Card. Angelo Comastri – Commento al Vangelo del 26 aprile 2026

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Gesù continua a cercare le pecore smarrite

Commento al Vangelo a cura del Card. Angelo Comastri – Vicario Emerito di Sua Santità per la Città del Vaticano – Arciprete Emerito della Basilica Papale di San Pietro.

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Gesù il Buon Pastore e il cammino verso la meta

In questa riflessione dedicata alla quarta domenica di Pasqua, il Cardinale Angelo Comastri ci invita a contemplare l’immagine di Gesù come il Buon Pastore, una figura che affonda le sue radici nell’Antica Alleanza e che parla direttamente al cuore dell’uomo moderno. Attraverso un intreccio di testi sacri e testimonianze di vita, il Cardinale ci ricorda che Dio non è un’entità distante, ma un pastore che vive con il gregge, offrendo sicurezza, protezione e un amore che guarisce le ferite della paura.

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Il tema centrale di questo commento è la vita intesa come cammino. Il Cardinale sottolinea con forza che ogni cammino trae il suo senso profondo dalla meta: senza un approdo sicuro, l’esistenza rischia di scivolare nell’insignificanza o nel “vuoto” leopardiano. Tuttavia, la speranza cristiana, incarnata da figure come Benedetta Bianchi Porro, ci assicura che in fondo alla strada Gesù ci aspetta per “entrare nella festa”.

Infine, Comastri ci offre la chiave per la vera felicità: uscire dall’egoismo e vivere nella carità quotidiana, seguendo l’esempio di Madre Teresa di Calcutta. Come ci insegna Gesù, il Buon Pastore che offre la vita per le sue pecore, la gioia più profonda nasce dal dono di sé e dal soccorrere chi è nel bisogno.

Trascrizione del video

Ecco la trascrizione completa del video del Cardinale Angelo Comastri, con la punteggiatura corretta e le correzioni necessarie per rendere il testo fluido e fedele al messaggio originale:

Sia lodato Gesù Cristo. In questa quarta domenica di Pasqua, Gesù continua a cercare le pecore smarrite per riportarle sulla via della vita. L’immagine del pastore era molto cara al popolo dell’Antica Alleanza, il popolo che ha preparato la strada, o meglio, ha preparato la culla a Gesù.

Il Salmo 80 inizia così: “Tu, pastore di Israele, ascolta; tu che guidi Giuseppe come un gregge”. Il Salmo 23 è un canto commosso al pastore che è Dio e dice così: “Il Signore è il mio pastore, non manco di nulla; su pascoli erbosi mi fa riposare, ad acque tranquille mi conduce, mi rinfranca, mi guida per il giusto cammino per amore del suo nome”. Perché è buono lui. “Se dovessi camminare in una valle oscura” – e può capitare spesso nella vita – “se dovessi camminare in una valle oscura, non temerei alcun male perché tu sei con me”. Il pastore un tempo viveva letteralmente con il gregge e condivideva i momenti di riposo e i momenti di fatica del gregge. Chiamare Dio con il nome di pastore significava dirgli: “Tu sei la mia sicurezza, tu sei la mia protezione. Mi fido di te e mi consegno a te”.

Ripetiamo anche noi spesso questo atto di fiducia, perché risana le ferite di tante nostre paure che possono continuamente riaffiorare. Il profeta Isaia ha usato parole toccanti per dipingere il mistero bello di Dio; arriva a dire che Dio è come una mamma, una mamma che non potrà mai dimenticare il suo bambino. Isaia ha usato anche l’immagine del pastore e ha detto: “Dio, come un pastore, fa pascolare il suo gregge; con il suo braccio lo raduna, porta gli agnellini sul seno e conduce pian piano le pecore madri”. Come sono belle e calde queste immagini!.

Nessuna meraviglia che Gesù abbia ripreso l’immagine del pastore e l’abbia applicata a sé. Del resto, il profeta Ezechiele, durante il tempo dell’esilio e quindi durante il tempo dello sbandamento del gregge, aveva annunciato con sicurezza: “Disse il Signore Dio: ecco, io stesso cercherò le mie pecore e ne avrò cura; andrò in cerca della pecora perduta e ricondurrò all’ovile quella smarrita, fascerò quella ferita e curerò quella malata, avrò cura della grassa e della forte, cioè di tutto il gregge: le pascerò con giustizia”.

