Commento al Vangelo di domenica 18 Ottobre 2020 – Comunità di Pulsano

Domenica dei «DEL RENDETE A CESARE E RENDETE A DIO»

XXVIII Dom. Tempo Ordinario A

Mt 22,15-21 (leggere 22,15-22); Is 45,1.4-6; Sal 95; 1 Ts l,l-5b

La speranza cristiana si compie pienamente nel mondo futuro. Tuttavia essa mostra fin d’ora la sua efficacia: è una forza immensa nel mondo, è un fermento che lo fa lievitare, è un sale che dà senso e sapore allo sforzo umano di liberazione, all’impegno temporale. Non è alienazione, non è alibi. Non esistono due speranze: una terrena e l’altra celeste, la speranza è una sola: guarda alla realtà futura, ma, attraverso l’impegno cristiano, l’anticipa nella realtà terrestre.

La Parola di Gesù oggi richiama la nostra riflessione su uno dei problemi più importanti e cruciali dei cristiani nel mondo. L’uomo moderno ha la profonda convinzione di avere un compito storico da svolgere sulla terra, un compito che è proporzionato alle sue possibilità sempre maggiori e che implica un reale dominio sull’universo. Il fine è questo: la promozione della comunità umana nel seno di una «città» sempre più fraterna. Questa presa di coscienza si accompagna talvolta a una critica amara nei confronti della religione, che viene considerata la responsabile della secolare alienazione degli uomini. Molti assumono nei confronti della religione un atteggiamento di non considerazione, come se essa non avesse alcun apporto positivo da offrire. La fede cristiana, vissuta integralmente, lungi dal suggerire rassegnazione ed evasione nei confronti dei compiti terreni dell’uomo, aiuta il credente ad assumere le proprie responsabilità nel raggiungimento degli obiettivi che si impongono alla coscienza moderna. Gli appelli del mondo attuale trovano una eco sempre più profonda in vasti strati del popolo cristiano, e fortunatamente non sono scarsi i cristiani coerenti che si assumono i ruoli della promozione, della liberazione e della costruzione di una città terrena più giusta ed umana.

«Come Cesare cerca la propria immagine su una moneta, così Dio cerca la propria nella tua anima. Il salvatore dice: Rendi a Cesare quello che è di Cesare. Che cosa vuole da te Cesare? La sua immagine. Che cosa vuole da te il Signore? La sua  immagine. Ma l’immagine di Cesare è scolpita su una moneta, mentre l’immagine di Dio è dentro di te. Se la perdita di una moneta ti rattrista, perché hai perso l’immagine di Cesare, a  maggior ragione non dovrebbe farti piangere l’aver disprezzato l’immagine di Dio che è in te?»

(S. Agostino, Sermone 24 sui vangeli)

Le parole del vescovo Agostino ci introducono all’ascolto della pericope evangelica di oggi:«Rendete a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio». Breve e lapidaria, la risposta di Gesù non pretende di esaurire l’argomento del rapporto dei cristiani con la realtà politica. Ed è necessario esaminarla nel suo contesto per evitare false interpretazioni, come quella dell’epoca costantiniana, in cui la chiesa si inchinava al potere costituito per i benefici che riceveva da esso, o quelle presenti nelle ideologie moderne, che eliminano Dio oppure se ne servono per consolidare la propria influenza sulla società. «È lecito o no pagare il tributo a Cesare?». Avversari di Gesù e fautori dell’occupazione romana uniscono le proprie forze per mettere in difficoltà quel galileo che contesta l’ordine costituito. Nel quadro carico di tensione di un nazionalismo giudaico esasperato, costretto con la forza ad accettare il marchio infamante della soggezione a un potere straniero, la domanda è esplosiva. Se Gesù rifiuta il tributo a Cesare, si mette dalla parte degli zeloti. Se autorizza a pagarlo, rischia di compromettere la propria integrità di maestro religioso. «Ipocriti!» risponde Gesù. E lo sono davvero, quelle persone che fanno finta di porre il problema, ma hanno le tasche piene di monete di Cesare, e quindi riconoscono di fatto il potere e i diritti del «signore dei signori», l’imperatore romano. «Rendete a Cesare quello che è di Cesare… e a Dio quello che è di Dio!». Gesù elude il dilemma collocandosi al di sopra di esso: c’è un solo assoluto — Dio — e la sua autorità suprema esclude gli idoli del potere.

