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Arcidiocesi di Pisa – Commento al Vangelo del 3 luglio 2026

Tommaso non era presente “in casa” quando il Signore apparve ai discepoli nel primo giorno dopo il sabato. È lontano dalla comunità e incapace di accogliere l’annuncio degli altri. Anche noi, spesso, facciamo esperienza di questa distanza: desideriamo credere, ma abbiamo bisogno di segni, di prove, di qualcosa che tocchi concretamente la nostra vita.

Otto giorni dopo, nel tempo della pienezza che supera i sette giorni della prima creazione e inaugura la creazione nuova, Tommaso è “in casa”. Si lascia raggiungere e, pur nel dubbio, rimane disponibile all’azione dello Spirito. La fede, infatti, non nasce sempre da una certezza immediata; a volte cresce lentamente, dentro le ferite, le domande e le resistenze del cuore.

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Gesù gli va incontro con infinita delicatezza: «Guarda… metti… tendi la tua mano». In queste parole non c’è durezza, ma la pazienza amorevole di chi conosce la fragilità umana. Si riconosce quasi la tenerezza di un babbo e di una mamma che accompagnano un figlio nel suo cammino di crescita: lo lasciano libero, ma nello stesso tempo lo guidano verso ciò che può davvero fargli bene.

Gesù non cancella le ferite della croce: le mostra. È proprio attraverso quelle ferite che Tommaso ritrova la fede. Le nostre ferite, illuminate dall’amore di Cristo, non sono più soltanto segni di morte, ma possono diventare luoghi di incontro e di rinascita.

Per Riflettere

Riesco a guardare con uno sguardo morbido e compassionevole le mie ferite? Gesù dice a Tommaso «tendi la tua mano». Quali parti della mia vita il Signore mi invita a mettere davanti a Lui senza paura? In che modo posso coltivare una fiducia sana e costruttiva, anche quando non vedo tutto con chiarezza?

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FONTE: Ascolta e Medita – Centro Pastorale per l’Evangelizzazione e la Catechesi