In questo brano alcuni sadducei, che non credono nella risurrezione, pongono a Gesù una domanda capziosa per ridicolizzare la vita oltre la morte. Ma Gesù risponde con autorità e profondità: “Dio non è dei morti, ma dei viventi; perché tutti vivono per lui”.
Questa affermazione rovescia la prospettiva: la risurrezione non è una semplice continuazione della vita terrena, ma un’esistenza trasfigurata, pienamente radicata in Dio. L’amore umano, pur prezioso, lascia spazio a una comunione più profonda, in cui i figli della risurrezione “non possono più morire”. Gesù non argomenta con logica umana, ma con la Scrittura: “Io sono il Dio di Abramo…”, cioè un Dio di viventi.
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Questo ci invita a credere che la vita eterna non è solo futuro, ma inizia già ora, quando viviamo in relazione con Dio. Come dice San Paolo: “Se siamo morti con Cristo, crediamo che anche vivremo con lui” (Rm 6, 8). E Sant’Agostino ci ricorda: “La nostra patria è lassù; là non moriremo più, là saremo amati senza timore e vivremo senza fine”.
Per Riflettere
Questa Parola ci interroga: viviamo come figli della risurrezione o come se tutto finisse qui? La speranza cristiana risiede nella certezza che l’Amore ha trionfato sulla morte. Riconoscere che il Signore ci ha donato occhi capaci di guardare oltre il limite terreno e un cuore proteso verso la vita eterna rafforza la fede nel Dio dei viventi.
FONTE: Ascolta e Medita – Centro Pastorale per l’Evangelizzazione e la Catechesi
