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don Alessandro Dehò – Commento al Vangelo del 7 Aprile 2024

Commento al brano del Vangelo di: Gv 20, 19-31

Tanto io non avrò mai la pace che cercavo. Per fortuna.

Il mio cuore non sarà mai abitato da un oceano di silenzio e mai sarò elevato sopra le passioni del mondo. Chi incrocerà i miei occhi difficilmente vedrà l’imperturbabilità. Lacrime di gioia o di dolore, quelle posso. Forse non ho abbastanza fede o forse tu sei altro.

Che pace ti abitava quando imploravi nell’orto degli ulivi? O quando ti massacravano alla colonna? O sulla croce? Io ti venero mentre piangi, mentre hai paura, mentre non sorridi davanti al massacro. Io voglio la tua pace, non quella che promette il mondo, io non voglio tranquillità. Nemmeno una vita senza conflitto. Io voglio te, unica mia pace.

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So che mi pentirò anche di questa preghiera, ma io non voglio serenità, calma o impassibilità. Se credo a te, se mi sforzo di credere in te, se voglio vivere non solo per te, o con te ma in te io scelgo la tua di pace, che è a caro prezzo, che è scandalosa, che è evangelica. Che sei Tu.

La tua di pace, quella che mi viene a scovare quando chiudo nel cenacolo delle mie devozioni, quando sigillo le porte della vita e mi proteggo. Quando mi illudo che esistano minacciosi giudei, ma i giudei non erano il problema nemmeno per i tuoi apostoli, erano anche loro possibilità, per il martirio, per incontrarti finalmente.

Nessun giudeo, nessuna struttura, nessuna ideologia, nessuna modernità, nessun evento, io sono l’unico problema a me stesso, la pace è non cercare alibi per foraggiare la paura che allevo con insensata premura. La mia pace sarà iniziare a non aver più paura della vita, degli altri, e nemmeno di me stesso. Se tu sei in me, se tu cammini sulle acque delle mie debolezze, se tu dormi nella mia barca non mi è lecito avere paura. Anche la tempesta sarà spazio di epifania.

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Mi mostri le mani e il fianco, sono segnati dai tagli della violenza, la pace, la tua pace in me prevede ferite. Ti chiedo perdono per tutte le volte che mi sono illuso che si potesse accedere al paradiso senza passare dalle stimmate. La mia e nostra pace sarà dolorosa, è inutile fingere, non proponi altro, ma se tu sarai in me, io questa pace la desidero. Rendimi, ti prego, all’altezza di queste trafitture d’amore.

La tua pace non prevede protezioni, tu lo sai che è la mia grande tentazione, ma l’eremo non è un guscio di lumaca, diceva Adriana l’eremita, e la mia carne è viva per farsi saccheggiare, camminare, giudicare, perché ognuno banchetti su quello che crede di aver capito. Tu lo sai che mi fa male, e come vorrei silenzio, solo silenzio, o almeno rispetto per quello che nemmeno io capisco fino in fondo Ma con te nessuno è mai stato rispettoso, perché dovrebbero con me? La tua pace prevede esposizioni, eucaristiche ostensioni. Ancora non sono capace, non fino in fondo. Ma se tu vieni, se ancora decidi di svuotarti fino ad abitare la mia miseria, tu in me renderai possibile ogni cosa.

La pace è nel perdono. Perdonare ed essere perdonati, e io so che da solo non riesco. Se tu non mi abiti io non ci riesco. Perché non si tratta di condonare alcune ingiustizie subite, perdono non è movimento volontaristico dei buoni, perdonare è vivere sentendo che ogni cosa è un dono-per, che anche il dramma e la malattia, perfino il mio peccato, sono un dono se diventano lo spazio per poterti incontrare. Sorella morte. Perfino fratello Covid, se nelle carni di mio padre ho potuto vedere distintamente te. Per questa pace siamo al mondo.

La pace, la tua pace, è la forza che muove Tommaso, che non si accontenta di credere perché altri ti hanno visto. E’ passato il tempo di quando mi accontentavo dei testimoni, anche io voglio vederti, i miei occhi, non ho vera pace se non nella continua ricerca di te. Affondare le mie mani nelle stimmate ma non per provarne la verità ma per farmi contagiare dal tuo sangue. La pace è la mia carne che prega di essere trafitta per te.

Signore amato mio io non voglio vedere per credere, la tua pace è credere, cedere, fidarsi, affidarsi, non trattenersi, sprofondare nel mondo, mettersi nelle mani dell’altro, consegnarsi, deporsi, evangelici movimenti che non sono il frutto della fede ma che la fede la suscitano. Dammi di vincere me stesso, di non trattenermi più, di seguire le orme dell’agnello, credere per vedere, consegnarsi per imparare la tua pace.

Molti altri segni tu hai compiuto in questi duemila anni, lo so, li ho visti. Di alcuni conservo intatta memoria. Per Cristo, per i poveri, per la chiesa, per le parrocchie che ho amato ben più di quanto trasparisse, ma non era ancora vera pace. Con Cristo, quando ho capito che mi camminavi accanto, quando parlavo di te e mi sentivo uno di Emmaus, quando mi smarrivo e tornavo a cercarti, ma non era ancora vera pace. In Cristo, questa sì, questa la vera pace, tu in me e io in te, accada quello che accada, non mi illudo più di trovarti solo in un luogo santo, non credo nemmeno che ci siano formule o riti per intrappolarti, la pace è fare esperienza che tu sei in me. Che io sono la tua passione, che la mia pace è nella tua misericordiosa incarnazione.

Per gentile concessione dell’autore don Alessandro Dehòpagina Facebook

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