«Gesù Cristo è il Signore!» (Fil 2,11): questo grido della fede primitiva protesterà fino all’ultimo giorno contro la pretesa dei cesari di disporre di un potere assoluto e divino. Dobbiamo imparare a riconoscere anche oggi gli «ipocriti», che si nascondono dietro alle loro ideologie per asservire totalmente l’uomo, fin nella sua realtà più intima di cui deve rendere conto esclusivamente a Dio. Vogliamo porre a Gesù i nostri interrogativi di oggi? Vogliamo chiedergli come orientarci alle prossime elezioni o nelle scelte di ogni giorno? Come pensiamo che potrebbe risponderci, a partire dall’incidente di venti secoli fa? … Ancora una volta, farà saltare le nostre problematiche troppo limitate. Ormai lo sappiamo che Cesare non è Dio: il potere politico, qualunque esso sia, non ha il diritto di invadere le coscienze e di impadronirsi di tutto l’uomo. E sappiamo anche che la Chiesa non deve dettar legge a Cesare o cercare il suo favore, come ha fatto troppo spesso in passato. La potenza a cui deve appoggiarsi è un’altra: quella dello Spirito. La venuta di Dio è sempre scomoda, perché Dio arriva continuamente dal futuro. Egli chiama ogni società e tutto il mondo a maggiore giustizia, umanità e pace. Ma non detta le scelte da fare e le decisioni da prendere, perché ha voluto affidare alla nostra responsabilità le cose di questo mondo. Tocca a noi cercare, da uomini liberi e responsabili, come migliorare la vita di tutti. Sarà un modo di rendere a Dio quello che è di Dio, rendendo a Cesare quello che è di Cesare.

Il racconto della prima controversia, quella sul pagamento del tributo a Cesare non è una novità nella narrazione evangelica. Gesù si era già trovato in precedenza di fronte a un problema analogo. Al capitolo 17 (vv. 24-27) – testo purtroppo tralasciato dal lezionario domenicale nonostante sia presente solo in Matteo – si narra che a Cafarnao si avvicinano a Pietro gli esattori della tassa per il tempio e gli chiedono: “Il vostro maestro non paga la tassa?”. Pietro risponde: “Sì!”, perché Gesù non si sottraeva ai precetti della Torah che comandavano questo tributo (cf. Es 30,11-16). Poi, all’entrare in casa, Gesù interroga Pietro: “Che cosa ti pare, Simone? I re della terra da chi riscuotono le tasse e i tributi?”. E Pietro risponde: “Dai sudditi, non dai familiari”. Allora Gesù replica: “Di conseguenza, i figli sono esenti. Ma, per evitare di scandalizzarli, va’ al mare, getta l’amo e prendi il primo pesce che viene su, aprigli la bocca e vi troverai una moneta d’argento. Prendila e consegnala loro per me e per te”. È un testo importante, perché ci rivela innanzitutto che Gesù, essendo il Figlio, ed essendo i discepoli suoi fratelli, quindi anch’essi figli di Dio, non devono pagare tributi a intermediari tra Dio e loro; testimonia inoltre che Gesù non vuole mai scandalizzare, mettere inciampi, dunque compie ciò che non è male e che può essere fatto guardando al bene dell’altro. Questo racconto ci testimonia in ogni caso l’obbedienza alla Legge da parte di Gesù: egli non è un ribelle, non è un contestatore della Legge, e solo quando questa viene pervertita dagli esseri umani, sconfessando così l’intenzione del Legislatore, il Signore, e rendendo l’umanità schiava dei precetti, allora può essere fatta cadere e non obbedita. Insomma, anche qui valgono le parole di Gesù: “Il sabato è stato fatto per l’uomo e non l’uomo per il sabato!” (Mc 2,27). Gesù paga i tributi, come Pietro aveva detto a quegli esattori. Ma qui farisei ed erodiani vogliono far cadere Gesù in un tranello, complottando contro di lui. D’altronde i partigiani di Erode, il re della Giudea posto al potere dei romani, dunque collaborazionisti con l’impero, chiedevano che i giudei pagassero le tasse a Cesare, a differenza dei farisei che su tale questione avevano un atteggiamento variegato al loro interno. Alcuni erano intransigenti e, se anche non partecipavano alla lotta armata degli zeloti, pensavano che almeno non si dovessero versare tributi all’autorità occupante e idolatrica. Altri, invece, ammettevano come male minore il sistema erariale imposto. In questo caso, seppur partendo da posizioni antitetiche, capi dei farisei ed erodiani trovano un accordo contro Gesù e inviano dei farisei anonimi a interrogarlo.

