don Alessandro Dehò – Commento al Vangelo del 14 Maggio 2023

208

Se mi amate

Se mi amate.

Vorrei dirti che per oggi, Signore, non mi serve altro, tengo questo pugno di lettere sulla punta della lingua, ne assaporo l’immensità. E non rispondo. Vorrei giurare che ti amo ma ho paura. Allora accarezzo il “se”, mi rifugio nell’ipotesi, lascio aperto il discorso. Potrei giurare che amo il libro, ogni pagina della Bibbia, in quel caso risponderei affermativamente senza esitazioni. Potrei assicurarti che ho amato la concretezza delle parrocchie, la speranza di uno stile di vita diverso, ho amato gli oratori e i piani pastorali parrocchiali, le liturgie e il catechismo, le attività con gli adolescenti e i giovani, quel mondo l’ho amato davvero, ho amato tutto, ho creduto in lui fin da quando ero ragazzino (solo tu sai quando io abbia sofferto per questo amore quasi mai corrisposto). Anche le persone ho amato, ma già qui la mia voce si fa più sottile, quante persone ho lasciato per strada, quante ho dimenticato, quante mi stanno chiedendo di diventare amiche e io non posso, non reggo il peso di tanto amore, non ce la faccio a portare le attese di tutti, il cuore ascolta ma non può proprio portare tutti i pesi, mi spaventa tanta attenzione nei miei confronti, spesso tutto mi sembra troppo, in ogni frammento sento il peso dell’Eterno, a volte vorrei chiedere scusa e alzare le braccia al cielo e scomparire. A volte lo faccio, chiedo scusa, dico che non posso fare più del poco che riesco a fare, ma è pesante poi subire le conseguenze di aver deluso. Così quando mi chiedi “se” amo te io non lo so, vorrei dirti di  ma non lo so, solo una cosa mi sembra sempre più chiara, che ti sto implorando sempre di più. Che affido a te le persone che incontro e che non riesco a tenere per mano, che sempre più spesso mi rivolgo a te per chiedere aiuto, che provo a cercarti vivo dentro la paura di sbagliare, dentro le incertezze. E spesso mi sento stupido, mi sembra una forma vecchia di fede, mi sembra deresponsabilizzante, ma come un bambino non riesco a fare altro.

Il Padre vi darà un altro consolatore.

Non lasciarmi solo, non lasciarci soli Signore, questa forse l’unica preghiera che conta. Siamo soli, tu lo sai, dietro le lettere piene di sofferenza, dietro le pretese, dietro la fatica di trovare le parole per rispondere, dietro e dentro tutto c’è una grande solitudine. Siamo mancanti. Ci manca l’amico che non è più al nostro fianco, ci manca chi abbiamo amato, ci mancano i padri, ci mancano i cari che sono morti, ci manca la purezza del sogno di quando eravamo giovani, ci manca la comprensione di chi dovrebbe accompagnarci, siamo tutti mancanti e tutti abbiamo bisogno di un consolatore. Tutti. Allora forse basterebbe avere più delicatezza nell’avvicinare le persone, basterebbe provare a comprendere che quello che possiamo fare, senza farci troppo male, è prenderci per mano e chiedere che il Risorto entri nelle nostre storie e stia, semplicemente stia, con noi, a con-solare, che non significa privarci della solitudine ma iniziare a farcela sentire abitata.

- Pubblicità -

Non vi lascerò orfani.

Io sono nel Padre mio e voi in me e io in voi. Scivolare in me, smettere di provare a trattenere ogni cosa e scendere nel fondo della mia miseria, e avere la fede di scoprire Te, in me, e noi in Lui. Scendere, lasciarsi andare, smettere di opporre resistenza, cedere e credere. Allenarsi ad affondare nel cuore del reale, lasciarsi andare per il gusto di farsi raccogliere, credere che ogni cosa ha un cuore caldo e luminoso, che ogni cosa è abitata e che solo inginocchiandoci nel cuore del mistero profondo del visibile, entrandoci, come si entra in un sepolcro, possiamo sperimentare traiettorie di resurrezione. Ma cedere è difficile, significa accettare i limiti, significa deludere, ci vuole fede per sprofondare nel mistero, ci vuole fede per perdere la faccia e dire che non si riesce proprio a fare altrimenti.

Chi ama me sarà amato dal Padre mio e anch’io lo amerò e mi manifesterò a lui.

Se amare te è già difficile vivere sentendomi amato dal Padre risulta quasi impossibile. No, dirlo è semplice, riempiamo le omelie e le preghiere di questo dogma, di padri misericordiosi, di pastori buoni e belli, di perdoni senza limiti ma nella vita, nella vita vera, siamo tutti mendicanti, l’amore non ci basta mai. Perché? Perché se davvero crediamo che l’Amore del Padre ci riempie viviamo con questa sete che non si esaurisce, perché ci sembra che l’amore che riceviamo sia sempre insufficiente? Perché tanta aggressività e tante pretese, perché tanti giudizi gratuiti? Penso sempre più ai gigli del campo. La natura attorno a me, qui a Crocetta, sta esplodendo di vita. Penso che sarebbe bello essere solo un fiore, di campo, senza pretese, stare lì ad ascoltare le persone, libero dalle pretese di essere fiore prezioso, rimanere lì al vento e al sole e alla pioggia, grato solo di essere stato creato e non fare più niente, non più scrivere, non più pensare, non più sentirmi in colpa, non più aver paura di aver sbagliato, stare, solo stare, amato e bello come un giglio, e per il tempo della mia stagione celebrare la vita con il solo gesto estremo e definitivo: esserci.  

Per gentile concessione dell’autore don Alessandro Dehòpagina Facebook

- Pubblicità -

Leggi altri commenti al Vangelo della domenica