Siamo di fronte ad una pericope evangelica apparentemente banale e allo stesso tempo non semplice. Gesù, il Maestro, ha lavato i piedi ai suoi discepoli. Ma subito precisa che il servo non è più grande del padrone. Una puntualizzazione che, appunto, appare banale, scontata.
Il padrone è e rimane sempre superiore al servo; e qui il “superiore” è sempre e soltanto Gesù. Il suo gesto non è una investitura in un ruolo di comando, non è il riconoscimento di un previlegio, quello di essere serviti. Il Suo è un esempio, un insegnamento, un invito a fare altrettanto, un invito a servire anziché essere serviti.
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E questo anche nel momento della prova, anche quando saranno rifiutati, anche quando, per causa Sua, saranno perseguitati e messi a morte, anche quando saranno traditi come di lì a poco succederà proprio a Gesù: “Colui che mangia il mio pane ha alzato contro di me il suo calcagno”, “colui che ha intinto con me il dito nel piatto mi tradirà”.
E qui Gesù fa la profezia che è fondamento della nostra fede: “Ve lo dico fin d’ora, prima che accada, perché, quando sarà avvenuto, crediate che Io Sono”. “Io Sono” è il nome di Dio. “Io sono colui che sono” è la risposta che Dio dà a Mosè sul Sinai (Es 3, 14), rivelando il Suo nome impronunciabile (YHWH). Gesù è il Dio fattosi carne, è l’Emmanuele: il Dio con noi. Un Dio che dà di se la Sua vera immagine non proprio conforme a quella che ne dà il mondo giudaico: non un Dio giudice e vendicativo, ma un Dio umile e misericordioso.
Per Riflettere
Chiediamoci se abbiamo percezione di questa immagine di Dio. E chiediamoci soprattutto se nel nostro agire quotidiano siamo suoi reali e credibili testimoni scegliendo il servizio al posto del privilegio di essere serviti, rinunciando ad ergerci a giudici e preferendo il perdono alla condanna.
FONTE: Ascolta e Medita – Centro Pastorale per l’Evangelizzazione e la Catechesi