Dall’eucologia:

Antifona d’Ingresso Sal 16,6.8

Io t’invoco, mio Dio: dammi risposta,

rivolgi a me l’orecchio e ascolta la mia preghiera.

Custodiscimi, o Signore, come la pupilla degli occhi,

proteggimi all’ombra delle tue ali.

L’orante del salmo 16 (SI = supplica individuale) è consapevole che il Signore ascolta sempre i suoi servi che gridano a Lui così l’assemblea con l’Orante, nella stessa fiducia, invoca epicleticamente il Signore affinché si tenda all’ascolto (30,3; 37,3) ed esaudisca ancora una volta le suppliche dei suoi fedeli (v. 6). L’Orante/assemblea incalza con le richieste epicletiche, e chiede che il Signore lo custodisca come la «pupilla degli occhi» (v. 8), la parte più cara, proprio come il fedele deve custodire i precetti del Signore (Pr 7,2). Il Signore stesso ha avvertito che chi tocca il popolo suo, tocca la pupilla dell’occhio suo (Zacc 2,8, Volgata). La situazione ideale di tale custodia è la protezione all’ombra delle ali del Signore, nel santuario dove i Cherubini fanno la guardia adorante all’arca, e dove si ricevono le mirabili grazie del Signore (35,8; 56,2; 60,5; 62,7; 90,4; Dt 32,11), ossia la Parola della sua Legge santa, e il convito di comunione.

Canto all’Evangelo Fil 2,15d-16a

Alleluia, alleluia.

Risplendete come astri nel mondo,

tenendo alta la parola di vita.

Alleluia.

Nella condizione di possessori della Parola della Vita (1 Tess 2,9; At 5,20) l’Apostolo esorta quindi i suoi fedeli ad essere la luce del mondo (v. 15d; Mt 5,14.16; Ef 5,8; Tit 2,10), per portare la Parola agli uomini. Abbiamo così, fin dall’inizio della celebrazione, il profilo tematico della liturgia della Parola; i partecipanti all’assemblea liturgica possono così collocare la Parola di Gesù nel suo giusto orizzonte religioso. Necessità quanto mai urgente per evitare che la sentenza, molto conosciuta, del brano evangelico, scorra via senza effetto, come acqua sul marmo. Essere cristiani non significa affatto porsi ai margini delle realtà politiche, per quanto materiali come le tasse. La Chiesa non è un regno accanto ad altri regni; non ha una legislazione da mettere a confronto con le altre legislazioni; non ha da contendere ai regni terrestri uno spazio a lei riservato, dal momento che la Chiesa è già tutto lo spazio del mondo offerto all’umanità riconciliata con Dio. Non fa concorrenza agli stati; anzi ne è parte integrante quando rispetta e interpreta le loro leggi e i loro regolamenti nella visione finale del «regno».

Ricordiamo il contesto della pericope: siamo sempre a Gerusalemme, luogo dove l’itinerario di Gesù termina con la Croce e il Signore seguita il suo insegnamento pubblico. Per il resto del capitolo 22 Matteo riprende Marco 12,13-37 con una serie di altre quattro controversie: il tributo a Cesare (22,15-22), la risurrezione (22,23-33), il più grande comandamento (22,34-40) e il figlio di Davide (22,41-46). Queste completano la serie iniziata con la domanda circa l’autorità di Giovanni (21,23-27) e interrotta dalle tre parabole (21,28-22,14). L’insegnamento di Gesù, lo ripetiamo instancabilmente, è il programma battesimale quando ricevuto il Battesimo nello Spirito e “unto” di Spirito Santo e di Potenza (At 10,38 discorso di Pietro in casa di Cornelio) è così consacrato per la Divina Liturgia (l’opera per il popolo), che il Padre, il Divino Liturgo, decreta e svolge per intero nei Divini Conliturghi, il Figlio e lo Spirito Santo.

Il ministero messianico al quale il Padre invia il Figlio con lo Spirito Santo consiste in tre operazioni:

  1. annunciare l’Evangelo del Regno,
  2. compiere le opere della Carità del Regno,
  3. riportare tutti al culto salvifico da tributare al Padre.

