Arcidiocesi di Pisa – Commento al Vangelo del 15 marzo 2026

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Gesù incontra questo uomo cieco, ma non ricerca le cause della sua malattia, scomodando le tradizioni antiche che collegavano il male fisico subito con un peccato personale o dei propri genitori.

Il Maestro non cede alla tentazione di rivolgersi al passato, cercando di comprenderne le dinamiche, quanto, invece, preferisce guardare al futuro, partendo dalla situazione concreta di quel cieco.

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Gesù vuole, prima di tutto, rompere il tradizionale rapporto di dipendenza dell’infermità dal peccato e mostrare come la malattia sia il segno della caducità e della debolezza della natura umana. L’accento è quindi posto su ciò che Dio opera nella vita quando l’uomo si lascia guidare da Lui ed obbedisce alla sua voce.

Risulta inutile talvolta, davanti alle situazioni di dolore e di sofferenza della nostra storia, voler capire la ragione e le cause vere di ciò che soffriamo.

A che serve capire il passato, se poi non interveniamo sull’oggi, se la situazione, pur di difficile gestione, non cambia o non proviamo a cambiarla, con la luce e la forza che viene da Dio?

Davanti ai discepoli che si perdono nelle dispute teologiche delle scuole rabbiniche, Egli preferisce guardare la difficoltà dell’uomo che gli sta innanzi e far divenire la sua vita, il dolore e la mendicità, che lo porta a dipendere totalmente dagli altri, luogo della manifestazione delle opere di Dio.

Questa è la vita dell’uomo, la sua storia, pur segnata da dolore e angoscia, è il luogo in cui il Signore opera meraviglie. Ecco il grande annuncio di questo vangelo: la nostra vita è visitata dalla potenza del Signore, per quanto le difficoltà vogliano apparire conseguenze del peccato nostro o altrui. Dio vuole toccarci, entrare nella nostra storia, e risanarci.

Inoltre il risalire alle radici delle situazioni non significa riuscire a trovare sempre la via d’uscita.

Dobbiamo, invece, confrontarci con le nostre difficoltà così come sono, senza scappare in vuoti ragionamenti che ci portano a divagazioni, a non trovare la strada della risoluzione e della pace del cuore. Dobbiamo imparare da Gesù a vedere con occhi nuovi la nostra storia come evento di salvezza e di redenzione.

Il cieco guarito miracolosamente nel corpo ora deve incominciare un percorso di illuminazione interiore. Ciò che è avvenuto ai suoi occhi è segno di quanto accadrà nel suo animo.

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Al pari della samaritana e, per alcuni aspetti, ancor più di lei, anche quest’uomo, nell’interrogatorio dei farisei, dovrà prima confessare Gesù come un profeta e poi come il Signore, dinanzi al quale ci si può prostrare per ottenere in pienezza la salvezza.

Il vero problema non è la guarigione del cieco, ma dei farisei, ovvero di quanti credono di vedere e, invece, camminano nelle tenebre e sono maestri di oscurità. La Quaresima serve perché ciascuno di noi non si indurisca nella propria superba illusione di non aver bisogno della luce di Cristo. Solo alla sua luce noi vediamo la luce e camminiamo nel chiarore della sua presenza, nella gioia della sua testimonianza.

Per Riflettere

Cecità spirituale: i farisei, pur avendo la vista fisica, sono spiritualmente ciechi, perché rifiutano la luce di Cristo, dimostrando che la vera cecità è il rifiuto di credere. Quante volte anche noi incorriamo in questo tipo di cecità?

FONTE: Ascolta e Medita – Centro Pastorale per l’Evangelizzazione e la Catechesi

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