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Comunità Kairos – Commento al Vangelo di domenica 8 novembre 2026

Domenica 25 Maggio 2025 - VI DOMENICA DI PASQUA - ANNO C
Commento al brano del Vangelo di: Gv 14,23-29

Data:

«Vegliate dunque, perché non sapete né il giorno né l’ora.»

È da qui che bisogna partire per comprendere il brano. Questa parola, che chiude la parabola, è la chiave per leggerla dall’inizio.

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Il «dunque» ci dice che tutto il racconto è stato scritto per arrivare qui: le dieci vergini, le lampade, l’olio, il sonno, il grido, la porta chiusa sono la risposta a una domanda che il discepolo porta con sé: come si vive il tempo in cui non sappiamo quando il Signore verrà?

C’è un tempo, che nessuno conosce se non il Padre, nel quale al discepolo è chiesto di vivere in un atteggiamento di attesa. Tutto il discorso escatologico (Mt 24-25), sulla venuta del Figlio dell’Uomo, sulla fine dei tempi e sul giudizio finale, è un insegnamento rivolto da Gesù ai discepoli per prepararli.

Non è compito del discepolo conoscere i tempi e i momenti: gli è chiesto solo di sapere che lo Sposo verrà. Il tempo dell’attesa è dunque indeterminato. Il momento della venuta del Signore, nella storia personale di ciascuno e nella storia dell’umanità, è incerto e può anche prolungarsi.

Ma come vivere questo tempo? È la domanda concreta della comunità di Matteo, che dopo la Pasqua si scopre a vivere un «ritardo» e rischia di rispondervi con il torpore o con la delusione.

La parabola delle dieci vergini si inserisce in questo discorso. L’attesa è quella dello Sposo e il clima è quello di una festa di nozze. Ai tempi di Gesù, la sposa aspettava nella casa paterna l’arrivo dello sposo e, dopo il tramonto del sole, lo sposo arrivava con il corteo nuziale per portarla nella sua casa.

Il ritardo dello sposo è un elemento verosimile. L’immagine nuziale non è un semplice sfondo: nella Scrittura le nozze sono il segno dell’alleanza tra Dio e il suo popolo, e la tradizione cristiana ha riconosciuto fin dall’inizio nello Sposo Cristo stesso.

Il racconto non si concentra però sulle nozze, bensì sulle vicende di dieci giovani fanciulle che, secondo il costume orientale, con le loro lampade (delle semplici torce la cui fiamma si spegne in fretta senza olio) accompagnavano il corteo nuziale dello sposo. Dieci vergini e dieci lampade: nulla fa pensare a una differenza all’interno del gruppo: tutte sono state invitate, tutte escono incontro allo sposo, tutte hanno la lampada accesa, tutte si addormentano. È l’intera comunità dei credenti nella quale tutti camminano insieme fino alla venuta del Signore.

Riprendendo come chiave di lettura l’esortazione a vegliare, il fatto che tutte le vergini, le prudenti come le stolte, si addormentino è una sorpresa. Vegliate non può quindi significare «non dormire».

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L’attesa, davvero lunga, porta inesorabilmente al sonno, che è la stanchezza e la fragilità comune a ogni uomo. «Tutte – scrive S. Agostino nel suo commento al brano – dovranno sottostare al sonno della morte». Né il sonno né la debolezza fanno la differenza.

Vegliare, nel linguaggio di Matteo, vuol dire essere pronti: vivere in modo che la venuta del Signore, quando verrà, non trovi impreparati. Riguarda il modo in cui si vive l’attesa. La vigilanza si decide prima del sonno, in ciò che si è messo da parte quando si era ancora svegli.

Ed è proprio qui la differenza fra le stolte e le prudenti. Cosa le distingue? Un semplice gesto: le prime afferrano semplicemente le loro lampade, le altre invece, oltre alle lampade, prendono anche dell’olio «in piccoli vasi».

Il dettaglio è importante, le prudenti non hanno un’enorme riserva, ma una provvista personale, portatile e proporzionata all’attesa. Se la festa fosse cominciata subito, probabilmente questo particolare sarebbe passato inosservato.

L’elemento critico è il ritardo dello sposo. È questo che fa emergere la differenza: il tempo dilatato rivela ciò che è nascosto. Emergono due modi diversi di stare nell’attesa.