Prima lettura: Is 45,1.4-6

Il brano scelto per questa Dom. fa parte degli oracoli posti sotto il nome del profeta Isaia; in realtà si tratta di una composizione sorta negli ambienti degli esiliati in Babilonia a metà del VI sec. a.C. come lascia capire il riferimento a Ciro, re dei persiani dal 557 al 529 (siamo nei cc. del Deutero-Isaia). Il fatto storico di cui il deutero-Isaia fornisce un’interpretazione teologica è la vittoria di Ciro, re di Media e di Persia sull’esercito babilonese nel 539 a.C. e la sua entrata trionfale in Babilonia. Dopo il successo di Ciro si apriva anche per i deportati di Israele una realtà nuova; essi potevano beneficiare della nuova politica di tolleranza e di rispetto delle nuove autorità verso le popolazioni sottomesse. La politica di deportazione seguita dai babilonesi non è più praticata, al contrario i persiani cercano la collaborazione delle popolazioni sottomesse; per gli esiliati si apre la via del ritorno. Il profeta a nome di Dio presenta il ruolo di Ciro che con l’editto di liberazione del 538 consente il rimpatrio dei deportati ebrei e dà avvio al processo di ricostruzione di Gerusalemme. Il testo profetico è un oracolo di investitura regale (cfr. Salmi messianici 2 e 110) di incredibile audacia, contenente delle formule di intronizzazione in cui vengono descritti i titoli, la dignità e il potere di Ciro, il re pagano suscitato da Dio quale «messia», cioè salvatore del popolo d’Israele. Leggendo l’intera raccolta degli oracoli deuteroisaiani, ci si accorge come Dio guidi la storia attraverso personaggi imprevedibili: al centro della sua prima parte (Is 40-48) sta Ciro, l’uomo scelto da Dio per far uscire Israele da Babilonia. Al centro invece della seconda parte (Is 49-55) sta la figura futura del “profeta-servo”, che con la sua morte otterrà la liberazione di «noi tutti». Per essere comprese, le vicende umane necessitano non di cronisti, ma di profeti!

1 – «unto»: (in eb. messia) titolo riservato al re d’Israele (1 Sam 10,1, Saul; 16,13, Davide; 1 Re 1,39, Salomone; 2 Re 9,6 Ieu; 2 Re 11,6 Ioas); questo rito dava al re un carattere sacro e faceva di lui il vassallo di Jahve.

Per la prima volta nella storia del popolo eletto questo titolo è attribuito ad un re straniero. Ciro vincitore della potenza babilonese, è uno strumento di cui Jahve si serve per stabilire nel mondo la sua sovranità. Dio fa entrare un pagano nella linea della successione davidica spezzando i vincoli della fede e del sangue; nella storia della salvezza a Ciro compete il posto che nell’epoca preesilica era quello proprio dei re d’Israele.

«preso per la destra»: segno di protezione e di amicizia.

«sciogliere le cinture»: equivale a disarmare.

2 Le vittorie di Ciro sono volute e compiute da Dio stesso (cfr Sal 2, 72, 110)

3 Ciro è chiamato per nome, come venivano chiamati i profeti, il re d’Israele ed il popolo eletto.

«tu sappia»: i successi di Ciro hanno lo scopo di condurlo a riconoscere che il Dio d’Israele è l’unico vero Dio.

4 Viene descritto il rito d’investitura di Ciro mediante la menzione del nome, del titolo e delle insegne. Israele è al centro del piano di Dio, tuttavia pure i popoli pagani, attraverso il misterioso intrecciarsi della storia, servono il vero Dio, il Dio d’Israele, anche senza averne coscienza.

5-6 – «Io sono»: lo scopo ultimo delle imprese di Ciro è la manifestazione dell’unico Dio; la rivelazione del suo nome e quindi la conversione di tutte le genti al monoteismo. Il testo di Isaia riprende la formula della rivelazione del nome di Dio a Mose al monte Oreb. Il ruolo di Ciro, il grande re vittorioso e conquistatore di Babilonia, è totalmente subordinato alla manifestazione dell’unica sovranità di Dio.

Questa prospettiva religiosa è confermata dalle quattro strofe del salmo regale 95 (il salmo responsoriale), in cui si invita il popolo di Dio a cantare il “canto nuovo” della liberazione e a manifestare tra gli altri popoli la gloria di Dio unico Re e Signore.

