Il brano evangelico di questa domenica è uno dei racconti più densi e umanamente profondi del quarto vangelo.
L’episodio dell’incontro tra Gesù e la samaritana presso il pozzo non è solo un dialogo teologico, ma anche una scena di rivelazione progressiva, dove emergono con grande forza i temi dell’autenticità, della verità interiore e della liberazione dalle maschere religiose e sociali.
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La scena è ambientata vicino alla città di Sicar, presso il “pozzo di Giacobbe”. Il dettaglio non è secondario: nella tradizione biblica i pozzi sono luoghi di incontro decisivi, spesso legati a storie di alleanze e di matrimonio (si pensi a Libro della Genesi con l’incontro tra il servo di Abramo e Rebecca).
Il narratore crea così una sorta di sfondo simbolico: qui si sta preparando un incontro sponsale tra Dio e l’umanità rappresentata da questa donna. Gesù appare stanco del viaggio e si siede al pozzo. Il primo gesto è sorprendentemente umano: chiede da bere. Non inizia con un insegnamento, ma con un bisogno. Questo dettaglio è teologicamente potente perché rivela una dinamica tipica del vangelo di Giovanni: Dio entra nella relazione non dominando ma esponendosi, quasi rendendosi vulnerabile.
La donna samaritana reagisce con stupore: un giudeo che parla con una samaritana rompe due barriere contemporaneamente, quella etnica e quella di genere. Qui emerge già una prima dimensione psicologica del racconto: la donna è abituata alla distanza e al giudizio. Probabilmente la sua vita affettiva irregolare l’ha resa oggetto di sospetto sociale. Il fatto che vada al pozzo a mezzogiorno – l’ora più calda – suggerisce che voglia evitare le altre donne del villaggio. C’è in lei una forma di difesa, quasi un’ironia sospettosa: “Come mai tu, che sei giudeo, chiedi da bere a me?”. È la reazione di chi è abituato a essere classificato.
Gesù sposta subito il piano del discorso parlando dell’“acqua viva”. Nel linguaggio biblico l’acqua viva indica l’acqua corrente, ma in senso simbolico rimanda al dono dello Spirito. Tuttavia la donna capisce in modo letterale. Questo equivoco è tipico del vangelo giovanneo: il dialogo procede attraverso incomprensioni che costringono a un salto di livello. Psicologicamente è interessante perché descrive il modo in cui l’essere umano difende le proprie categorie: la donna pensa ancora al secchio, al pozzo, alla fatica quotidiana.
Il momento decisivo avviene quando Gesù tocca la verità della sua vita: “Hai avuto cinque mariti e quello che hai ora non è tuo marito”. Qui il racconto non assume il tono della denuncia morale. Gesù non umilia la donna; piuttosto porta alla luce la sua storia. E la reazione della samaritana è sorprendente: non si chiude, non scappa, ma riconosce la verità – “vedo che tu sei un profeta”. È uno dei momenti più intensi sul tema dell’autenticità nel Nuovo Testamento. L’autenticità nasce quando qualcuno riesce a guardare la propria vita senza difendersi più.
In questo punto appare anche il contrasto con l’ipocrisia religiosa. La donna, subito dopo, sposta il discorso sulla disputa tra Giudei e Samaritani riguardo al luogo del culto. È una mossa molto umana: quando la verità personale emerge, si cerca rifugio nelle discussioni religiose. Gesù però non cade nella polemica. La sua risposta è radicale: “viene l’ora in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità”. Qui la critica all’ipocrisia non è esplicita ma implicita. Non si tratta più di difendere un tempio o un sistema religioso, ma di vivere una relazione autentica con Dio. Il vero culto nasce dalla verità del cuore, non dalla correttezza esteriore.
In questo senso la samaritana diventa una figura spirituale sorprendente: è una persona con una storia complicata, ma proprio per questo è più vicina alla verità di molti religiosi impeccabili. Nel Vangelo secondo Giovanni spesso coloro che sembrano più lontani sono in realtà più disponibili alla rivelazione, mentre i custodi della religione rischiano l’autosufficienza.
Dal punto di vista psicologico il dialogo mostra un processo di trasformazione interiore. All’inizio la donna vede in Gesù solo “un giudeo”. Poi lo chiama “signore”. Successivamente lo riconosce come “profeta”. Infine lascia intuire la possibilità che sia il Messia. È un percorso di riconoscimento progressivo. Ma il segno più eloquente del cambiamento è un gesto narrativo: lascia la brocca e corre al villaggio. La brocca rappresenta il motivo per cui era venuta al pozzo, la sua routine quotidiana, quasi il simbolo della sua sete irrisolta. Abbandonarla significa che ha trovato qualcosa di più profondo della semplice acqua.
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È qui che il racconto diventa missionario: la donna, che probabilmente era marginalizzata, diventa testimone. Dice alla gente: “Venite a vedere un uomo che mi ha detto tutto quello che ho fatto”. Non nasconde la propria storia. Anzi, proprio quella verità diventa la sua forza. L’autenticità genera testimonianza.
Questo dinamismo ricorda molto la spiritualità di Giovanni della Croce. Il mistico carmelitano insisteva sul fatto che l’incontro con Dio avviene quando l’anima smette di difendere le proprie illusioni. Egli parlava della “notte” come del momento in cui tutte le immagini religiose e le sicurezze spirituali cadono. Solo allora l’anima può incontrare Dio nella verità.
Un aneddoto attribuito a Giovanni della Croce racconta che un frate gli confidò di avere grandi esperienze spirituali e visioni. Il santo lo ascoltò con calma e poi gli disse più o meno così: “Non cercare visioni, cerca di essere vero davanti a Dio”. Per lui l’autenticità valeva più di qualsiasi esperienza mistica straordinaria.
Un altro episodio della sua vita illumina bene il tema dell’ipocrisia. Quando fu imprigionato dai confratelli durante le tensioni interne dell’ordine carmelitano, subì mesi di isolamento e umiliazioni. In quella cella buia scrisse alcuni dei versi più profondi della mistica cristiana, tra cui parti del Cantico spirituale. Ciò che colpisce è che non reagì con rancore religioso. La sua esperienza gli aveva insegnato che la religione può diventare facilmente una struttura di potere, mentre Dio si incontra nella verità nuda dell’anima.
Questo risuona fortemente nel dialogo tra Gesù e la samaritana. Il vero culto “in spirito e verità” è precisamente ciò che Giovanni della Croce chiamerà la “semplicità dell’amore”. Non è la moltiplicazione delle pratiche religiose ma l’unificazione del cuore.
Il finale del racconto è altrettanto significativo. I samaritani prima credono per la parola della donna, poi dicono: “non è più per i tuoi discorsi che crediamo, ma perché noi stessi abbiamo udito”. L’esperienza personale sostituisce la testimonianza indiretta. È il passaggio dalla fede ricevuta alla fede vissuta.
In definitiva questo brano mostra un movimento molto umano: dalla difesa alla verità, dalla solitudine alla relazione, dalla vergogna alla testimonianza. La samaritana non diventa perfetta, ma diventa autentica. E nel vangelo di Giovanni l’autenticità è lo spazio dove Dio può rivelarsi.
CHI E’ ANGELO SABATINO
Docente di religione
Educatore professionale socio-pedagogico.
Counselor e Coach
Accompagnamento umano e spirituale
Membro dell’Associazione Laicale di promozione umana e cristiana “Seguimi” – Roma.
Sito: https://angelosab82.wixsite.com/website
Sito associazione: www.grupposeguimi.org