Questo pastore annunciato è Gesù. E Gesù è venuto a radunare il gregge e continua, attraverso la sua Chiesa, a cercare le pecore smarrite per riportarle sulla via della vita. Immaginiamo la scena descritta dal Vangelo di oggi: Gesù vede un recinto di pecore e sente la voce del pastore che le chiama, e le pecore si muovono docilmente, seguono il pastore del quale conoscono la voce e del quale si fidano. Gesù esclama: “Vedete, il pastore cammina innanzi alle pecore e le pecore lo seguono perché conoscono la sua voce”. È il primo messaggio che ci viene da Gesù: la vita è un cammino.

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Ma se la vita è un cammino, il senso di tutto sta nella meta. Chi dimentica la meta – o peggio ancora, chi nega che la vita abbia una meta – condanna se stesso all’insignificanza, al vuoto, all’affanno nevrotico della ricerca del godimento e di ogni capriccio. Ma i capricci non saranno mai saziati. Il bisogno di una meta è avvertito da tutti, perché soltanto la meta dà senso alla fatica del cammino.

Benedetta Bianchi Porro, quando era semiparalizzata e ormai cieca, confidò ad un giovane di nome Natalino: “Caro Natalino, ho 27 anni come te, sono quasi bloccata nel letto che è diventato la mia dimora, sono sorda e da alcuni mesi anche cieca. Però, bello, però non sono disperata perché io so che in fondo alla via Gesù mi aspetta, evidentemente per entrare nella festa”. La festa è preparata da Dio per chi ha il cuore sintonizzato con il suo cuore. Questa speranza è indispensabile per affrontare le prove inevitabili della vita. A che serve camminare se in fondo alla strada c’è il precipizio del vuoto?.

Giacomo Leopardi in una celebre poesia interroga la luna e le domanda: “Luna, dimmi, dove tende questo vagar mio breve? Questa breve vita dove va?”. Non trova una risposta e allora arriva alla triste conclusione che oggi è tanto diffusa. Leopardi scrive: “È funesto a chi nasce il dì natale”, cioè nascere è una disgrazia.

No, non è così, non può essere così! Noi siamo convinti che la vita sia un viaggio verso la festa, verso l’abbraccio con Dio, verso l’esperienza della vera e piena felicità che soltanto Dio può dare. Ma come si entra nella festa? Qual è il biglietto di ingresso? Risponde puntualmente Gesù dicendo: “Io sono il buon pastore”. Il buon pastore offre la vita, dà la vita per le pecore.

Ecco il grande segreto della felicità: offrire la vita, uscire dalla tenaglia dell’egoismo, mettere l’orgoglio sotto i piedi e vivere donando se stessi nella piccola e grande carità quotidiana. Madre Teresa diceva spesso: “Ognuno, se vuole, Calcutta ce l’ha a casa sua”. Ce l’ha nel pianerottolo della sua abitazione, ce l’ha sotto casa. Provate a pensare: quand’è che avete sentito una gioia vera e profonda? La risposta è sicura: avete sentito una gioia vera e profonda soltanto quando siete stati buoni, quando avete regalato qualche briciola di amore disinteressato, quando avete teso la mano per soccorrere e asciugare una lacrima.

Vengono in mente le parole meravigliose di Madre Teresa, che un giorno disse: “I miei occhi sono felici perché le mie mani asciugano tante lacrime”. Ve lo assicuro che è così. E pochi mesi prima di morire fece questa confidenza: “Mi potrebbe scoppiare il cuore per troppa contentezza”. Era felice non perché aveva accumulato tante ricchezze, ma perché aveva dato; aveva dato tutto. E questa è la ricchezza vera che porteremo con noi davanti a Dio. Teniamone conto, perché questo è il tempo per vivere la fede. Sia lodato Gesù Cristo.

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