Esaminiamo il brano

L’episodio del “tributo a Cesare” (la seconda delle cinque controversie della nostra sezione) è collocato dalla tradizione comune nell’ultima settimana dell’attività di Gesù a Gerusalemme. Dopo la serie delle tre parabole sul rifiuto d’Israele, l’evangelista Matteo, seguendo lo stesso schema di Marco e Luca, ha collocato una serie di tre dispute fra Gesù e i vari gruppi religioso-politici dei suoi tempi: al Maestro di Nazaret i rappresentanti di questi movimenti presentano questioni dibattute nei loro ambienti e attendono da lui una soluzione soddisfacente. Il clima generale però non è di pacifica accademia, bensì rivela ostilità e intento capzioso; atmosfera che prepara bene la grande invettiva del capitolo 23. La liturgia domenicale ha tralasciato la seconda disputa sul problema della risurrezione, posto dai sadducei (Mt 22,23-33), mentre ha scelto la prima (Mt 22,15-22) per questa domenica e la terza (Mt 22,34-40) per domenica prossima.

Il racconto è preso da Mc 12,13-17 con leggere modifiche; Lc 20,20-26 lo ha invece maggiormente alterato. L’episodio prende la forma di una conversazione in cui gli interlocutori pensano di aver messo Gesù in una situazione imbarazzante. Con la sua risposta Gesù riesce a portare la conversazione a un livello più alto, dare una risposta ragionevole e rendere relativamente innocua la domanda originale.

15-16 I farisei e gli erodiani: strana associazione tra gli avversari di Gesù (cfr Mc 3,6). Questa nuova formazione trama per comprometterlo e squalificarlo agli occhi del popolo, presso cui invece godeva meritato prestigio.

L’accostamento dei due elementi è particolarmente subdolo, proprio perché essi non sono d’accordo sulla questione che stanno per porre a Gesù: in ogni caso egli dovrà mettersi contro uno dei due schieramenti.

Il movimento farisaico, caratterizzato dall’osservanza intransigente della legge e dalla rigorosa fedeltà alle tradizioni religiose, sente come un autentico problema di coscienza dover maneggiare le monete romane comunemente in uso, perché recanti l’effigie dell’imperatore; al tempo di Gesù le monete mostravano il profilo di Tiberio (imperatore dal 14 al 37 d.C.) e portavano l’iscrizione: «Tiberius Caesar Divi Augusti filius Augustus (Tiberio Cesare, Augusto figlio del divino Augusto)»; il linguaggio che, inequivocabilmente, attribuisce all’imperatore una connotazione divina e la stessa riproduzione di una figura umana vanno contro il precetto biblico che condanna radicalmente ogni forma di idolatria. Essi dunque considerano l’obbligo del tributo romano come un’autentica umiliazione religiosa, una legge contro la loro Legge, e intravvedono un’alternativa insolubile, giacché non vogliono violare la legge, ma neanche opporsi frontalmente al governo di Roma.

Gli erodiani invece comprendono i vari ceti sociali che, legati in qualche modo alla famiglia di Erode Antipa, regnante con il consenso dei Romani, vedono senz’altro di buon occhio il leale rapporto con il potere occupante e quindi anche il normale pagamento delle tasse, senza alcuno scrupolo religioso.

Entrambi questi gruppi si allontanano decisamente dal movimento degli zeloti, gli uomini del pugnale, che avevano scelto una difesa fanatica delle tradizioni giudaiche intraprendendo un sanguinoso scontro armato contro l’odiato invasore. Il problema era dunque di attualità e il pagamento del «trìbutum capitis» (la tassa sulla persona) diventava spesso l’occasione di rivolte e di violenze.

«i farisei se ne andarono»: Matteo attribuisce ai farisei l’iniziativa di tendere un tranello a Gesù (cf Mc 12,13, dove qualcun altro manda i farisei).

«tennero consiglio»: Per l’espressione vedi Mt 12,14: «Allora i farisei uscirono e tennero consiglio contro di lui per farlo morire»; 27,1.7: «1Venuto il mattino, tutti i capi dei sacerdoti e gli anziani del popolo tennero consiglio contro Gesù per farlo morire. … 7Tenuto consiglio, comprarono con esse il «Campo del vasaio» per la sepoltura degli stranieri.» ; 28,12-14: «12Questi allora si riunirono con gli anziani e, dopo essersi consultati, diedero una buona somma di denaro ai soldati, 13dicendo: “Dite così: I suoi discepoli sono venuti di notte e l’hanno rubato, mentre noi dormivamo. 14E se mai la cosa venisse all’orecchio del governatore, noi lo persuaderemo e vi libereremo da ogni preoccupazione”».

«coglierlo in fallo»: Il verbo pagideuó («tendere un tranello») nel NT è usato unicamente in questa occasione. La frase introduttiva di Matteo ha l’effetto di sottolineare la malizia degli interlocutori di Gesù, che in questo caso sono i farisei.

«mandarono … i propri discepoli»: quelli che si presentano a Gesù a nome dei farisei sono esperti di diritto; si tratta di scribi di indirizzo farisaico.

