamo il bambino al centro”, cioè mostriamo con la vita il messaggio che desideriamo comunicare. Con la vita, non con le parole, né tanto meno con le prediche… parole al vento!

Per gentile concessione di don Andrea Vena. Canale YouTube.