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Arcidiocesi di Pisa – Commento al Vangelo del 17 Maggio 2025

L’episodio, proposto in questo brano del Vangelo di Matteo, si conclude con il versetto 22 che dice: “Udita questa parola, il giovane se ne andò, triste; possedeva infatti molte ricchezze”. Vale la pena tenerne conto.

Un giovane si avvicina a Gesù, chiamandolo “maestro”: è mosso da un’inquietudine interiore, ma ha fiducia che Gesù possa dare una risposta alla domanda che ritiene fondamentale: «Che cosa devo fare di buono per avere la vita eterna?». La domanda rivela la convinzione del giovane di potersi salvare con le sue forze, di aver assicurata la vita eterna, se farà quello che gli verrà indicato da Gesù.

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È molto bello che all’inizio della sua risposta Gesù parli di “vita” e non di “vita eterna”: la vita è unica, acquista via via una maggiore pienezza. Indica poi come strumento per entrare nella vita l’osservanza dei comandamenti; vengono citati quelli che riguardano la relazione con il prossimo.

Gesù sapeva che il giovane avrebbe risposto che tutte queste cose le aveva sempre osservate, ma voleva provocare la domanda «Che altro mi manca?». È proprio questo sentire che gli manca qualche cosa che rende inquieto il giovane. E Gesù indica la necessità di donare tutto.

C’è un salto di qualità: si passa dall’obbedienza alla legge per dovere alla gratuità del dono nella prospettiva dell’amore. Le parole di Gesù sono radicali al punto che il giovane ricco se ne va triste. Può darsi che a quel giovane occorra tempo per capire che non di tratta soltanto di realizzare cose, ma di ricercare l’incontro con Uno che ci ama.

Per riflettere

La strada verso la perfezione indicata da Gesù è ardua. Il passo decisivo è capire che quanto possediamo deve servire per metterci in relazione con gli altri, per rispondere alla chiamata ad amare.

FONTE: Ascolta e Medita – Centro Pastorale per l’Evangelizzazione e la Catechesi