«Maestro, sappiamo che sei veritiero…»: La formulazione della richiesta a Gesù riflette lo stile delle discussioni giudaiche nell’ambito della sinagoga. Essi lo interpellano come maestro (didàskalos) e gli riconoscono la dote della franchezza e dell’affidabilità. Quest’abile “captatio benevolentiae” mira ad abbassare le difese di Gesù e quindi coglierlo in fallo nei suoi discorsi. La dichiarazione che lo descrive però, anche se pronunciata in modo malizioso, è una preziosa testimonianza sull’impressione che l’insegnamento di Gesù ha lasciato nei suoi contemporanei: anche gli avversari infatti dimostrano di riconoscerne la serietà e la rettitudine, la verità e la conformità alla rivelazione divina. Inoltre questo detto mette in evidenza il coraggio e l’indipendenza di Gesù che «non guarda in faccia a nessuno», cioè non si lascia influenzare né da interessi né da timori; non dice quello che gli uditori vogliono sentirsi dire, non parla per ottenere il favore degli ascoltatori, ma insegna la via di Dio con coraggio, in modo conforme alla rivelazione, anche a costo di andare controcorrente: proprio su tale stile cercano di far leva i suoi avversari, con l’intento di fargli pronunciare qualcosa che possa essere usata come accusa contro di lui.

17 «è lecito, o no»: Ecco la domanda difficile e insidiosa, un autentico trabocchetto: se dice di sì, si mette dalla parte degli erodiani, ma si attira il discredito popolare facendo la figura del collaborazionista; se dice di no, si allinea sulle posizioni zelote e può essere facilmente accusato di sobillazione antiromana. Il problema che gli stessi farisei non sapevano risolvere per paura di compromettersi lo fanno rimbalzare su Gesù e, ipocritamente, introducono la domanda riconoscendo che il rabbi di Galilea non ha soggezione di nessuno; sembra quasi una sfida: «Non hai paura di nessuno? Bene! Schierati apertamente con una delle ideologie correnti e abbi il coraggio di portarne le conseguenze!».

«tributo»: (in gr. kensos) Il termine latino usato in Matteo e in Marco per indicare questo tributo (census) sembra riferirsi a quello personale; si tratta del “tributum capitis” che tutti gli ebrei dai 14 ai 65 anni sono tenuti a pagare all’imperatore di Roma. Questa imposizione del tributo, come segno di sudditanza all’imperatore romano, pone agli ebrei non solo un problema di natura politica, ma una questione di coscienza. Nella domanda non è in gioco solo la lealtà o meno al regime romano, ma si tratta di definire la liceità del tributo nel contesto della legge ebraica.

Urge qui ribadire brevemente il contesto politico e religioso per comprendere pienamente l’ambivalenza della domanda posta a Gesù. Le posizioni nei confronti delle disposizioni romane non erano uniformi, l’atteggiamento più estremo era quello degli zeloti che professavano verso Roma una intolleranza radicale; lo zelo che li spingeva ad impugnare le armi contro l’invasore dipendeva anche da non voler accettare altri re all’infuori di Dio.

Il gruppo dei farisei soffriva i motivi religiosi propugnati dagli zeloti, ma essi non credono nell’uso della forza come mezzo per attuare l’indipendenza; pur non prendendo iniziative di resistenza non sono favorevoli al potere romano.

Gli erodiani sostenitori della nuova dinastia giudaica imposta dai romani, avevano verso Roma sentimenti di simpatia. II realismo politico dei sadducei (partito di maggioranza ai tempi di Gesù) portava il gruppo verso posizioni più filoromane, intese ad evitare disordini e danni maggiori che invece avvennero e culminarono con la distruzione di Gerusalemme.

Comunque risponda Gesù si espone a strumentalizzazione. Le parole adulatrici e il testo di Lc 20,20 tuttavia lasciano pensare che gli interroganti si aspettassero una risposta di tono nazionalista; ciò lo avrebbe reso passibile di arresto.

18 Gesù conosce le insidie, e le conseguenze di una risposta, e l’inganno che gli è teso. Ma accetta la sfida, volendo dare con l’occasione un insegnamento che resti per sempre. Prima smaschera l’astuzia in Luca e l’ipocrisia in Matteo e Marco dei suoi interlocutori, che sotto la copertura degli scrupoli religiosi perseguono altri obiettivi. Poi chiede di vedere la moneta del tributo.

