Gesù incontra un sordomuto: un uomo incapace di ascoltare e di comunicare. La sua condizione è anche simbolo della nostra, quando non sappiamo più ascoltare Dio e gli altri, o quando la paura e l’indifferenza ci rendono muti davanti alla verità e al dolore.
Gesù non guarisce a distanza, ma con gesti concreti, quasi corporei: tocca le orecchie, la lingua, guarda il cielo e sospira. È un incontro di prossimità e di tenerezza: Dio entra nel limite umano, tocca le nostre ferite, condivide il nostro respiro.
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Il sospiro di Gesù è preghiera, ma anche compassione profonda, partecipazione al male dell’uomo che soffre. La parola che pronuncia, “Effatà!”, “Apriti!”, è più di un ordine fisico: è un invito alla vita. Non solo le orecchie e la lingua dell’uomo si aprono, ma si apre il suo rapporto con Dio, con gli altri, con sé stesso.
È la stessa parola che la Chiesa ripete nel rito del Battesimo, perché ogni cristiano è chiamato a vivere aperto alla Parola e al dialogo con il mondo. Alla fine la folla proclama: “Ha fatto bene ogni cosa”. È un’eco della creazione: Gesù ricrea l’uomo, lo restituisce alla pienezza della relazione.
Il miracolo non è solo l’udito o la parola ritrovata, ma la comunione ristabilita. Solo chi si lascia guarire nel silenzio del cuore può poi parlare con parole di verità e di amore.
Per Riflettere
Gesù tocca il sordomuto e dice: “Effatà!”, “Apriti!”. È l’invito che rivolge a ciascuno di noi: aprire il cuore alla Parola, gli orecchi all’ascolto e la bocca alla lode, per lasciar entrare Dio nella nostra vita.
FONTE: Ascolta e Medita – Centro Pastorale per l’Evangelizzazione e la Catechesi