I due termini greci mōros (stolto) e phronimos (prudente) appartengono al linguaggio sapienziale della Bibbia, dove la sapienza non è una questione di intelligenza, ma di orientamento della vita. Nell’Antico Testamento lo stolto non è chi ragiona male, ma chi «dice in cuor suo: Dio non c’è» (Sal 14,1): la stoltezza è una scelta pratica, un modo di vivere come se Dio non contasse.

Allo stesso modo, il saggio è colui che ha «il timore del Signore» (Pr 1,7), cioè che mette la propria esistenza in relazione con Lui.

Le stolte hanno la lampada, il segno esteriore dell’appartenenza e l’illusione di avere Dio, ma non fanno nulla per nutrire la relazione. Le prudenti invece, con quei «piccoli vasi» (gesti minimi, ripetuti, spesso invisibili) custodiscono l’olio (la relazione con Dio), a piccole dosi, nella fedeltà quotidiana.

Come “il pane quotidiano”, la Parola è accolta ogni giorno, nello scorrere del tempo. L’olio non sta nella lampada, dove si vede e si consuma subito, ma in un recipiente a parte, nascosto, custodito in profondità.

È così che la Parola entra a poco a poco nel modo di pensare, di scegliere, di amare. Il tempo, a sua volta, non è un semplice contenitore neutro: è il luogo in cui la Parola diventa carne, abitudine, luce. Chi si fida della Parola sa attendere; chi non coltiva la Parola non sa attendere, perché non ha nulla che lo sostenga nell’attesa. Per questo il ritardo non crea la differenza, la rivela.

Solo nel cuore della notte, quando si leva il grido «Ecco lo sposo andategli incontro!», è il momento della verità. Lo Sposo arriva all’improvviso, quando meno lo si aspetta: è esattamente l’«ora» che il discepolo non conosce.

Solo allora le stolte si accorgono di essere senza olio e, perché le loro lampade continuino ad ardere, lo chiedono alle compagne, che rifiutano. Tale rifiuto sembra in contrasto con la legge fondamentale del vangelo che è la carità. Ma se l’olio è, come esplicitato prima, la relazione con Dio, come lo si può condividere? Non è qualcosa che si possa passare di mano: è un bene strettamente personale e incomunicabile, frutto di una scelta libera e consapevole. Il rifiuto delle prudenti non è mancanza di generosità, ma verità sul carattere personale della risposta a Dio.

La porta chiusa e il «non vi conosco» finale non hanno il tono di un castigo, ma di uno svelamento. Le stolte gridano «Signore, signore, aprici», ma con quella frase lo Sposo rivela ciò che la dimenticanza dell’olio significa.

Le vergini stolte non hanno tenuto vivo il desiderio dell’incontro, fermandosi al calcolo di chi si mette a posto la coscienza, assicurando il minimo (la lampada) e niente più. Conoscere, nel linguaggio biblico, significa entrare in relazione intima, profonda, sponsale e da questo le stolte si sono autoescluse. L’accoglienza di Cristo non si può improvvisare, non si può pretendere di rifornirsi d’olio all’ultimo minuto.

Come si vive, allora, il tempo dell’attesa? La parabola non risponde con una data né con una tecnica per vincere il sonno. Risponde con due volti, due modi di vivere l’attesa.

Lo si può vivere accettando di non sapere: le stolte hanno voluto fissare la scadenza dell’incontro, le prudenti hanno lasciato che fosse lo Sposo a deciderla e si sono disposte all’attesa lunga.

Lo si può vivere senza pretendere di essere perfetti: tutte dormono e la stanchezza e la debolezza di ciascuno non sono ciò che decide l’incontro.

Lo si può vivere, infine, nella fedeltà dei giorni ordinari, in quei «piccoli vasi» fatti di incontro con la Parola, di ascolto, di azioni concrete che nessuno vede e che sembrano non contare, ma che nel cuore della notte diventano luce.

Così il tempo dell’attesa smette di essere un tempo vuoto, da sopportare, e diventa il tempo in cui l’incontro si prepara. Lo Sposo giungerà quando meno lo pensiamo; ma chi ha imparato ad attenderlo non sarà sorpreso come un estraneo. Sarà riconosciuto, e la porta si aprirà.

«Vegliate dunque, perché non sapete né il giorno né l’ora».

Giustina – Comunità Kairòs

Per gentile confessione della Comunità Kairos.