Prima di proseguire il nostro cammino, proviamo per istante a riguardarci indietro. Abbiamo celebrato la Santissima Trinità – una sorta di sintesi del cammino –; quindi la solennità del Corpus Domini.
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Il 29, cadendo in domenica, abbiamo celebrato la solennità dei santi Pietro e Paolo, testimoni che il Signore stesso ha posto accanto al nostro cammino come amici e modelli di vita, come riferimenti del nostro essere Chiesa. E il 5 luglio ci siamo soffermati sull’invio dei 72 discepoli, imparando gli atteggiamenti di fondo da assumere.
Oggi ci viene indicato un ulteriore stile su cui confrontarsi: il farsi prossimo. Un testo talmente famoso, bello, importante… direi talmente facile che preferiamo dimenticarlo quanto sia scomodo al nostro modo di vedere le cose, di vivere il tempo, di darci le priorità. E proprio perché rischiamo di dimenticarcene spesso… il Signore ce lo ripresenta.
Perché Lui sa che questo impegno, ci ricorda il testo del Deuteronomio scelto come prima lettura, “Non è troppo alto per te, né troppo lontano da te. Non è nel cielo perché tu dica: Chi salirà per noi lassù… e non è al di là del mare… Questa parola è molto vicina a te, è nella tua bocca e nel tuo cuore”. E aderire a questa proposta, dirà il salmista, è causa di gioia: “I precetti del Signore fanno gioire il cuore”.
Ma entriamo ora nel testo del vangelo.
vv. 25-28:
“Ed ecco, un dottore della Legge si alzò per metterlo alla prova e chiese: “Maestro, che cosa devo fare per ereditare la vita eterna?”.
Gesù gli disse: “Che cosa sta scritto nella Legge? Come leggi?”.
Costui rispose: “Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente, e il tuo prossimo come te stesso”.
Gli disse: “Hai risposto bene; fa’ questo e vivrai”.
La prima cosa che subito colpisce è il fatto che il dottore della legge si alza per “mettere alla prova Gesù”. Si tratta dello stesso verbo utilizzato dall’evangelista Luca al capitolo 4, quando Gesù nel deserto è tentato dal diavolo (Lc 4,2). Un’espressione che dice che dietro la parola del dottore della legge c’è una tentazione, ossia il tentativo di falsare la proposta di Dio.
Gesù non reagisce, ma rilancia con un’altra domanda, riportando l’interlocutore sul terreno della Scrittura: “Cosa sta scritto nella Legge?…”. E su questo terreno il dottore della legge dimostra di sapere perfettamente la risposta, tanto che Gesù risponderà: “Hai risposto bene, fa’ questo e vivrai”. Gesù non aggiunge alcun commento e si potrebbe ritenere chiuso il discorso.
v. 29:
Ma quello, volendo giustificarsi, disse a Gesù: “E chi è mio prossimo?”.
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Se nella prima parte abbiamo evidenziato il tentativo del dottore della legge di mettere alla prova Gesù, ora questi rilancia con una seconda domanda: “E chi è mio prossimo?”. Quindi il dottore prima “tenta” Gesù, poi “si giustifica”.
Dietro le domande di questo maestro c’è in fondo la tentazione di chiudere Dio dentro i confini della logica umana, di possederlo e quindi manipolarlo, di farlo a propria immagine anziché noi diventare a sua immagine.
E qui s’inserisce il testo conosciuto come il buon samaritano.
Ritengo utile al riguardo ripresentare il commento di papa Leone fatto il 28 maggio 2025:
“Una persona esperta, preparata, un dottore della Legge, che ha bisogno però di cambiare prospettiva, perché è concentrato su sé stesso e non si accorge degli altri. Egli infatti interroga Gesù sul modo in cui si “eredita” la vita eterna, usando un’espressione che la intende come un diritto inequivocabile.
Ma dietro questa domanda si nasconde forse proprio un bisogno di attenzione: l’unica parola su cui chiede spiegazioni a Gesù è il termine “prossimo”, che letteralmente vuol dire colui che è vicino. Per questo Gesù racconta una parabola che è un cammino per trasformare quella domanda, per passare dal chi mi vuole bene? al chi ha voluto bene?.
La prima è una domanda immatura, la seconda è la domanda dell’adulto che ha compreso il senso della sua vita. La prima domanda è quella che pronunciamo quando ci mettiamo nell’angolo e aspettiamo, la seconda è quella che ci spinge a metterci in cammino.
La parabola che Gesù racconta ha, infatti, come scenario proprio una strada, ed è una strada difficile e impervia, come la vita. È la strada percorsa da un uomo che scende da Gerusalemme, la città sul monte, a Gerico, la città sotto il livello del mare.
È un’immagine che già prelude a ciò che potrebbe succedere: accade infatti che quell’uomo viene assalito, bastonato, derubato e lasciato mezzo morto. È l’esperienza che capita quando le situazioni, le persone, a volte persino quelli di cui ci siamo fidati, ci tolgono tutto e ci lasciano in mezzo alla strada.
La vita però è fatta di incontri, e in questi incontri veniamo fuori per quello che siamo. Ci troviamo davanti all’altro, davanti alla sua fragilità e alla sua debolezza e possiamo decidere cosa fare: prendercene cura o fare finta di niente.
Un sacerdote e un levita scendono per quella medesima strada. Sono persone che prestano servizio nel Tempio di Gerusalemme, che abitano nello spazio sacro. Eppure, la pratica del culto non porta automaticamente ad essere compassionevoli. Infatti, prima che una questione religiosa, la compassione è una questione di umanità! Prima di essere credenti, siamo chiamati a essere umani.
Possiamo immaginare che, dopo essere rimasti a lungo a Gerusalemme, quel sacerdote e quel levita abbiano fretta di tornare a casa. È proprio la fretta, così presente nella nostra vita, che molte volte ci impedisce di provare compassione. Chi pensa che il proprio viaggio debba avere la priorità, non è disposto a fermarsi per un altro.
Ma ecco che arriva qualcuno che effettivamente è capace di fermarsi: è un samaritano, uno quindi che appartiene a un popolo disprezzato (cfr 2Re 17). Nel suo caso, il testo non precisa la direzione, ma dice solo che era in viaggio. La religiosità qui non c’entra.
Questo samaritano si ferma semplicemente perché è un uomo davanti a un altro uomo che ha bisogno di aiuto. La compassione si esprime attraverso gesti concreti.
L’evangelista Luca indugia sulle azioni del samaritano, che noi chiamiamo “buono”, ma che nel testo è semplicemente una persona: il samaritano si fa vicino, perché se vuoi aiutare qualcuno non puoi pensare di tenerti a distanza, ti devi coinvolgere, sporcare, forse contaminare; gli fascia le ferite dopo averle pulite con olio e vino; lo carica sulla sua cavalcatura, cioè se ne fa carico, perché si aiuta veramente se si è disposti a sentire il peso del dolore dell’altro; lo porta in un albergo dove spende dei soldi, “due denari”, più o meno due giornate di lavoro; e si impegna a tornare ed eventualmente a pagare ancora, perché l’altro non è un pacco da consegnare, ma qualcuno di cui prendersi cura.
Quando anche noi saremo capaci di interrompere il nostro viaggio e di avere compassione? Quando avremo capito che quell’uomo ferito lungo la strada rappresenta ognuno di noi. E allora la memoria di tutte le volte in cui Gesù si è fermato per prendersi cura di noi ci renderà più capaci di compassione…”.
Per gentile concessione di don Andrea Vena. Canale YouTube.