19 È la moneta corrente, il denaro romano della zecca di Roma, che abbiamo incontrato nella parabola dei 10.000 talenti, ed in quella degli operai dell’11a ora; è il salario giornaliero di un operaio.

Ancora una precisazione utile: il diritto di coniare monete era un atto di sovranità, ed era gelosamente custodito dalle autorità romane; regni satelliti e città libere potevano coniare le loro monete, ma veniva ben precisato che ciò era fatto con l’autorizzazione di Roma. La coniatura di monete senza l’autorizzazione era un atto di ribellione (ancora oggi!).

20 I termini principali sono il ritratto, la eikón (da cui icona) e il titolo che la individua, la epigraphè, la scritta. La moneta d’argento con cui si pagava il tributo recava l’effige dell’imperatore (si tratta all’epoca di Tiberio, che governava dal 14 d.C.) e la scritta: TI. CÆSAR, DIVI AUG. F. AUG.(TIBERIUS CÆSAR, DIVI AUGUSTI FILIUS AUGUSTUS), cioè «Tiberio Cesare, figlio del divino Augusto, Augusto» e sulla facciata opposta la scritta PONTIFEX MAXIMUS.

Secondo le posizioni estremiste era una contravvenzione al primo comandamento che proibiva le immagini (Es 20,4); l’uso di quel denaro era ritenuto un atto di idolatria.

21 II Signore dà qui la celebre risposta, che alla lettera suona così: «Restituite dunque quanto è di Cesare a Cesare, e quanto è di Dio a Dio».

Termini principali sono: «restituire» (apodìdómì) e «quanto è» ().

È importante osservare che il lóghion si apre col verbo «Rendete» (in greco: apodote): indica perciò una specie di restituzione. L’imperatore conia le monete con la propria testa stampata sopra, quindi è roba sua: voi la usate e con le tasse gliela restituite. Gesù rigetta la posizione degli zeloti senza accettare quella degli erodiani. La moneta fornisce la risposta alla domanda: appartiene a Cesare e Cesare ha il diritto di richiederla. Egli pone la sua icona, con il suo nome, sul suo denaro; tale denaro fa circolare nell’impero, l’impone e di esso fa la base dell’ordine economico. Gesù non si appella al diritto ma semplicemente all’esistenza de facto del potere di Cesare, simboleggiato dalle monete di Cesare; di fatto sono cittadini dell’impero e sono debitori a quest’ultimo della loro vita civile. Un ebreo che pagasse il tributo a Cesare non compiva in nessun modo un atto religioso, quasi rinunciasse al culto di Jahvè e alle speranze messianiche, ma soltanto un atto amministrativo, che non poteva avere un significato diverso se non nell’interpretazione volutamente distorta di agitatori politici.

Non così nell’ordine divino. Ora Gesù porta il discorso secondo il vero insegnamento di Dio. Il Signore ha creato l’uomo, la sua «icona», a immagine e somiglianza di sé. Il Signore è sovrano, «sopra tutti gli dei» falsi, come lo sono i Cesari di tutte le epoche (la lett), Sovrano e Signore e Padre soprattutto degli uomini, la creatura diletta nata dal Soffio della sua Bocca (Gen 2,7). Tutto appartiene al Signore, poiché «la terra è sua» (Es 19,5; Lv 25,23), anche gli uomini sono suoi (Lv 25,42), quindi anche Cesare, il denaro, l’iscrizione, ecc.

Sulla fronte degli uomini ha scritto con il suo Dito, lo Spirito Santo, il Nome suo divino (Ez 9,4.6) in eterno (Ap 3,12; 7,3; 9,4; 14,1; 22,4), come lo pose quale Sigillo sul Figlio (Gv 6,27). Tutto questo deve essere «restituito a Dio», poiché sono «tà toù Theoù, le Realtà di Dio». E restituito intatto.

Con Tertulliano possiamo dunque cogliere il senso sapienziale di questo enigmatico detto: «Ciò significa rendere a Cesare l’immagine di Cesare che è sulla moneta e a Dio l’immagine di Dio che è nell’uomo, in modo tale che tu dai a Cesare il denaro e offri a Dio te stesso» (De Idolatria, XV, 3).

Dio e la sua regalità non entra in concorrenza con il “piccolo potere” di Cesare, perché il “Potere di Dio” è su un altro livello. Molto più in alto.

La sentenza evangelica che chiude il dibattito sul tributo a Cesare viene spesso utilizzata per giustificare la distinzione o separazione tra “stato” e “chiesa” o tra ambito “politico” e quello “religioso”. Questa è una lettura riduttiva e anacronistica perché Dio non è la chiesa e Cesare nella concezione dell’impero romano non corrisponde allo stato moderno.

