Commento al Vangelo del 24 Marzo 2019 – P. Antonio Giordano, IMC

Nel Vangelo di Luca di oggi, ci sono due parti distinte.

Nella prima vediamo Gesù, che è interrogato circa due fatti di cronaca nera.

Nella seconda parte abbiamo una parabola che esprime l’azione paziente del vignaiolo, che cerca di salvare, con il suo lavoro, il fico che non dà frutti.

Sul primo episodio di cronaca nera non sappiamo nulla di certo, forse l’inizio di una sommossa o una lite, per cui i soldati che vigilavano avevano ucciso quei galilei.

Il secondo episodio è la caduta di una torre, probabilmente di un acquedotto che portava le acque: nel crollo erano rimaste uccise diciotto persone.

Allora Gesù chiede: “Ma voi pensate che fossero più colpevoli, queste persone, e che sono state uccise o sono morte nell’incidente? Gesù dice: “No, non sono più colpevoli. Però dovete convertirvi di fronte a questi eventi, dovete cambiare vita, altrimenti perirete tutti allo stesso modo.”

C’era il modello molto comune che le disgrazie: malattie, incidenti, catastrofi naturali capitavano a chi era colpevole. Lo pensiamo ancora noi oggi tanto che diciamo: “Cosa ho fatto di male per meritare questo?”.

Gesù non vuole spiegare l’incidente, ma vuole farcelo usare per il nostro bene: “Se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo”. Lc.13, 1-9

L’itinerario quaresimale ci invita a meditare sulla misericordia di Dio che in Gesù sempre ci chiama alla conversione, cioè ad avanzare verso Dio con tutto il cuore, la mente e le forze.

La conversione è un passaggio da una fede accettata passivamente (fede ereditaria), ad una fede attivamente conquistata, nella nostra vita. Inoltre conversione è rottura di una mentalità orientata verso il male e il peccato. Non basta essere battezzati, ricevere l’Eucaristia, ascoltare la Parola di Dio: Dio ci mette l’opera sua con grande bontà e generosità, ma noi dobbiamo metterci la nostra parte, il nostro lavoro interiore che non finisce mai; ed è quello che ha plasmato i santi. Dio attende e aspetta dalla nostra fede un atto coraggioso.

Gesù presenta l’immagine di un Dio misericordia, che investe di amore misericordioso proprio chi ha peccato e lo fa gratuitamente! Gesù non ci ha salvato solo perché ha offerto qualcosa al Padre, pagando lui stesso il nostro debito, ma perché ha offerto agli uomini il perdono e la misericordia da parte di Dio. Se anche noi accettiamo questo messaggio, di fronte ai difetti, ai limiti dei fratelli, di fronte ai disastri che avvengono, dobbiamo reagire come Gesù dice = convertirci.

Per cui invece di chiederci: “Chi è il colpevole?” dobbiamo chiederci: ” Cosa possiamo fare per mettere bene dove c’è male, verità dove c’è errore, amore dove c’è odio”.
Se Dio è al fondo della nostra vita e se noi ci abbandoniamo con fiducia a lui e ci apriamo alla sua azione, il male non ci fa paura, lo attraversiamo, perché sappiamo che la forza della vita spirituale che abbiamo in Cristo è più potente delle dinamiche del male.

Infatti il male è carenza di bene, insufficienza di bene, che è sempre unione con Dio in Cristo. Dobbiamo portare sulle spalle il male non solo nostro, ma anche quello degli altri, come ha fatto Gesù. Per fare questo dobbiamo guardare in faccia il male che ci tocca, nella luce del Padre, il quale non punisce e non vuole il male, ma affida a ognuno di noi battezzati il bene da portare a compimento. Le sofferenze sono i dolori del parto.

Ecco allora la seconda parte del Vangelo di oggi, la parabola del contadino ed il fico: Dio aspetta un tempo e anche due tempi perché il bene venga prodotto, perché la pianta produca frutti, perché noi cresciamo e portiamo frutti buoni.

Ci aiuti la Madonna, Vergine Madre concepita senza peccato, ci insegni ad aspettare i tempi di Dio e produrre i frutti che il suo Amore aspetta da noi.

Fonte – consolata.org

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