Gesù entra nella sinagoga e insegna; c’è un uomo con la mano destra paralizzata. Ma scribi e farisei non guardano né l’uno né l’altro: osservano, spiano, aspettano di coglierlo in fallo. La loro attenzione non è rivolta alla sofferenza di quell’uomo, escluso dal mondo e dalla vita pubblica, ma alla possibile infrazione delle norme che potrebbero denunciare.
Gesù «conosceva i loro pensieri». E invece di evitare lo scontro, lo porta al centro: «Alzati e mettiti qui in mezzo!». L’uomo con la mano paralizzata non è una comparsa, ma una persona. Gesù lo mette in piedi davanti a tutti.
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Scribi e farisei osservano, ma non vedono quell’uomo. Vedono il giorno, vedono la legge, vedono un’occasione. La loro paralisi non è alla mano, ma al cuore; non riescono a riconciliarsi con una realtà elementare: che la vita venga prima della norma. Gesù lo chiede agli astanti a bruciapelo, senza mezzi termini: «in giorno di sabato, è lecito fare del bene o fare del male, salvare una vita o sopprimerla?». Il silenzio che segue è eloquente: non sanno rispondere perché hanno già scelto, preferendo l’osservanza della regola al farsi prossimi.
«Tendi la tua mano»: un imperativo, ma anche un invito. L’uomo non viene guarito passivamente: risponde, compie il gesto, si fida. La guarigione avviene nell’atto stesso dell’aprirsi: verso Gesù, verso gli altri, verso la vita.
Anche i farisei erano invitati a quel gesto. La collera con cui escono rende manifesta la paura di chi sente che il proprio rigido sistema di certezze sta cedendo. Gesù non li esclude: li sfida. Anche a loro chiede di tendere la mano.
Per Riflettere
Spesso è più facile vivere il proprio Sabato all’ombra rassicurante dell’assolvimento dei precetti facendo finta di non accorgersi di chi, magari senza voce, tende una mano per avere da te un aiuto.
FONTE: Ascolta e Medita – Centro Pastorale per l’Evangelizzazione e la Catechesi