Il N.T. non può essere accusato di integralismo; anzi la parola di Gesù offre un criterio di valutazione religiosa ancora attuale. In nome dell’unica Signoria di Dio egli circoscrive l’ambito del potere politico; gli toglie la maschera della sacralità idolatrica e gli restituisce la sua “laicità” profana.

Il discorso di Cesare e di Dio è proiettato alle realtà ultime, ai tempi dell’adempimento; chi sta soggetto a Cesare deve sapere che Cesare non è autonomo, né autocrate, non pone leggi da sé, né si dà il potere da sé; se lo fa è un tiranno. Deve tener conto di Dio e degli uomini; se non lo fa, ne deve rendere conto a Dio (Gesù lo rinfaccerà a Pilato in Gv 19,11).

I discepoli di Gesù e i credenti di oggi che si trovano a vivere in un contesto di stato “laico” non solo possono, ma debbono pagare il loro tributo a Cesare senza svendere la propria coscienza.

Il rimando alle esigenze di Dio, incomparabili con quelle pur giuste di “Cesare”, non possono diventare un alibi per il disimpegno civile. Anzi l’appello alla coscienza religiosa è una riserva critica che rende libero e perciò più radicale l’adempimento dei propri doveri civici.

22«rimasero meravigliati»: Questa meraviglia normalmente viene spiegata in relazione al fatto che Gesù ha saputo evitare di offendere direttamente i diversi gruppi di interlocutori. Ma potrebbero essersi meravigliati ancora di più della sua capacità di dirottare la discussione sul discorso di Dio invece che su Cesare. Ricordiamo la preghiera di colletta che apre la proclamazione liturgica della Parola di Dio e che costituisce un impulso alla corretta interpretazione religiosa dell’evangelo di oggi, senza ricadute socio-politiche fuori tema:

II Colletta

O Padre,

a te obbedisce ogni creatura

nel misterioso intrecciarsi

delle libere volontà degli uomini;

fa’ che nessuno di noi abusi del suo potere,

ma ogni autorità serva al bene di tutti,

secondo lo Spirito e la parola del tuo Figlio,

e l’umanità intera riconosca te solo come unico Dio.

Per il nostro Signore Gesù Cristo…

La colletta di questa Dom. si sviluppa in una chiara struttura trinitaria; essa si rivolge al Padre, al quale obbedisce ogni creatura nell’intreccio misterioso delle libere volontà degli uomini. In questo modo è risolto il problema religioso dell’obbedienza ad una autorità umana. Il formulario della intercessione prosegue: «fà che nessuno di noi abusi del suo potere, ma ogni autorità serva al bene di tutti, secondo lo Spirito e la parola del tuo Figlio».

Lo scopo finale di questo orientamento sociale, «il bene di tutti», del servizio di autorità è di natura prettamente religiosa secondo la più sana tradizione biblica: «e l’umanità intera riconosca te solo come unico Dio».

Ecco ricuperato il senso genuino della sentenza finale di Gesù nel dibattito circa il tributo a Cesare. Ecco “oggi” il disegno salvifico del Padre realizzato nel Figlio con l’opera amorevole dello Spirito Santo:

Antifona alla Comunione Sal 32,18-19

Gli occhi del Signore sono su quanti lo temono,

su quanti sperano nella sua grazia,

per salvare la loro vita dalla morte,

per farli sopravvivere in tempo di fame.

Nell’antifona alla comunione, il Sal 32 (I = Inno), l’assemblea liturgica esprime con il Salmista l’affermazione fiduciosa che il Signore rivolge di continuo a essi i suoi occhi misericordiosi, di Padre buono verso i figli che Lo amano (10,5; 33,16; e 1 Pt 3,12), che nella loro tribolazione ripongono in Lui ogni loro speranza. Essi sanno che il Signore ha come scopo del suo amore liberare dalla morte le loro anime, e come mezzo immediato nutrirli nella loro indigenza (35,6-11; 36,19.25; 38,10-11; 110,5; Lc 1,58). Come puntualmente fa per essi anche la Chiesa «oggi qui» con la mensa della Parola e dei Misteri: radunandoli nel Luogo della vita e della liberazione dalla morte, unendoli alla comunione con queste tre Realtà, per l’operazione continua e amorevole dello Spirito Santo.

Fonte: Abbazia di Santa Maria a Pulsano

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