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Card. Angelo Comastri – Commento al Vangelo del 1 novembre 2026

Omelia del cardinale Comastri: solo la bontà attira a Dio

In questa omelia il cardinale Comastri parte dalla beatitudine «Beati i puri di cuore» per smascherare con parole forti l’ipocrisia religiosa. Una riflessione che ci chiede di consumarci gioiosamente per far crescere la carità attorno a noi.

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Il cardinale Angelo Comastri, vicario emerito di Sua Santità per la Città del Vaticano, commenta le letture della trentunesima domenica del tempo ordinario: il rimprovero del profeta Malachia e le parole di Gesù contro scribi e farisei, che «dicono e non fanno». In questa omelia il cardinale Comastri mostra come la falsità possa svuotare anche la vita religiosa, perché Dio non si lascia ingannare dalle maschere: guarda il cuore.

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Con esempi semplici e incisivi, da Madre Teresa alla Madonna che corre a servire Elisabetta, fino al dialogo tra San Paolo VI e lo scrittore Giuseppe Prezzolini, la riflessione arriva a una conclusione che interpella tutti noi. Il mondo non ha bisogno soprattutto di persone intelligenti o colte, ma di persone buone, perché soltanto la bontà attira a Dio.

Trascrizione del video

Trentunesima domenica. Sia lodato Gesù Cristo.

Le Beatitudini pronunciate da Gesù sono raggi di luce che squarciano il buio e demoliscono tanti inganni e tanti tranelli nei quali possiamo cadere anche oggi. Ma una beatitudine mi sembra più luminosa delle altre. Dice così: «Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio». Ai puri di cuore Gesù promette qualcosa di straordinario, di unico, di inimmaginabile: costoro vedranno Dio.

E chi sono i puri di cuore? Sono coloro che hanno l’anima limpida, libera da ogni forma di egoismo e non resa torbida dalla falsità e soprattutto dall’orgoglio, che tutto deforma. Costoro vedranno Dio perché Dio è la pienezza infinita. Dio è amore puro, Dio è luce senza ombra alcuna. Per questo motivo Dio prova ripugnanza davanti alla falsità, e la falsità può entrare anche nella vita religiosa, svuotandola e privandola di ogni valore davanti a Dio.

Il grido del profeta Malachia

La prima lettura, presa dal profeta Malachia, è un grido, anzi un urlo di sdegno davanti al comportamento del popolo che si definisce popolo di Dio e poi si comporta in modo opposto a quello che Dio aspetta e desidera dal suo popolo. Impressionanti sono queste parole del profeta: «Non abbiamo forse tutti noi un solo padre? Non ci ha creati un unico Dio? Perché allora vi comportate con cattiveria l’uno verso l’altro?».

E il profeta arriva a dire: voi avete il cuore cattivo, malevolo, pieno di egoismo e di rancori, e poi venite a pregare il Signore. Ebbene, sapete cosa vi dico? Dice il profeta: le vostre preghiere sono come gli escrementi degli animali che voi immolate nelle vostre solennità.

Non ho trovato in tutta la Bibbia un rimprovero più graffiante di questo. A mio parere si spiega per il fatto che qui Dio vuole sottolineare quanto sia ripugnante davanti ai suoi occhi prendere la maschera del pio e del devoto, conservando però un cuore cattivo. Ma la maschera non inganna Dio, perché Dio guarda al cuore: ricordiamolo bene. E per questo dobbiamo preoccuparci sempre di togliere dal nostro cuore ogni infezione di cattiveria.

Gesù contro la falsità

Nel Vangelo Gesù riprende il tema del profeta Malachia. Gesù attacca la falsità. Egli ha davanti agli occhi lo spettacolo degli scribi e dei farisei. Costoro erano espertissimi nelle Sacre Scritture e frequentatori assidui del tempio, ma il loro cuore era freddo, gelido, non trasformato dall’incontro con Dio. Erano falsi. Qui è il problema: erano falsi.

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Gesù li rimprovera severamente e dice: «Praticate e osservate tutto ciò che vi dicono, ma non agite secondo le loro opere, perché essi dicono e non fanno». Gesù contesta la frattura tra la fede e la vita. Questa frattura è ipocrisia.

Madre Teresa un giorno, quasi confidenzialmente, mi disse: «Stai attento quando parli, perché la tua vita parla molto più forte della tua parola. Se la tua vita sarà diversa dalla tua parola, la gente non ascolterà e neppure sentirà la tua parola». Sapienti parole, e valgono per tutti.

Gesù fa un secondo rimprovero: «Legano pesanti fardelli e li impongono sulle spalle della gente, ma loro non vogliono muoverli neppure con un dito». Cioè i falsi religiosi sono molto severi con gli altri, ma nei confronti di se stessi usano ogni benevolenza. Anche questo peccato è tanto comune e riesce a esprimersi in mille maniere.

I santi invece fanno tutto il contrario: sono esigenti con se stessi e indulgenti con gli altri. Chi frequenta veramente Dio assorbe la sua mitezza e la sua misericordia. Madre Teresa diceva: «Ho tanto bene da fare che non mi resta tempo per criticare».

Ed ecco il terzo rimprovero: «Fanno tutto per essere ammirati dalla gente». Gesù rimprovera l’esibizione, rimprovera l’uso della religione come se fosse un palcoscenico sul quale esibire la propria bravura.

L’esempio di Maria

Pensate al comportamento della Madonna dopo l’Annunciazione. Dopo aver ricevuto da Dio l’investitura e la più grande missione che una creatura potesse avere, Maria esce di casa e va da Elisabetta per servire, per rendersi utile, per soccorrere un’anziana nel momento della necessità. Maria non si esibisce, perché capisce che i doni di Dio non sono medaglie, ma impegni che vanno trasformati in amore concreto. Se manca la carità, i doni di Dio imputridiscono, perdono valore. Quanto è importante capire questo!

Ecco allora cosa propone Gesù alla sua Chiesa, ecco la sua meravigliosa regola di vita: «Non fatevi chiamare rabbì, cioè maestri, perché uno solo è il vostro Maestro e voi siete tutti fratelli. Non chiamate nessuno padre, perché uno solo è il Padre vostro».

Gesù, sia ben chiaro, questo va chiarito, non propone semplicemente nuove denominazioni. Infatti, se per essere cristiani bastasse cambiare i nomi, saremmo in una nuova forma di ipocrisia. Il senso delle parole di Gesù va cercato nella conclusione, che è questa: «Il più grande tra voi sia vostro servo; chi si innalzerà sarà abbassato e chi si abbasserà sarà innalzato».

Gesù ci chiede di mandare in frantumi l’orgoglio e l’egoismo. Solo così i ruoli che ricopriamo, gli impegni che assumiamo, le responsabilità che ci vengono affidate saranno occasioni per amare di più, per spendere di più la nostra vita per gli altri, per consumarci gioiosamente nel dono di tutte le nostre energie e di tutte le nostre forze per far crescere la carità attorno a noi, senza aspettare nulla in contraccambio, perché la bontà vissuta ha già dentro di sé la ricompensa.

Paolo VI e Prezzolini

A questo punto mi sembra opportuno ricordare un episodio tratto dalla vita di San Paolo VI. Ebbe una lunga e cordiale amicizia con lo scrittore toscano Giuseppe Prezzolini, che si dichiarava non credente. Un giorno Paolo VI gli chiese: «Lei, che dice di essere lontano dalla Chiesa, quali suggerimenti darebbe per avvicinare alla Chiesa i lontani?».

Prezzolini senza esitazione rispose: «Padre Santo, c’è solo un mezzo: preparate persone buone, persone dal cuore buono e misericordioso, persone miti e serene e capaci di amare tutti e dialogare con tutti». E Prezzolini aggiunse: «Al mondo sono fin troppe le persone intelligenti, sono fin troppe le persone colte. Mancano le persone buone: spetta alla Chiesa prepararle».

L’intelligenza suscita ammirazione, come anche la cultura, ma soltanto la bontà attira. Soltanto la bontà attira a Dio. Tiriamone le conseguenze. Sia lodato Gesù Cristo.